L’export di carni suine della UE-27nel periodo Gennaio-Aprile ha raggiunto i 2,3 milioni di tonnellate, il 19,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2020.
La Cina si conferma la principale destinazione con 1,2 milioni di tonnellate e un incremento del 17,6% su base tendenziale. L’area del Sud Est Asiatico con Filippine, Vietnam e Corea del Sud è un interessante mercato di sbocco, così come il Giappone, che ha un tasso di autosufficienza delle carni suine di appena il 48%.
L’export dall’UE verso le Filippine nel primo quadrimestre del 2021 è più che triplicato (+229,3% sullo stesso periodo del 2020) e la diffusione della Peste Suina Africana potrebbe ridurre il tasso di autoapprovvigionamento nel corso di quest’anno, secondo le previsioni USDA.
Export UE Carni fresche, refrigerate o congelate+27% Gen – Apr 2021
A guidare l’export dell’UE-27 sono le “Carni fresche, refrigerate o congelate” (+27%), con la Cina che ha aumentato gli acquisti del 29,6% raggiungendo le 900.000 tonnellate, ed è boom di vendite dall’Unione Europea verso le Filippine (+359%) e Vietnam (+290% su base tendenziale).
La Spagna, principale fornitore della Cina per carni fresche, refrigerate e congelate (share 51%) ha incrementato le vendite verso questo Paese del 97,6%. Nel solo mese di Aprile, nonostante la Cina abbia ridotto le importazioni complessive di carni fresche, refrigerate e congelate dal Mondo del 2,4%, la Spagna ha mantenuto la leadership con un aumento del 43%.
Accelerano anche le esportazioni europee di “Spalle”, di cui il Giappone è la principale destinazione con una quota di mercato del 66% e un aumento degli acquisti quasi triplicato (3.634 tonnellate, +199%).
Il Ministero dell’Agricoltura Statunitense ha pubblicato l’aggiornamento di Giugno sui mercati del Mais e della Soia.
Annata 2021/2022
Gli stock iniziali di Mais per l’annata 2021/22 sono stimati in diminuzione rispetto alle previsioni di Maggio, influenzati dalle revisioni sull’annata in corso. Le previsioni sulla produzione, il trade e la domanda globale di Mais sono sostanzialmente invariate rispetto alle stime di Maggio, di conseguenza gli stock finali sono rivisti in diminuzione.
TESEO.clal.it – Stock Iniziali di Mais 2020/21
Annata 2020/2021
La produzione di Mais per l’annata Settembre 2020 – Agosto 2021 è stata rivista in diminuzione. Il Brasile, durante il mese di Maggio, ha registrato precipitazioni al di sotto della norma nelle regioni Centro-Ovest e Sud, condizionando negativamente le rese del secondo raccolto di Mais.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, per l’annata in corso, sono stati rivisti in aumento i dati sull’export di Mais e sul Mais utilizzato per la produzione di etanolo, riducendo le scorte. I prezzi dell’etanolo sono aumentati sensibilmente negli ultimi mesi, sostenuti da una domanda ora vicina ai livelli pre-Covid.
Prezzi di Mercato
I prezzi medi del Mais durante i primi giorni di Giugno rimangono elevati, seppur ad un livello inferiore rispetto ai picchi raggiunti durante il mese di Maggio. I prezzi medi di vendita del Mais dall’1 all’11 Giugno in USA (North West Iowa) si attestano a 276,2$/Ton, +0,8% rispetto al mese di Maggio.
In Italia, i prezzi medi quotati il 10 Giugno a Bologna sono in aumento del +1,5% rispetto alla quotazione precedente, attestandosi a 271€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico e 275€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico con caratteristiche. Ad ogni modo, i prezzi medi di Giugno sono in leggera diminuzione rispetto a Maggio.
TESEO.clal.it – USA: Prezzo mensile del Mais
SOIA
Annata 2021/2022
A differenza del Mais, le previsioni sugli Stock iniziali di Soia per l’annata 2021/22 sono riviste in aumento di 1,5 Mio Tons, influenzate dalle revisioni sull’annata Settembre 2020 – Agosto 2021. Le stime sulle produzioni, il trade e la domanda globale di Soia sono sostanzialmente stabili rispetto al forecast di Maggio. Di conseguenza, gli stock finali sono rivisti in aumento.
Annata 2020/2021
La produzione di Soia per l’annata in corso (Sett 2020 – Ago 2021) è stata rivista in aumento, trainata da un maggior raccolto di Soia in Brasile.
TESEO.clal.it – Produzione di Soia 2020/21
Prezzi di Mercato
I prezzi medi di vendita della Soia rilevati dall’1 all’11 Giugno in USA (Western Illinois) si attestano a 605,8$/Ton, in calo del -1,4% rispetto alla media di Maggio. Situazione inversa in Brasile, dove i prezzi medi della Soia rilevati nello stesso periodo in Paranà sono in aumento del +1,7% in dollari rispetto al mese di Maggio, attestandosi a 548,5$/Ton.
In Italia, il prezzo medio dei Semi di Soia quotato il 10 Giugno a Bologna è di 638€/Ton, in diminuzione del -2,0% rispetto alla quotazione precedente.
TESEO.clal.it – Brasile: Prezzo Mensile della Soia
Per maggiori dettagli sui mercati del latte, agricolo e suinicolo seguiteci sui nostri siti web CLAL.it e TESEO.clal.it.
La produzione italiana di Soia soddisfa solamenteil 32,7% del fabbisogno interno(annata 2019/2020): ne deriva che l’Italia è tra i principali Paesi importatori di Soia nell’Unione Europea.
Nel mese di Marzo 2021 l’import italiano di Soia è aumentato del +43,4% in volume e del +79% in valore. Nel primo trimestre 2021 i principali Paesi fornitori sono stati USA (+36,8%), Canada (+61%) e Brasile (+10%).
La Soia (esclusi i semi) nel mese di Marzo 2021 ha raggiunto il prezzo medio all’import di 437 €/Ton (+27,7% rispetto Marzo 2020), inferiore alla media delle quotazioni di Bologna nello stesso mese (558 €/ton).
TESEO.clal.it – Italia: Confronto Quotazioni e Prezzi Import di Soia
Anche per il Mais, l’Italia si posiziona tra i principali importatori a livello Europeo. Nel mese di Marzo 2021 l’import di Mais è aumentato del +18% in volume e di +29% in valore.
Nel
primo trimestre 2021 l’Italia ha intensificato
le proprie importazioni dall’UE-27
(1,2 milioni di tonnellate in totale), ed in particolare dall’Ungheria
(+34,8%), principale fornitore. Di conseguenza, nonostante una minor importazione dall’Ucraina (-40,2%), l’import complessivo del trimestre è
aumentato rispetto all’anno precedente, superando il milione e mezzo di
tonnellate.
In Marzo il prezzo medio del Mais (esclusi i semi) importato dall’Ucraina è stato di 216 €/ton, mentre il prezzo medio del Mais importatodall’Ungheria si attestava a 170 €/ton.
Tali
valori sono inferiori alla media delle quotazioni di Marzo sulla piazza di
Bologna (Granoturco nazionale uso zootecnico 234 €/ton, Granoturco
comunitario uso zootecnico 237 €/ton).
TESEO.clal.it – Italia: Confronto Quotazioni e Prezzi Import di Mais
Allevatore Latte e Presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn Traduzione di Leo Bertozzi
Claude Vermot-Descroches – Allevatore
Claude Vermot-Desroches ha condotto un’azienda di vacche da latte in Franche-Comté, di cui ora è titolare la figlia e dal 2002 al 2018 è stato presidente del Comité Interprofessionel Gruyère de Comté, l’organismo di gestione e tutela del maggior formaggio DOP francese, dopo averne guidato la Commissione tecnica dal 1994 al 2002. Attualmente è presidente della rete mondiale delle Indicazioni Geografiche oriGIn, che ha sede a Ginevra, di oriGIn Europa ed oriGIn Francia. Dunque una persona che conosce direttamente la realtà della filiera lattiero-casearia e dei prodotti DOP-IGP anche a livello internazionale.
Ormai, la parola d’ordine è la sostenibilità, durabilité in francese. Affrontare gli ambiti economici, sociali ed ambientali in modo simultaneo e complementare è diventata oggi una necessità.
I prodotti con Indicazione Geografica sono per natura sostenibili
Si tratta di un concetto di cui si parla da una decina d’anni, ma che non è ancora stato intrapreso e sviluppato in modo sistematico. Eppure, tradizionalmente la produzione delle Indicazioni Geografiche (IG) si inseriva appieno negli aspetti di sostenibilità: legame col territorio e fattori locali, leali e costanti, ne sono sempre stati gli elementi distintivi caratterizzanti.
Parafrasando il borghese gentiluomo, la commedia di Molière incentrata sul personaggio di Jourdain, – un arricchito che farebbe di tutto per conquistare la classe aristocratica e per essere accettato da coloro che ne fanno parte in modo da accrescere la propria etichetta di nobiltà – si può dire che mentre adesso tutti cercano di dimostrare la sostenibilità, le IG l’hanno sempre attuata senza saperlo.
In Francia, il mondo agricolo in generale percepisce con un certo malessere le azioni per la sostenibilità, vivendole come una messa in discussione del proprio operato da parte dei movimenti ambientalisti. Inoltre, da qualche anno la sostenibilità è diventata a volte anche uno strumento di marketing per sfruttarne il richiamo. Le IG esulano da tali strategie di opportunismo che le sopravanzano. Debbono comunque rafforzare le loro condizioni di produzione e di commercializzazione per integrare le crescenti preoccupazioni di una produzione in linea con le esigenze attuali.
Riguardo l’aspetto economico delle produzioni, in Francia
esistono delle filiere IG che operano nel concreto la trasparenza collettiva
ed applicano l’equa ripartizione del valore. Esiste anche un quadro
normativo generale per l’equilibrio delle relazioni commerciali nel settore
agricolo ed una alimentazione sana e sostenibile (legge Egalim, 2018), che non
raggiunge però sempre gli scopi annunciati.
Un altro esempio è la nuova etichettatura ambientale degli
alimenti, che risponde alle nuove esigenze della società senza tuttavia
considerare le produzioni DOP ed IGP che hanno insito nel loro fondamento le
esigenze del rispetto ambientale. In questo caso, il soggetto è più
l’etichettatura che non la reale preoccupazione per la tutela dell’ambiente, e
la certificazione ambientale è ritenuta più pregnante piuttosto che l’azione di
operare realmente per la sostenibilità ambientale.
Il Comté DOP limita la produzione latte annua a 4600 litri/ha
Prendendo a riferimento il formaggio Comté, si nota come questa DOP abbia adottato già da tempo delle misure concrete per collegare il prodotto alla zona geografica nel rispetto di una tradizione produttiva di tipo estensivo. È stata così limitata la quantità di latte annuale ad un tetto massimo di 4600 litri ad ettaro e le aziende con una produzione inferiore negli ultimi anni a tale quantità potranno aumentarla al massimo del 10%. Occorre precisare che il massiccio del Giura (catena montuosa calcarea situata a nord delle Alpi, che segna una parte del confine tra Francia e Svizzera) ha differenze altimetriche, climatiche e geologiche che comportano potenzialità produttive dei terreni assai diverse. In un suolo poco profondo difficilmente la produzione foraggera potrà sostenere più di 2000 litri di latte ad ettaro per anno, mentre un suolo profondo nelle zone inferiori può sostenere produzioni anche superiori ai 4 mila litri/ha.
È poi stato scelto di vietare le sostanze OGM, in risposta alle nuove sensibilità, di non raffreddare il latte ma di rinfrescarlo a temperatura di 12°C con l’obbligo di raccoglierlo entro un diametro massimo di 25 km dal caseificio e di lavorarlo ogni giorno. Per rafforzare il carattere artigianale della produzione ed il legame fra prodotto e territorio, si prospettano delle nuove modifiche al disciplinare per limitare la produzione massima per vacca ed il numero di vacche per azienda, per la gestione dell’erba in stalla e l’obbligo di pascolamento mattino e sera. Inoltre, sarà posto un limite anche alla evoluzione dimensionale dei caseifici.
Sotto l’aspetto ambientale e di benessere animale, le vacche
dovranno avere a disposizione 1,3 ettari per capo rispetto all’ettaro attuale,
con una produzione massima di 8500 litri di latte all’anno; la zona di
pascolamento dovrà essere collocata al massimo ad 1,5 km dalla stazione di
munta (esistono stazioni mobili di munta) e le aziende potranno produrre al
massimo 12 mila quintali di latte all’anno.
Onestamente, bisogna però riconoscere che non sempre DOP ed IGP
casearie inseriscono elementi tanto rigorosi nei loro disciplinari produttivi,
così come va anche considerato che i parametri che servono a misurare l’impatto
ambientale delle produzioni non sono sempre adeguati all’allevamento od alla
policoltura, essendo in genere stati approntati per le grandi coltivazioni
vegetali specializzate.
Le certificazioni ambientali rischiano di banalizzare la specificità delle IG
Quindi, occorrerebbe innanzitutto avere un riconoscimento
delle misure di sostenibilità che sono già adottate anziché imporre delle
norme di certificazione che non danno la certezza del risultato e che sono
difficilmente percepibili dal mercato.
In modo generale, possiamo affermare che se in linea di principio
tutte queste iniziative di certificazione ambientale sono positive, esse
rischiano di contribuire o contribuiscono a banalizzare le specificità delle
Indicazioni Geografiche. Di conseguenza ne trarranno beneficio le attività di
comunicazione ed il marketing, anche di produzioni similari, col risultato
della standardizzazione delle produzioni.
Tuttavia, le IG casearie debbono comunque impegnarsi in un concreto e serio lavoro per affermare le modalità di operare dei produttori, il benessere degli animali, il rispetto del territorio da cui provengono le risorse naturali che utilizzano e che rigenerano, affinché venga riconosciuto questo sistema collettivo complesso, piuttosto che subire dei dictat del tutto astratti che un giorno o l’altro saranno rimessi in causa dai consumatori stessi.
Green Deal (Piano verde) europeo, cioè l’insieme delle iniziative politiche per raggiungere la neutralità climatica, Farm to Fork (dal Produttore al consumatore) e Biodiversità, le strategie UE per rendere il sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente, disegnano cambiamenti sostanziali per l’agricoltura nei prossimi decenni, rendendola uno dei settori più importanti per la trasformazione economica e sociale europea verso un futuro durevole.
Gli agricoltori dovranno essere i soggetti della transizione verso sistemi che dovranno continuare ad assicurare la produzione alimentare in mercati aperti e concorrenziali, nella logica della rigenerazione delle limitate risorse ambientali, della biodiversità e della trasparenza, stabilendo nuovi rapporti di fiducia con i consumatori. Ma come saranno gli agricoltori del futuro, come si rapporteranno al mercato, quali le scelte tecniche e tecnologiche per l’innovazione delle loro attività?
Dallo studio Farmers of the Future del Joint Research Centre (JRC), il servizio scientifico di ricerca della Commissione Europea dislocato in cinque Paesi UE, emergono gli ambiti in cui dovranno operare gli agricoltori nella prospettiva al 2040, nel contesto del cambiamento climatico, della scarsità di risorse, dell’evoluzione nella domanda, delle inevitabili modifiche strutturali.
Gli agricoltori nel 2040: profili innovativi e diversificati
La pandemia Covid-19 ha già lanciato un forte allarme su quanto il sistema alimentare debba essere resiliente e su come la produzione agricola nei prossimi decenni non possa basarsi solo sulle pratiche attuali ma debba applicare l’agroecologia ed anche sviluppare metodi innovativi come l’agricoltura cellulare (cell farming) o quella in ambiente controllato (vertical farming, fuori suolo). Per rispondere alle aspettative della società ma anche per dare un apporto specifico alla sostenibilità, i profili degli agricoltori potranno essere molto diversificati: dal tipo adattativo a quello industriale, intensivo, patrimoniale; oppure innovativo (cell farmer, fuori terra), ma anche attivo per scopi sociali o comunitari, per nuove scelte di vita, nell’agricoltura periurbana od anche semplicemente essere agricoltori per passione.
I vari profili di agricoltori saranno comunque interessati dalle innovazioni tecnologiche che caratterizzeranno l’agricoltura nei prossimi due decenni. La digitalizzazione modellerà i processi produttivi, come lasciano già intravedere agricoltura di precisione ed automazione, la grande disponibilità di dati renderà più trasparenti i processi produttivi mentre le nuove applicazioni biotecnologiche potranno innovarli o trasformarli.
Restano delle domande importanti: come potranno i diversi profili di imprenditori agricoli tendere alla stessa direzione? Come diventare resilienti verso le crisi di varia natura? Come affrontare le volatilità? E soprattutto, come effettivamente agire nel dialogo di filiera e con i consumatori? Le scelte strategiche UE indicano che è giunto il momento per rispondere a tali domande. Tutti debbono esserne consapevoli.
Gianmichele Passarini – Avicoltore e Presidente Cia Veneto
“A un prezzo intorno ai 500 euro alla tonnellata la soia permetterebbe una corretta marginalità agli agricoltori e un certo equilibrio per il sistema mangimistico e allevatoriale. Oltre il tetto dei 700 euro, come è oggi, si colloca invece su un terreno insidioso, che non permette alle filiere di reggere a lungo, con il rischio di trascinare verso il basso comparti che magari si trovano già in condizioni complesse, come il settore suinicolo. Per altro per dirla tutta, dubito che vi siano oggi tanti agricoltori veneti che stiano vendendo soia a 700 euro la tonnellata”.
Parte dal prezzo della soia il ragionamento di Gianmichele Passarini, presidente di Cia Veneto e allevatore di tacchini a Bovolone (Verona), con una produzione di circa 150mila capi in soccida con il gruppo Fileni e 10 ettari coltivati.
Presidente Passarini, come
interpreta il boom dei listini di cereali e semi oleosi?
“Credo si tratti di una
concomitanza di più fattori concatenati: da un lato una estrema voracità della
Cina, che sta acquistando materie prime in quantità; problemi di logistica
correlati al Covid-19, che hanno fatto crescere i costi dei noli e dei
trasporti, rendendoli allo stesso tempo più difficoltosi; gli stock in
diminuzione. Siamo in una fase in cui, da qualunque parte la si tiri, la
coperta è corta”.
La fiammata della soia ha
ridotto notevolmente il gap fra i prezzi del convenzionale e del biologico,
oggi vicinissimi.Questo scenario non potrebbe rallentare le conversioni,
proprio mentre la Commissione europea invita a scegliere di coltivare bio?
Situazione che rallenta la scelta del biologico
“Assolutamente è una situazione
che rallenta la scelta del biologico. Con prezzi elevati della soia
convenzionale nessuno si sposterà sul bio, considerato che i costi di
produzione aumentano e le rese sono inferiori. Il nodo resta sempre quello: dobbiamo
avere una produzione che sia legittimata dal ritorno economico, non si può
produrre in perdita”.
Che impatto hanno sulla
zootecnia le materie prime così elevate nelle loro quotazioni?
“Si aprono due elementi di
criticità, a mio avviso: le importazioni a minor costo, dove possibile, e la
tenuta dei sistemi delle DOP, che non possono più di tanto ridurre i costi di
produzione. Per le filiere che non stanno attraversando un momento favorevole
come quella dei suini e delle DOP dei prosciutti la faccenda si complica,
perché il sistema si basa ancora sulla centralità della coscia e non riesce a
dare il giusto valore al resto della carcassa. La filiera si sta orientando verso
la soccida, ma non ha forse ancora trovato la strada per ottimizzare il ciclo
produttivo, ridurre i costi e migliorare di conseguenza la redditività. Ma se
non troveremo la strada per valorizzare a tutta la carcassa, avremo
difficoltà”.
Le importazioni cinesi di
carne suina dall’Europa hanno evitato rimbalzi eccessivamente negativi sui
mercati, con benefici anche per l’Italia. E se la Cina dovesse ridurre
l’import, dopo aver ricostituito gli allevamenti colpiti dalla peste suina
africana?
“Anche se indirettamente, è vero,
abbiamo alleggerito le pressioni sul mercato interno, anche se oggi gli
allevatori devono fare i conti con costi di produzione in aumento. Nelle
filiere delle DOP serviranno investimenti promozionali, di posizionamento e
mirati allo stesso tempo all’internazionalizzazione”.
C’è anche un tema legato al
benessere animale. Come muoversi?
La soluzione non è mettersi sulla difensiva
Il tema esiste e la soluzione non
è mettersi sulla difensiva. Ma dobbiamo dire che l’allevamento oggi non è come
quello di 20 o 30 anni fa. Ci sono già le direttive e devono essere rispettate.
Questo, in larghissima parte e salvo qualche eccezione, già avviene. Proprio
per questo ritengo che la questione debba essere affrontata in maniera lucida,
senza farsi condizionare dall’emozione o dal desiderio di compiacere qualche
frangia rumorosa della società, che ha tutto il diritto di esprimersi”.
Cosa suggerisce di fare?
“Prima di prendere decisioni avventate è fondamentale capire gli impatti economici che alcune scelte potrebbero avere non solo sul sistema produttivo, ma anche su quello sociale e sul Paese nel suo insieme. Mi spiego meglio: se decidiamo di ridurre drasticamente il numero dei capi in virtù del benessere animale, senza preoccuparci delle catene di approvvigionamento, quali saranno le conseguenze sui consumatori? Pagheranno di più per il cibo? E da dove ci approvvigioneremo? E saremo sicuri che saranno rispettate le norme sul benessere animale anche là dove andremo ad acquistare le carni o i prodotti di derivazione zootecnica? Poi vi sono gli aspetti di natura economica”.
Quali?
“Siamo tutti d’accordo che il
benessere animale sia un aspetto chiave dell’allevamento e del percorso
produttivo. In questi anni sono stati fatti dei passi avanti e altri ve ne
saranno per migliorare ulteriormente. La tecnologia in questo senso può
senz’altro aiutare. Ma qualcuno si è soffermato sugli aspetti economici? Nel
momento in cui riduco la produzione di carne per metro quadro, chi copre quella
quota che non produco più? E sa qual è il rischio?”.
Lo dica lei.
“Il rischio è aprire alle
importazioni dall’estero, con una feroce concorrenza intra-Ue ed extra-Ue, che
è ancora più devastante per la zootecnia italiana e non so fino a quanto sicura
sul piano del benessere animale. Perché in Italia siamo sicuri che le
produzioni seguono determinate regole, al di fuori dell’Unione europea non saprei.
Sta di fatto, estremizzando volutamente gli aspetti economici per respingere le
accuse di una parte per fortuna minoritaria della società, che un animale che
sta bene e che cresce nel benessere, è un animale che produce e che porta
reddito. Bisogna però saper trovare un equilibrio, altrimenti, fra costi di
produzione che aumentano e meno capi allevati per garantire gli spazi previsti
per l’animal welfare, rischiamo che il Made in Italy si trasformi in un bene di
lusso, ad alto tasso di spesa, che gli italiani non possono più permettersi”.
L’Italia sta perdendo terreno
sul fronte dell’autosufficienza. Perché? Come rilanciare la produzione interna
di mais?
“Non possiamo pensare di arrivare
all’autarchia, perché abbiamo in mano le armi del medioevo, cioè l’ibrido. Bisogna,
quindi, attivarsi per avere nuove varietà, piante differenti in grado di
superare i problemi delle aflatossine, della piralide e dello stress idrico, riducendo
il fabbisogno di acqua e di chimica. Naturalmente non possiamo muoverci sul terreno
superato degli OGM, ma la ricerca dovrà svilupparsi a partire da una
accelerazione sulle New Breeding Technology.
Servono ricerca, nuove tecniche agronomiche e accordi di filiera
Serve un forte impulso alla
ricerca, accompagnata da nuove tecniche agronomiche, dall’agricoltura di
precisione, da un utilizzo razionale delle risorse idriche, dei fertilizzanti,
dei diserbanti e dei mezzi tecnici nel loro complesso.
Successivamente, la strada da
percorrere sarà quella degli accordi di filiera con l’industria di
trasformazione. Sarà imprescindibile lavorare insieme e coinvolgere
maggiormente gli agricoltori, anche attraverso un patto etico. Allo stesso
tempo, servirà maggiore programmazione sugli stoccaggi, per i quali la
trasparenza sarà la strada obbligata. Oggi, invece, non sempre si conoscono i
dati sugli stock”.
Ha parlato di agricoltura di
precisione. Il Piano nazionale di resilienza e ripartenza (Pnrr) ne asseconda
la crescita.
“Sì, ma finora ci sono solo le linee generali e il Piano è
ora al vaglio della Commissione Europea. Vedremo in quale formula sarà
licenziato, ma è innegabile che vi siano risorse da utilizzare in tal senso.
Dovremo essere bravi e cogliere l’occasione per accelerare su ogni aspetto
della precision farming, dalla mappatura dei terreni alla gestione degli
effluenti zootecnici, delle sostanze organiche, delle risorse idriche, dei
mezzi tecnici e così via. L’obiettivo finale è fare in modo che l’agricoltura
italiana sia considerata una specialty e non una commodity in ogni
aspetto, così da consentire alle imprese agricole di fare reddito. L’Unione Europea
metterà a disposizione notevoli fondi per la crescita attraverso più strategie:
il Recovery fund, la PAC e il Green Deal. Dovremo saper cogliere queste
occasioni con idee e progetti organici”.
Primo Forecast USDA sull’annata 2021-2022 per i mercati di Mais e Soia: le produzioni mondiali sono stimate in aumento, influenzando positivamente gli stock finali, mentre i prezzi nelle principali piazze mondiali si mantengono elevati.
Michele del Team di CLAL.it e TESEO commenta il forecast e gli andamenti di mercato nel seguente video.
MAIS
Le Produzioni Mondiali di Mais per l’annata 2021/22 sono stimate a 1.190 Mio Ton, in crescita del +5,4% rispetto l’annata precedente. Si prevedono aumenti in tutti i principali paesi produttori, con raccolti record per Brasile, Cina e Ucraina.
Anche la domanda globale di Mais per la stagione 2021/22 è stimata in aumento, supportata principalmente dalla forte richiesta per l’alimentazione animale.
L’export di Mais per la prossima stagione è stimato in crescita del +5,7%, trainato da Brasile (+22,9%), Argentina (+5,9%) e Ucraina (+32,6%). L’export degli Stati Uniti è previsto in diminuzione del -11,7% data la maggior competitività di Ucraina e Russia.
Gli Stock finali di Mais, risultanti dal bilancio tra produzioni, domanda ed export, sono stimati in aumento del +3,1%, con variazioni importanti negli Stati Uniti (+19,9%) e in Brasile (+70,7%).
TESEO.clal.it – Mais: Bilancio di Mercato 2021-22
I prezzi medi di vendita del Mais rilevati nelle principali piazze mondiali dall’1 al 12 Maggio, registrano ulteriori incrementi, con variazioni significative per USA (+21,4%), Argentina (+12,1% in dollari) e Francia (+10,8%) rispetto alle quotazioni di Aprile.
In Italia, i prezzi medi quotati il 13 Maggio a Bologna sono in aumento a 278€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico e 282€/Ton per il Mais nazionale ad uso zootecnico con caratteristiche.
TESEO.clal.it – Prezzo Mais di Bologna
SOIA
Le Produzioni Mondiali di Soia per la stagione 2021/22 sono stimate a 386 Mio Ton, in aumento del +6,2% rispetto l’annata precedente, guidata dagli aumenti produttivi di Brasile, Stati Uniti e Argentina.
L’import è stimato in aumento del +2,9%, supportato dalla domanda cinese, che si prevede in crescita a 103 Mio Ton per l’annata 2021/22. L’export mostra una maggiore stabilità, con l’aumento stimato per il Brasile (+8,1%) compensato da un calo atteso per gli Stati Uniti (-9,0%).
TESEO.clal.it – Export di Soia
Con una domanda che cresce ad un ritmo più lento delle produzioni, gli Stock finali di Soia sono rivisti in positivo, +5,3% rispetto alla stagione 2020/21.
Continua l’aumento delle quotazioni dei Semi di Soia nei primi giorni di Maggio. I prezzi medi di vendita della Soia dall’1 al 12 Maggio in USA (Western Illinois) si attestano a 627$/Ton, +9,8% rispetto al mese precedente. Trend analogo per il Brasile, dove i prezzi medi della Soia dall’1 al 12 Maggio registrano una variazione del +7,2% in dollari rispetto ad Aprile, e per l’Italia, con il prezzo medio dei Semi di Soia quotato a Bologna che ha superato i 700€/Ton.
TESEO.clal.it – Prezzo Semi di Soia in USA
Per maggiori dettagli sui mercati del latte, agricolo e suinicolo seguiteci sui nostri siti web CLAL.it e TESEO.clal.it.
Nel periodo Gennaio – Marzo 2021, l’Import della Turchia di Cereali è leggermente rallentato (-3,2%), pur registrando un aumento del 33,2% nel mese di Marzo.
Turchia: Import di Grano Duro +34% Gen – Mar 2021
Il Frumento ha registrato un aumento del +7,1% in quantità e del +20,2% in valore su base tendenziale, ed è il cereale più importato, seguito dal Mais. Direzioni diverse per l’import turco di Grano Duro, (+34,2% nei primi tre mesi del 2021 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) e di Grano Tenero (-69,7%).
Positive le variazioni per Mais (+0,3%) e Riso (+5,2%). In diminuzione l’import di Crusca (Import dall’Italia -85,5%), Orzo (-28,2%) e altri Cereali (-84,7%).
L’import turco di Cereali proveniente dalla Russia nel primo trimestre del 2021 è aumentato sensibilmente rispetto a Gennaio – Marzo 2020, passando da 1,8 a 2,9 milioni di tonnellate. Situazione opposta per quanto riguarda le importazioni provenienti dall’Unione Europea, in diminuzione del 71,3% rispetto al primo trimestre del 2020.
TESEO.clal.it – Turchia: Import Cereali
L’import della Turchia di Semi Oleosi per il periodo Gennaio – Marzo 2021 ha registrato una frenata significativa: -28,7% su base tendenziale. L’import proveniente dalla Russia è diminuito sensibilmente, passando da oltre 421.000 tonnellate dei primi tre mesi del 2020 a circa 27.000 tonnellate nel primo trimestre del 2021.
Molto positive, invece, le importazioni della Turchia di Semi Oleosi provenienti dall’Unione Europea. Nel periodo Gennaio – Marzo 2021, la Turchia ha importato dall’UE (principalmente dalle vicine Romania e Bulgaria) oltre 166.000 tonnellate di Girasole, che rappresentano il 51% delle importazioni complessive di questo prodotto.
La filiera della carne ha bisogno di essere percepita in modo migliore riguardo la sostenibilità, sia questo per l’aspetto del cambiamento climatico o il benessere animale.
La carne di maiale emette solo 6 kg di CO₂ per ogni kg, rispetto ai 60 kg della carne bovina, ai 24 kg della carne di pecora ed anche ai 21 kg di CO₂ per ogni kg di formaggio. Dato però che la carne di maiale è la più consumata al mondo (36% del consumo totale di carne), anche ai produttori suinicoli è richiesto di ridurre l’impatto ambientale delle loro attività.
I gas immessi in atmosfera nel ciclo dell’allevamento suinicolo sono il risultato delle emissioni indirette dalle coltivazioni per l’alimentazione degli animali e quelle dirette dall’allevamento, cioè animali e deiezioni. Si tratta soprattutto di ossidi di azoto ed anidride carbonica, mentre le emissioni di metano sono molto più ridotte di quelle dei ruminanti. Esiste poi l’impatto derivante dai processi di lavorazione e confezionamento della carne.
Un approccio di filiera per ridurre le emissioni
Secondo Danish Crown la riduzione delle emissioni deve essere un approccio complessivo, “olistico”, che riguarda tutti i soggetti e comprende elementi quali uso di antibiotici, origine degli alimenti, benessere animale, biodiversitànell’allevamento. La cooperativa danese si è prefissata l’obiettivo al 2030 di tagliare del 50% le emissioni carboniose rispetto ai livelli del 1990 dei 12 milioni di animali che macella. Il metodo per raggiungere tale risultato si basa sul coinvolgimento della filiera produttiva, partendo dagli allevatori che debbono impegnarsi a rilevare e comunicare all’azienda tutti i dati per i vari elementi di sostenibilità in modo da costituire la “traccia climatica”.
Pilgrim’s nel Regno Unito ha misurato una media di 2,54 kg di CO₂ per ogni kg di peso vivo di carne, il che rappresenta uno dei valori di emissioni più basse al mondo. Questo risultato è stato ottenutoagendo in modo molto attento sulla origine degli ingredienti per l’alimentazione animale, in particolare la soia, prestando molta attenzione alle condizioni di allevamento con l’adozione della certificazione di benessere animale ed alla natura del packaging.
Adeguarsi al mercato: le aziende della carne debbono essere “market driven”. La società richiede con sempre maggior forza prodotti sostenibili, agricoltura sostenibile, trasparenza e sicurezza. La risposta non può che essere corale da parte di ogni componente della filiera produttiva: agricoltura conservativa, allevamenti etici, aziende di trasformazione orientate all’innovazione. Anche i prodotti tradizionali vivono se evolvono.
TESEO.clal.it – Share delle Macellazioni di Suini in UE