Si ritiene che oltre un terzo delle emissioni globali di gas serra sia dovuto ai sistemi alimentari. Pertanto qualsiasi programma per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni delineati nell’Accordo di Parigi sul clima deve comportare cambiamenti anche nel modo in cui coltiviamo, trasformiamo e distribuiamo il cibo.
Per raggiungere l’obiettivo della neutralità carbonica, occorre da un lato ridurre il più possibile le emissioni di gas serra e dall’altro assorbire dall’atmosfera quelle rimanenti. L’uso dei terreni agricoli è una componente chiave su entrambi i lati. Diminuendo la quantità di terra dedicata al bestiame si ridurranno le emissioni di metano mentre le colture, grazie al miglioramento genetico, possono essere progettate per catturare l’anidride carbonica in modo più efficiente e convertirla in ossigeno od immagazzinarla nel terreno.
Le tecniche di editing genetico possono migliorare la capacità di immagazzinare il carbonio
Le tecniche innovative di miglioramento genetico vengono già utilizzate per aiutare le colture ad adattarsi ai rapidi cambiamenti climatici, ma le tecniche di editing genetico possono anche migliorare la capacità delle piante e dei microbi del suolo per catturare ed immagazzinare il carbonio dall’atmosfera. Migliorando il processo di fotosintesi, si potrebbero creare piante più produttive di circa il 40%, il che significa meno anidride carbonica nell’atmosfera. Un’altra possibilità è di ottenere radici più robuste, più grandi e più profonde per resistere meglio alla decomposizione, riducendo al minimo le perdite di carbonio. Anche i microrganismi del suolo, che utilizzano il 20% delle molecole che le piante creano durante la fotosintesi, possono essere sfruttati per mitigare i cambiamenti climatici e sequestrare il carbonio. Con le nuove tecniche genetiche i ricercatori potrebbero mettere a punto lo scambio e l’interazione tra le radici e le comunità microbiche, contribuendo a stabilizzare il carbonio nel suolo.
I terreni agricoli coprono più di un terzo della superficie mondiale. L’utilizzo di una frazione di questo spazio per catturare ed immagazzinare il carbonio in modo più efficiente è necessario per i Paesi che vogliono raggiungere i loro obiettivi “net zero“. Ad esempio, la riforestazione strategica su scala mondiale sarà fondamentale per mitigare i circa 40 miliardi di tonnellate di anidride carbonica immessi nell’atmosfera ogni anno. Questo vale anche per gli ecosistemi oceanici e del “carbonio blu” (paludi salmastre, mangrovie e fanerogame) che sono 10 volte più efficaci nel sequestrare l’anidride carbonica su base annua rispetto alle foreste tropicali ed a maggior ragione devono essere tutelati.
Per ultimo, anche i prati hanno un grande potenziale di sequestro del carbonio. Nelle aree sempre più aride, possono immagazzinare più carbonio delle foreste perché sono meno colpiti da siccità e incendi boschivi. I prati, infatti, sequestrano la maggior parte del carbonio nel sottosuolo, mentre gli alberi lo immagazzinano principalmente nel legno e nelle foglie.
Dunque la corretta gestione del suolo e le buone tecniche agronomiche sono uno strumento cruciale nella lotta contro il cambiamento climatico, su cui si può e si deve agire immediatamente.
Dall’interprofessione al ruolo dei Consorzi, passando per la vocazione all’export della salumeria italiana alla sostenibilità ambientale. Il presidente di Assica, l’Associazione degli industriali delle carni suine, Ruggero Lenti, parla a tutto tondo in questa intervista rilasciata a Teseo.
Presidente Lenti, la
situazione della filiera suinicola è oggettivamente complicata. Come se ne
esce?
“Oggi è più che mai necessario trovare
un punto di equilibrio del sistema. Come se ne esce? Sicuramente superando le
logiche del passato per le quali la crescita di un segmento poteva essere
ottenuta solo a scapito della prosperità di altri anelli della filiera. È
arrivato il momento che la filiera non sia solo una parola ma condivisione
vera. Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere
della filiera stessa”.
Altre volte, in passato, sono
stati organizzati tavoli di filiera. È necessario convocare un nuovo tavolo?
Quali dovrebbero essere gli attori e quali le finalità?
Un progetto di filiera che tenga conto del consumatore
“Più che organizzare un tavolo di filiera come quelli che sono stati fatti fino ad oggi, vedo più efficace lavorare ad un progetto pilota che metta allo stesso tavolo tutti i componenti della filiera in cui si tenga conto di quello che il consumatore, oltre alle Istituzioni nazionali ed europee, richiede con sempre maggiore chiarezza: non più solo prodotti buoni per il palato, ma anche per l’ambiente e per la società, attenti al benessere animale, con un impatto ambientale minore e migliori sotto il profilo etico e di sostenibilità. Si tratta di un cambio culturale necessario, che può assicurare alle imprese di essere ancora attive sul mercato nel prossimo futuro. È fondamentale inoltre che la filiera sia completa, a partire dai mangimisti e fino alla grande distribuzione, con la necessaria presa si responsabilità da parte di ognuno dei componenti”.
Che ruolo immagina per i
Consorzi di tutela delle grandi Dop della salumeria italiana, a partire dai
prosciutti di Parma e San Daniele?
“Le produzioni Dop e Igp rappresentano
un’importante chiave per lo sviluppo del settore in Italia e all’estero. I
Consorzi che ne raggruppano i produttori sono un riferimento fondamentale per
la crescita delle produzioni che rappresentano e per la tutela sul mercato
delle stesse. L’esperienza italiana è sempre stata all’avanguardia in questo ambito,
specie nel settore dei salumi. É ora di costruire un nuovo slancio per i
Consorzi, favorendo l’ammodernamento della loro disciplina e delle funzioni
loro riconosciute dalla normativa comunitaria, ampliandone l’ambito di azione e
contribuendo a un loro ruolo più centrale nella tutela legale e commerciale
delle produzioni”.
Come sostenere l’export del
settore?
“Con circa 20 milioni di euro
persi ogni mese da gennaio 2022 per mancato export verso Oriente a causa della
PSA sul territorio continentale, è importante contribuire alla ripartenza
dell’export di carni suine e salumi. Per esportare, le aziende della salumeria
devono spesso investire in strutture e stabilimenti dedicati per soddisfare i
requisiti di abilitazione dei Paesi Terzi, spesso più stringenti delle norme Ue.
Bisogna chiedere alle Istituzioni di sostenere tali investimenti che sono
fondamentali per imprimere slancio all’export di salumi nazionali”.
Come pensa si possa
valorizzare i tagli di carne fresca del suino italiano?
“Da una recente indagine del
Censis il 96,5% degli italiani consuma diverse tipologie di carni che considera
alimenti parte della dieta mediterranea (Rapporto Censis, Assica-Unaitalia). La
carne suina rappresenta, insieme ad altre tipologie di carni, uno dei pilastri
identitari del posizionamento delle insegne sia nella parte cosiddetta tal
quale (il fresco) sia per la parte lavorata/ricettata.
La filiera deve raccontarsi di più
Ma se sulle carni bovine e
avicole c’è stata un’evoluzione di comunicazione e di branding in questi anni –
situazione che ha reso possibile delle narrazioni più articolate – sulla carne suina
si è fatto molto meno. Dalle interviste di una ricerca presentata nell’ambito
del progetto “Eat Pink” emerge che la grande distribuzione chiede ai produttori
e agli allevatori di promuoversi di più e fare sistema. La filiera deve
raccontarsi di più e affrontare meglio la sostenibilità e l’innovazione. Se le
vendite di carne di suino, specialmente il taglio fresco, che è ancora la quota
maggioritaria, sono piuttosto statiche, dall’altro i nuovi stili e abitudini di
consumo che si stanno consolidando, come il barbecue, sono i nuovi driver.
Opportunità arrivano poi dalla crescita del mercato del ready-to-cook e
ready-to- eat, opzioni sospinte dalla crescita dei costi energetici”.
Il modello spagnolo può essere
per qualche aspetto imitato anche in Italia?
“Non credo. La produzione di
carne suina in Spagna è molto elevata e destinata in larga parte all’export tal
quale, situazione non replicabile in Italia. Per quanto riguarda i salumi, non
dimentichiamoci che noi esportiamo di più e con una maggiore varietà. Un buon
lavoro fatto in Spagna riguarda invece l’interprofessione: la hanno costituita
da anni e lavora molto bene in ambito promozionale, facendo pagare poco a tutti
i numerosi produttori, dagli allevatori alle aziende”.
La peste suina costituisce una
spada di Damocle. Le Regioni stanno sostenendo gli investimenti per la
protezione degli allevamenti. Pensa che in chiave di filiera possa essere
previsto uno specifico aiuto da tutti i player per arginare il fenomeno?
“È necessario un cambio di passo
nelle attività per l’eradicazione della malattia, che ci sta penalizzando
fortemente in ambito export. Il Commissario straordinario sta facendo un ottimo
lavoro, ma deve essere messo in condizioni di lavorare di più e meglio
attraverso un’adeguata dotazione finanziaria, che fino a ora è mancata. Non
possiamo permetterci di distruggere anni di lavoro per portare i nostri
prodotti nelle tavole di tutto il mondo”.
Più attenzione alla sostenibilità, anche sociale
Pensa che nei prossimi anni
cambierà la suinicoltura in Italia? In quale direzione?
“Credo che assisteremo a una
svolta in tempi brevi verso una maggiore attenzione ai contenuti dei prodotti
da parte dei consumatori. Soprattutto in tema di sostenibilità ambientale, ma
anche sociale. La revisione della legislazione unionale sul benessere animale è
iniziata e sarà certamente un punto di svolta”.
Nel Regno Unito ha fatto scalpore un rapporto della banca d’investimento Citigroup con la previsione che l’inflazione nel Paese raggiungerà il 18% nel primo trimestre del 2023, un livello toccato l’ultima volta nel lontano 1976. Queste previsioni non fanno altro che rafforzare le preoccupazioni dei consumatori ed indurre cambiamenti nelle modalità di acquisto, anche nel settore alimentare. Stesso scenario in Francia dove ad ottobre i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati su base annua di quasi il 12%, mentre in Germania a settembre la crescita è stata addirittura del 18,7%, il massimo da trent’anni.
I consumi si stanno spostando verso prodotti a basso prezzo per alcune categorie
Sebbene gli alimenti siano uno dei settori più resistenti, in quanto la natura essenziale di molti acquisti fa sì che la domanda sia relativamente anelastica, secondo una ricerca di McKinsey in mercati europei selezionati, i consumatori stanno già passando a prodotti a basso prezzo all’interno di alcune categorie, con spostamenti particolarmente evidenti in aree come gli snack, i dolciumi ed i surgelati. Una recente indagine condotta da GlobalData mostra che, a livello generale, l’84% dei consumatori è preoccupato per l’impatto dell’inflazione e quelli più giovani si dimostrano più propensi a cambiare i loro modelli di acquisto. Mentre circa il 23% dei Boomers nel Regno Unito dichiara che non passerà a negozi più economici, le loro controparti più giovani sono molto più propense a spostarsi altrove per gli acquisti. In questo contesto i distributori vincenti sono i discount.
L’inflazione è destinata poi a smorzare le prospettive del settore della ristorazione collettiva, già colpito duramente dalla pandemia e che sperava in una ripresa sostenuta. La spesa abituale e di basso valore in bar e caffetterie sembra essere attualmente la meno a rischio ed i ristoranti, pur avendo potenzialmente un prezzo più alto, sono comunque in grado di dimostrare un forte rapporto qualità-prezzo attraverso il servizio, che sarà ancora un elemento determinante.
In Cina le prospettive sono diverse da quelle dei mercati occidentali
Nel complesso, il rapporto sull’inflazione a livello macro di GlobalData prevede una recessione in molti mercati sviluppati prima della fine del 2022, che comporterà anche un calo della domanda per l’aumento della pressione sui consumatori. In Cina, invece, le prospettive sono nettamente diverse da quelle dei mercati occidentali. La fine delle restrizioni per il cosiddetto “zero Covid” prevista intorno al secondo trimestre dell’anno prossimo, libererà la domanda repressa, anche se su scala molto più ridotta rispetto a quanto visto nel 2021 nei mercati sviluppati.
Per il periodo successivo al 2023, si prevede una prospettiva inflazionistica persistentemente elevata e volatile ed una tendenza alla de-globalizzazione. I costi interni nella maggior parte dei mercati sviluppati saranno più reattivi alle condizioni del mercato del lavoro e la domanda è destinata a ricostituirsi. Ciò sarà particolarmente attendibile negli Stati Uniti, dove una maggiore tolleranza politica nei confronti della crescita dei salari e della conseguente inflazione si traduce in una ricostituzione della domanda delle famiglie a reddito medio.
CLAL.it – Variazione percentuale dei prezzi al consumo rispetto all’anno precedente
“Gli Attori della Filiera Suinicola italiana si trovano di fronte ad una sfida eccezionale. Inflazione, clima, PSA e sconvolgimenti sui mercati internazionali degli input sfidano un sistema che fatica a far sistema.”
Così esordiva l’invito a partecipare all’incontro “La Filiera Suinicola alla prova del dialogo” di venerdì 11 novembre 2022, organizzato dal Team di CLAL con l’obiettivo di aiutare gli Operatori ad affrontare queste sfide.
Oltre cento attori della catena di approvvigionamento suinicola, GDO inclusa, hanno risposto dandosi appuntamento presso Fiere di Parma per partecipare all’inizio di un dialogo, basato su dati ufficiali ed oggettivi e un’analisi di mercato dal taglio imprenditoriale.
Dopo il benvenuto di Angelo Rossi e l’introduzione di Francesco Branchi, che ha messo a fuoco alcune delle sfide che la filiera sta affrontando, Alberto Lancellotti ha analizzato le modalità in cui il clima sta avendo un impatto sulla catena di approvvigionamento suinicola, mentre Ester Venturelli ha tracciato i trend dell’energia e dei costi alimentari per l’allevamento suinicolo.
Marika De Vincenzi, referente nell’ambito di CLAL per il settore suinicolo, ha successivamente analizzato il mercato di suini, carni e salumi italiani nel contesto del mercato globale. Macellazioni, sigillature, tagli e prezzi, cambi, export e la domanda cinese sono alcuni dei temi trattati da Marika, che hanno acceso i primi scambi tra i partecipanti.
Dopo il Team di CLAL, Alessandro Poli di IRi ha presentato un quadro dei consumi di carni e salumi, lasciando poi spazio al dibattito tra gli Operatori, coordinato da Francesco Branchi, alla presenza di Regione Emilia-Romagna e Regione Piemonte (segue galleria fotografica).
Quale primo risultato dell’incontro, i partecipanti intervenuti hanno dichiarato di voler istituire un tavolo di filiera: intenti accolti ed ufficializzati da Ruggero Lenti, Presidente di ASSICA, nel suo commento a fine mattinata.
A Francesco Pizzagalli, presidente dell’IVSI – Istituto Valorizzazione Salumi Italiani, è stato infine chiesto di trarre le conclusioni della mattinata. Il Prof. Pizzagalli ha gentilmente accettato, esortando a procedere nel dialogo seguendo i tre punti cardine:
visione
condivisione
collaborazione.
“Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere della filiera stessa”, ha sottolineato Pizzagalli, aggiungendo un concetto cristiano citato non per ultimo da Papa Francesco: “nessuno si salva da solo”.
Al termine dei lavori, il dibattito è continuato durante l’aperitivo.
“La Filiera Suinicola alla prova del dialogo”, presso Fiere di Parma
Michele Carra, ASSALZOO
Massimo Zanin, Veronesi SpA
Rudy Milani, Suinicoltore
Antenore Cervi, Suinicoltore
Sergio Visini, Suinicoltore
Elio Martinelli, ASSOSUINI
Stefano Borchini, SLEGA
Roberta Chiola, Gruppo Chiola
Davide Calderone, ASSICA
Paolo Tramelli, Cons. Prosciutto di Parma
Alessandro Utini, Cons. Prosciutto di Parma
Giuseppe Villani, Cons. Prosciutto di San Daniele
Alessandro Masetti, COOP
Nicolò Bistoni, CONAD
Claudio Truzzi, METRO
Massimiliano Lazzari, COOP
Angelo Frigerio, Giornalista
Ruggero Lenti, ASSICA
Francesco Pizzagalli, IVSI
Alessandro Poli, IRi
Marika De Vincenzi, Francesco Branchi e Angelo Rossi, CLAL
Le temperature sempre più elevate possono danneggiare gli allevamenti di suini sotto diversi aspetti tramite lo stress provocato agli animali.
Lo stress da caldo è il risultato di un eccessivo accumulo di calore all’interno dell’organismo e può essere cronico o acuto a seconda della durata e dell’intensità delle alte temperature.
L’animale si adatta, ma non senza danni
Lo stress da caldo cronico permette all’animale di adattarsi alle temperature, ma non senza danni legati a modifiche delle caratteristiche metaboliche. Il danno sarà tanto più ingente quanto il suinetto sarà giovane. Per esempio, lo stress da caldo durante la gravidanza porta a dismetabolie nei suinetti, che non permettono loro di esprimere appieno il potenziale genetico.
Lo stress da caldo acuto porta ad un’immediata riduzione del consumo alimentare e a dilatazione vascolare per rilasciare maggiori quantità di calore. Tuttavia, maggiori danni si possono manifestare nella fase di recupero. Infatti, la carenza di nutrienti ed ossigeno possono portare a modifiche della morfologia intestinale che rende più complesso l’assorbimento di nutrienti fondamentali, provocando da ultimo ritardi nella crescita.
Inoltre, le alte temperature potrebbero favorire anche altri problemi di salute, sia in modo diretto, indebolendo il sistema immunitario e quindi rendendoli più vulnerabili agli attacchi dei patogeni, sia in modo indiretto, aumentando la probabilità che si manifestino minacce sanitarie dati gli ambienti che diventano più adatti alla sopravvivenza dei patogeni.
Ritardi nella crescita di 20 giorni
Tutto questo è in linea con quanto hanno riportato a TESEO alcuni allevatori che, nell’ultima estate, hanno notato ritardi nella crescita dei suini, i quali hanno raggiunto il peso di macellazione anche 15/20 giorni più tardi rispetto alla media. Inoltre, i dati delle macellazioni di Luglio, Agosto e Settembre indicano che il peso medio del suino inviato al macello è stato inferiore rispetto agli anni precedenti.
I metodi di adattamento possono essere vari, tra i quali: ventole, acqua, muri e soffitti coibentati, maggiore metratura per suino. È importante che le aziende adottino sistemi di adattamento adeguati alla loro realtà in previsione di estati sempre più lunghe e calde, primo per ragioni di benessere animale, ma anche per limitare le perdite economiche dovute allo stress da caldo.
TESEO.CLAL.it – Peso vivo medio dei suini inviati alla macellazione
Quanto spazio deve avere a disposizione una vacca per trovarsi in buone condizioni di allevamento? Uno studio dell’università di Nottingham ha valutato l’impatto della superficie di stalla su tre parametri principali: produzione, comportamento e riproduzione/fertilità.
In una struttura appositamente costruita, 150 vacche di razza Holstein sono state assegnate in modo casuale ad un gruppo con superficie vitale di 6,5 m2 all’interno di 14 m2 di superficie complessiva, rispetto al gruppo di controllo in cui ogni vacca aveva a disposizione 9 m2 di superficie complessiva ed uno spazio vitale di 3 m2.
Tutti gli altri aspetti dell’ambiente e della gestione dell’allevamento erano identici, in modo da formare due gruppi comparabili. Oltre alla resa giornaliera per vacca, sono stati misurati anche i dati relativi al tempo di ruminazione, al peso corporeo e alla composizione del latte. Per monitorare il comportamento, le vacche sono state dotate di sensori di geo-localizzazione che inviavano una misurazione della posizione ogni sette secondi. I gruppi sono stati confrontati in base al tempo trascorso nelle aree chiave designate, come lo spazio vitale, la zona di alimentazione ed i box. Sono stati raccolti tutti i principali dati riproduttivi, come le registrazioni delle inseminazioni artificiali e delle diagnosi di gravidanza. La fisiologia riproduttiva è stata valutata analizzando campioni di ormone anti Mulleriano (AMH) e livelli di progesterone nel latte.
Le ridotte prestazioni riproduttive sono compensate dall’aumento del latte
Le vacche del gruppo ad alto spazio vitale hanno fornito picchi di produzione simili a quelli del gruppo di controllo, ma hanno mantenuto una produzione più elevata per un periodo più lungo della lattazione, il che ha portato ad un totale su 305 giorni di 14.746 litri di latte rispetto ai 14.644 litri del gruppo di controllo, cioè oltre 100 litri in più per vacca. L’effetto maggiore sulla resa è stato osservato nella popolazione di giovenche: quelle del gruppo allevato nella superficie più ampia hanno prodotto in media oltre 600 litri in più rispetto alle loro controparti, cioè 12.235 litri rispetto a 11.592 litri. Non c’è stato invece un effetto positivo sulla riproduzione: le vacche del gruppo ad alto spazio hanno impiegato più tempo a concepire, anche se tutti gli altri parametri di fertilità misurati non hanno mostrato differenze tra i gruppi. Però le ridotte prestazioni riproduttive sono state compensate dall’aumento del volume di latte. L’aumento dello spazio ha anche migliorato il benessere delle vacche attraverso significativi cambiamenti di comportamento: quelle del gruppo con spazio più ampio trascorrevano 65 minuti in più al giorno sdraiate e 10 minuti in più al giorno davanti all’alimento.
Questo è il primo studio fatto in condizioni reali di allevamento, che ha dimostrato come l’aumento dello spazio vitale porta benefici significativi alla produzione di latte ed al comportamento delle vacche stabulate. Stante la grande variabilità degli spazi nelle stalle da latte, i risultati dello studio dovrebbero aiutare gli allevatori a decidere come investire per migliorare la stabulazione e, in ultima analisi, il comfort, il benessere e la produttività delle vacche.
CLAL.it – Produttività per vacca nelle macro-regioni italiane
Di Pedro E. Piñate B., Medico Veterinario venezuelano e Consulente Agricolo
A fine giugno, OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e FAO hanno pubblicato il rapporto sulle prospettive agricole mondiali 2022-2031. Per prima cosa, emerge la necessità di soddisfare i bisogni alimentari di una popolazione crescente, che arriverà a 8,6 miliardi nel 2031, rispetto ai 7,8 miliardi del 2021. Oltre ai cambiamenti demografici, la domanda sarà influenzata dai redditi dei consumatori e dai prezzi dei prodotti alimentari.
Aumenti di produttività nei Paesi a basso e medio reddito
Nel prossimo decennio, la produzione agricola mondiale dovrebbe aumentare dell’1,1% all’anno con gli incrementi prevalentemente concentrati nei Paesi a basso e medio reddito, ma che richiederanno un accesso più ampio ai fattori di produzione, nonché maggiori investimenti per l’aumento della produttività in tecnologia, infrastrutture e formazione. L’aumento delle produzioni vegetali deriverà per l’80% dall’intensificazione dei sistemi di produzione, per il 25% dall’espansione delle terre e per il 5% da un aumento dell’intensità di coltivazione. L’espansione delle terre coltivate si concentrerà a livello regionale in Asia, America Latina e Africa sub-sahariana. L’allevamento e la pesca cresceranno dell’1,5% all’anno, grazie a miglioramenti della produttività per una gestione più efficiente della mandria ed un migliore regime alimentare; il pollame rappresenterà più della metà della crescita mondiale della produzione di carne. Anche la produzione mondiale di latte crescerà nel prossimo decennio, con la metà degli incrementi localizzati in India e Pakistan.
Per il prossimo decennio occorre prestare particolare attenzione alla questione dell’aumento dei prezzi dei fattori produttivi che fanno lievitare i costi. A questo proposito, il rapporto OCSE/FAO è chiaro sul fatto che gli attuali aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e dei carburanti sono altamente regressivi, aggravano lo stress economico ed hanno un impatto negativo su produttori e consumatori.
Per quanto riguarda il cambiamento climatico, il rapporto prevede che le emissioni agricole cresceranno ad un ritmo più lento rispetto alla produzione, grazie al miglioramento delle rese ed anche per la riduzione della parte derivante dai ruminanti. Tuttavia, sono necessari ulteriori sforzi affinché il settore agricolo contribuisca efficacemente alla riduzione complessiva delle emissioni di gas serra (GHG). Ciò include l’adozione su larga scala di processi produttivi e di tecnologie intelligenti dal punto di vista climatico, soprattutto nel settore zootecnico.
Un’equa condivisione del reddito lungo la catena agroalimentare
Anche il contesto macroeconomico dei prossimi 10 anni è particolarmente impegnativo, con i conflitti che aumentano l’incertezza. In questo scenario, l’impegno degli agricoltori deve estendersi in modo solidale ai consumatori per un’equa condivisione del reddito lungo la catena agroalimentare. È inoltre essenziale che in ogni Paese le politiche agricole, così come quelle del lavoro, dei salari e dell’ambiente, vengano applicate in maniera uniforme e risultino adeguate e stabili. Il contesto commerciale internazionale deve consentire la necessaria fluidità e trasparenza, senza privilegiare i consumatori a scapito degli agricoltori. Inoltre, nei Paesi esportatori ad economia avanzata, i sussidi agli agricoltori non devono tradursi in una concorrenza sleale nei confronti dei loro colleghi del mondo “in via di sviluppo”, che quindi non si svilupperà mai.
L’attività agricola è uno stile di vita
In ogni luogo l’attività agricola, più che un mestiere, è uno stile di vita i cui valori sono spesso tramandati di generazione in generazione. Rappresenta la salvaguardia e la promozione del territorio. Per questo ogni nazione libera e sovrana deve dotarsi di una politica agricola che tuteli e sostenga chi opera in agricoltura per prendersi cura di quel grande spazio fisico, sociale ed economico collocato oltre la città, chiamato campagna.
Senza dubbio, l’impegno degli agricoltori è per un mondo senza fame, per un mondo migliore.
Capi allevati: 350 Destinazione del Latte: latte alimentare e formaggi
Un po’ ingegnere (si è laureato
nel 1970 al Politecnico di Torino e ha insegnato per una ventina d’anni, prima
di fare l’allevatore) e un po’ filosofo, con la vis polemica che ne
contraddistingue il carattere e per la quale è conosciuto nel settore lattiero
caseario. Marco Lucchini, presidente di Agri Piacenza Latte, associazione di produttori
in costante evoluzione, coltiva 80 ettari a Calendasco (Piacenza), dove alleva circa
350 capi. Insieme a lui in azienda lavora il figlio Alfredo Lucchini, ingegnere
meccanico, anche lui sedotto dall’agricoltura e dalla zootecnia. La quinta
generazione in azienda è cosa fatta. E in questa intervista, grazie alla
brillantezza dell’interlocutore, parliamo davvero di tutto.
Partiamo dal latte e dall’annuncio
di Granarolo e Lactalis che il latte potrebbe arrivare a 2 euro al litro. Cosa ne
pensa?
“Mi permetta di partire da più lontano e cioè dalla fase in cui si trovano gli allevatori e, più estesamente, le catene di approvvigionamento. Nel giro di un anno l’incremento del prezzo del latte alla stalla è stato di circa il 40%. Una crescita decisamente marcata, ciononostante non proporzionata all’incremento di alcuni dei costi che gli allevatori hanno subito. Non le faccio l’elenco, perché dal gasolio alla razione alimentare, dai fertilizzanti all’energia sono cifre ormai note nella loro esponenzialità e, peraltro, soggette per alcune voci ancora in queste fasi a crescere. Aggiunga le difficoltà legate al ricambio generazionale, che costituiscono un altro elemento di incertezza e del quale si parla purtroppo troppo poco.
Veniamo da una fase in cui la
tenuta del sistema è precaria: prezzi alle stelle, manodopera che non ne vuole
sapere di lavorare il sabato e la domenica, ma capisce che una stalla o un
caseificio sono realtà che possono avere situazioni di lavoro nel fine
settimana.
Un altro elemento che non dobbiamo dimenticare è che i prezzi dei prodotti agricoli sono stati compressi per decenni, perché la globalizzazione ha avuto il principale effetto di non comprimere i consumi e, allo stesso tempo, lasciando pressoché invariati i prezzi dei prodotti agricoli alimentari. Tutto questo mentre in Italia gli stipendi non crescevano.
Ritengo dunque che vi siano le
premesse, se aggiungiamo l’inflazione, per una situazione di instabilità, che
tocca tutti i soggetti coinvolti. Non vorrei però che, in un contesto simile,
si riversi sul costo della materia prima l’aumento al consumo, perché gli
incrementi di spesa li stanno subendo tutti i soggetti della filiera, dall’allevatore
alla trasformazione. Anelli incolpevoli del boom dell’energia, diciamolo”.
Il prezzo del latte è giusto?
Ritengo sia l’occasione per gli allevatori di intervenire sulla propria attività, attraverso l’aggregazione
“Direi che siamo tra i 55 e i 60 centesimi al litro. Per i tre mesi che sono passati come prezzo poteva avere un senso, per i mesi che vengono, con le incognite che ci sono, mi lasci dire che non è facile. Il prezzo del Grana Padano è attorno ai 9€/Kg, ma bisogna mettere in conto circa 0.7 euro al chilo di costi in più. Per cui, pur apparendo come prezzo remunerativo, potrebbe non esserlo.
In questa fase vi sono allevatori
in difficoltà, non dimentichiamo che oltre al caro energia le stalle sono alle
prese con prezzi alle stelle dei mangimi e devono fare i conti con gli scarsi
risultati nei campi legati alla siccità. Ci sono stati costi altissimi per l’irrigazione,
mentre in alcune zone d’Italia l’acqua è mancata, con ripercussioni negative
sulle rese in campo. È una situazione, nel complesso, davvero difficile da
decifrare e temo che nei prossimi mesi ci saranno stalle che chiuderanno.
Se dovesse mancare latte, sarà
difficile gestire il prezzo, ma ritengo anche che sia l’occasione per gli
allevatori di mettere le mani sulla propria attività, attraverso l’aggregazione,
ma questa situazione sta frantumando gli organismi aggregati”.
Come definirebbe la
sostenibilità? La zootecnia è spesso nel mirino.
“Penso che la sostenibilità sia il meglio che ti offre la tecnologia. La sostenibilità non può prescindere dai tre pilastri e il primo è, inevitabilmente, economico. Se manca, non c’è la stalla. La sostenibilità si traduce quindi nella possibilità dell’azienda di stare sul mercato, utilizzando tutte le tecnologie a disposizione. Il benessere animale è una componente di quella che chiamo sostenibilità spontanea, perché aiuta da un lato a contenere i costi e dall’altro ha riflessi positivi sull’ambiente. E proprio sulla questione ambientale dovremmo essere più scientifici: una vacca non può produrre più atomi di carbonio di quelli che consuma, è inutile farsi travolgere da posizioni ideologiche, che non si reggono in piedi. Comprimere la zootecnia in nome dell’ambiente vorrebbe solo dire far aumentare i prezzi”.
È una difesa molto chiara, ma
che potrebbe dare fastidio a molti.
Non dobbiamo concentrare senza limiti, serve un equilibrio sul territorio
“Dobbiamo ragionare in maniera
serena e con un approccio scientifico e realista. L’allevamento ultra-intensivo
è sbagliato, non dobbiamo concentrare senza limiti, serve un equilibrio sul
territorio. Le faccio un esempio: io nella mia azienda ho rimboschito una parte
di ettari, perché credo che agricoltura e zootecnia siano anche ambiente, ma di
questo gli agricoltori e gli allevatori sono consapevoli.
Non posso dimenticare che quando nel 1990 ho assunto la presidenza in Agri Piacenza Latte, sulla collina piacentina c’erano 350 stalle e il territorio era un giardino. Dobbiamo avere il coraggio di comunicare che per l’utilizzo bassissimo di diserbanti e di chimica e per l’attenzione che mostra, la zootecnia convenzionale è molto vicina a quella biologica”.
Con Agri Piacenza Latte ha acquisito
nuovi soci, dal Piemonte all’Alto Adige. Quali altri acquisti ha in programma?
“È informatissimo. Abbiamo ricevuto la richiesta di un numero cospicuo di produttori di una zona a confine con l’Alto Adige: chiedevano di poter diventare soci e conferire il loro latte. Era capitato precedentemente anche nel Cuneese. Le spiego un po’ come funziona: di fatto ci vengono a cercare loro e, tendenzialmente, si muovono con uno schema a zona, perché il mondo del latte è fatto così. Zone più o meno omogenee, che gravitano intorno a una o più aziende di trasformazione. Ebbene, quando si sviluppano situazioni per così dire estreme, ci vengono a cercare spontaneamente”.
Poi cosa accade?
“Non appena entrano e li coinvolgiamo nel sistema, automaticamente si alza il prezzo del latte, c’è un flusso di allevatori verso il sistema aggregato e nasce una sorta di reazione del mondo della trasformazione che vede sfilarsi un mondo che considera suo. Quindi, in sintesi, riverberiamo un effetto positivo sui territori. Poi, se vogliamo marcare le differenze, Agri Piacenza Latte e organismi analoghi fanno il mercato per i produttori loro soci garantendone il pagamento, mentre altri organismi che non gestiscono direttamente il prodotto e non rispondono del pagamento, usano i prezzi pattuiti dalle forme aggregate come riferimento, essendo totalmente sprovvisti di competenze di mercato.”
Agri Piacenza Latte produce
anche un formaggio a pasta dura, il Formaggio Bianco Italiano. Come mai?
Le nostre industrie hanno bisogno di latte e il mercato ha bisogno di prodotti di qualità a prezzi convenienti
“La nostra idea è stata fare
prodotti che siano commodity. E il Formaggio Bianco Italiano lo è, sostenuto
non solo dalla qualità, ma anche dalle tecnologie impiegate per ottenerlo, con
una qualità del latte elevata e standardizzata, aspetto che mantiene costanti e
uniformi le caratteristiche alla vendita. Trova spazio anche perché si
inserisce in un’area, quella del Grana Padano, che ha adottato una politica di
programmazione dell’offerta che predilige una crescita contenuta e una
patrimonializzazione delle quote produttive che, a nostro parere, non favorisce
lo sviluppo, ma lo contrae. Mi fermo, perché non vorrei sembrare troppo
polemico, anche perché siamo partiti dal Bianco Italiano e non vorrei che la
spiegazione della genesi di questo prodotto apparisse come un attacco ad altri.
Il nostro formaggio è competitivo per qualità e prezzo e siamo orientati all’estero,
dove possiamo contare su livelli omogenei di offerta”.
In passato si è parlato del progetto di realizzare in territorio lombardo un impianto di polverizzazione del latte? Cosa ne pensa?
“Ero e sono contrario. Ma ho sparato a zero sul polverizzatore per una ragione molto semplice. L’Italia non è autosufficiente come produzione di latte. Noi produciamo circa 127 milioni di quintali di latte, industria e cooperazione hanno bisogno di quantitativi intorno ai 200 milioni, quindi noi siamo carenti di oltre 70 milioni di quintali di latte. Orbene, quando il prezzo del latte estero era più basso, veniva importato abbassando il livello di prezzo del nostro. Adesso invece si cerca di comprarlo in Italia. Ma il tema è sempre quello e cioè che le nostre industrie hanno bisogno di latte e il mercato ha bisogno di prodotti di qualità a prezzi convenienti. All’estero conoscono poco il sistema delle Dop, a parte, naturalmente, i francesi. Prova ne è che, quando mandiamo i formaggi all’estero, fra Dop e non Dop gli stranieri non fanno molta differenza. Adesso, comunque, non è un mercato semplice e la situazione che si è complicata ulteriormente, evidenzia squilibri congiunturali”.
Come vede il settore fra 10
anni?
“Semplifico al massimo: o avremo
un prezzo sostenibile per il settore lattiero caseario oppure si chiuderà. Come
si ottiene la sostenibilità del prezzo? In due modi: o con quotazioni adeguate
alla domanda e all’offerta, in grado di dare una corretta remunerazione e garantire
gli investimenti, oppure nel modo opposto, cioè con le stalle che chiudono e l’offerta
che diminuisce. È preferibile la prima ipotesi”.
Il futuro è nell’export?
“Il futuro è solo nell’export. Badi bene: come italiani cosa possiamo mangiare? La popolazione è in diminuzione, il gusto sta virando verso i cosiddetti ‘nuovi residenti’. Molte famiglie hanno problemi economici, per cui è difficile acquistare le super nicchie che, mi chiedo, a chi possano giovare. Abbiamo gli stipendi fra i più bassi di tutta Europa. O fornisci cibo a un prezzo basso, oppure diventa complicato. Il sistema, per dirla alla Zygmunt Bauman, è liquido”.
Essendo giunto il tempo in cui occorre massimizzare l’efficienza produttiva, si espande la cosiddetta agricoltura di precisione che utilizza i dati raccolti da GPS, immagini satellitari, sensori collegati a Internet ed altre tecnologie per coltivare ed allevare in modo più razionale. Le moderne tecnologie informatiche per efficientare il processo decisionale e le operazioni di gestione della produzione agricola consentono di usare terra, acqua, carburanti, fertilizzanti, pesticidi, così come di intervenire in allevamento, per produrre di più e minimizzare l’impatto sull’ambiente, in modo da aumentare le rese e ridurre i costi. Tutto positivo? No di certo, perché queste nuove tecnologie possono subire attacchi informatici dagli effetti dirompenti.
Questi attacchi stanno già avvenendo. Negli USA, ad esempio, lo scorso anno un ransomware, cioè un virus informatico che prende il controllo del computer e chiede un riscatto per ripristinarne il normale funzionamento, rivendicato dal gruppo russo REvil ha costretto un quinto degli impianti di lavorazione della carne bovina ad interrompere la lavorazione, con un’azienda che ha pagato quasi 11 milioni di dollari ai terroristi informatici. Allo stesso modo, una cooperativa di stoccaggio di cereali in Iowa è stata presa di mira da un gruppo chiamato BlackMatter. Sebbene gli attacchi abbiano colpito finora grandi imprese con l’obiettivo di estorcere denaro, non si può escludere il pericolo che in questo tempo di tensioni internazionali anche le aziende agricole possano essere un obiettivo allettante per gli hacker.
Ad esempio, un aggressore potrebbe cercare di sfruttare le vulnerabilità delle tecnologie di applicazione dei concimi, degli antiparassitari o dei diserbanti, che potrebbero portare un agricoltore ad usarne troppi o troppo pochi, ritrovandosi quindi con un raccolto inferiore alle aspettative o con sprechi ed impatti ambientali negativi. Lo stesso potrebbe avvenire per gli impianti di mungitura robotizzati e comunque per tutti i casi in cui opera un computer.
Il settore agricolo tarda a riconoscere i rischi di cybersecurity
A differenza di altri settori strategici come la finanza e la sanità, il comparto agricolo però tarda a riconoscere i rischi di cybersecurity e ad adottare misure per contrastarli. Manca poi anche una attenzione da parte delle autorità pubbliche. Così, mentre altri settori operativi hanno sviluppato numerose contromisure e best practices per la sicurezza informatica, lo stesso non si può dire per il settore agricolo.
Oltre all’urgente necessità di linee guida e risorse da parte dei governi, occorre agire nella ricerca attraverso sforzi multidisciplinari che riuniscano i settori dell’agricoltura di precisione, della robotica, della sicurezza informatica e delle scienze politiche, in modo da identificare soluzioni appropriate per la cybersicurezza. Questo riguarda in particolare la produzione di impianti ed attrezzature agricole che debbono essere progettati non solo per massimizzare le rese ma anche per ridurre al minimo l’esposizione ai cyberattacchi.
TESEO.clal.it – Mondo: Rese per cereale dei principali Paesi produttori.
Il problema in fin dei conti è sempre quello: trarre un giusto reddito dalla propria attività. Ma come risolverlo nella produzione di latte, quando i costi crescono più dei prezzi pagati agli allevatori?
Come prezzo, l’ultimo anno è andato apparentemente bene per i produttori di latte USA dato che ha avuto una crescita continua. Questa dinamica era iniziata con la ripresa dei vari settori dell’economia dopo il lockdown, con una domanda che ha richiesto grandi quantità di prodotti lattiero-caseari e che è stata spinta dall’export.
CLAL.it – Stati Uniti: Prezzo del latte
I prezzi record del latte sono stati però in gran parte vanificati dagli aumenti dei costi di produzione, uno fra tutti quelli dei mangimi che rimangono ben al di sopra della media e per i quali l’incertezza sulle aspettative dei raccolti a livello mondiale continua ad esercitare una pressione al rialzo.
Un’analisi più approfondita dei costi di produzione e di gestione dell’azienda da latte evidenzia questo problema di marginalità. Se gli alimenti, compresi anche quelli prodotti in azienda ed il pascolo, hanno rappresentato la parte più consistente delle spese, aggravate anche dall’eccezionale siccità che ha colpito alcuni Stati, la seconda categoria in ordine di importanza è quella del capitale investito per la gestione dell’allevamento, che comprende spese per strutture di stabulazione, macchinari ed attrezzature, movimentazione del letame, stoccaggio degli alimenti od altro. Bisogna poi considerare anche il costo della manodopera, un ulteriore elemento rilevante dell’equazione. Tutti questi parametri evidenziano un margine operativo negativo in tutte le dimensioni aziendali.
Quindi, sebbene le entrate siano apparentemente più elevate, di fatto il potere d’acquisto dei produttori sul mercato si è generalmente indebolito. Il problema è sempre lo stesso: avere un prezzo del latte che dia certezza al produttore per la sua attività, contrastando la volatilità del mercato.
Le politiche agricole si pongono l’obiettivo di dare prospettive alla crescita produttiva, tenendo presenti gli aspetti economico, sociale, ambientale ed anche tecnologico, ma non saranno risolutive senza una visione globale e non settoriale. Di fatto, occorre affrontare la questione nella sua complessità in modo coordinato a livello internazionale, innanzitutto attenuando i conflitti che sono forieri di stravolgimenti che non possono che aumentare le incertezze. Occorre poi unire le forze per contrastare i dirompenti effetti dei cambiamenti climatici ed il depauperamento delle risorse naturali.
La domanda cui rifuggiamo è sempre quella: quanto è reale il postulato della crescita infinita? Celebre a tal proposito è l’affermazione dell’economista inglese Kenneth Boulding: «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista».
TESEO.clal.it – Stati Uniti: Precipitazioni totali