Imprudente rinunciare a colture strategiche come il Mais [Intervista a Valeria Villani, CIA Reggio Emilia]
7 Maggio 2026

Valeria Villani – Imprenditrice agricola e Presidente provinciale di CIA-Agricoltori Italiani a Reggio Emilia

Valeria Villani, imprenditrice agricola e neo eletta presidente provinciale di Cia-Agricoltori Italiani a Reggio Emilia, coltiva 450 ettari di terreno a Gualtieri (Reggio Emilia). La sua azienda è fra le pioniere dell’agricoltura di precisione e della minima lavorazione, praticata da oltre 20 anni, con benefici ambientali e ritorni economici.

È periodo di semine primaverili. Quali sono gli orientamenti nella sua area? Qual è il sentiment degli agricoltori e degli allevatori?

“Sono in calo le superfici a mais e soia, mentre per ora sembrano procedere in maniera ottimale le colture di cereali autunno-vernini, grazie all’andamento meteo. Se dovesse continuare così potremmo sperare in buone rese.

Il sentiment è, tuttavia, negativo, perché veniamo da un’annata in cui le produzioni sono state inferiori del 50% rispetto alla produzione media, con prezzi di mercato in calo: due fattori che hanno fatto partire gli agricoltori con scarsa liquidità. E le incertezze si sono aggravate per lo scenario geopolitico complessivo e le tensioni in Iran. Il prezzo del gasolio è raddoppiato, passando da 0,75 euro a 1,50 euro al litro. Il prezzo del grano, dopo mesi di prezzi stazionari, è calato, mentre il mais, trascinato verso l’alto dall’escalation del greggio, dal momento che quando il petrolio aumenta a livello mondiale si risveglia l’interesse per il biodiesel, oggi è meno brillante e non si vedono all’orizzonte grandi incrementi dei listini. Morale: poca liquidità di partenza, costi di produzione cresciuti, volatilità e incertezza dei mercati all’orizzonte”.

Si parla anche di secondi raccolti?

“Nella nostra zona non moltissimo, ma siamo nel comprensorio di produzione del Parmigiano Reggiano, dove molte superfici sono a prato. I secondi raccolti devono in ogni caso fare i conti con due variabili: da un lato la disponibilità di acqua e dall’altro i costi del gasolio. Ha meno spese chi applica la minima lavorazione in campo, ma operazioni colturali e irrigazione comportano spese di carburante non indifferenti. È necessario che le imprese agricole facciano bene i conti”.

L’Italia continua a perdere terreno sul fronte maidicolo. Come invertire la rotta? È possibile oppure dobbiamo prepararci a fare i conti con importazioni crescenti di mais?

I prodotti locali sono fondamentali per le produzioni DOP

“In un momento socio-economico come quello attuale, ritengo sia molto imprudente pensare a rinunciare a colture strategiche come il mais, che sta alla base a tutte le filiere zootecniche. Inoltre, avendo filiere Dop che per disciplinare devono attingere per il 51% a razioni alimentari all’interno dei comprensori di produzione, dobbiamo inevitabilmente sostenere la produzione locale. Affidarsi a importare dall’Ucraina e dall’America Latina, con scenari globali così incerti, potrebbe mettere a repentaglio gli approvvigionamenti strategici per la filiera zootecnica e alimentare”.

I contratti di filiera, così come sono strutturati oggi, sono efficaci oppure andrebbero rivisti? Come potrebbero essere migliorati?

Contratti di filiera: più equilibrio e valore alla produzione

“I risultati parlano da soli. Se calano le semine di mais e frumento significa che i contratti di filiera non hanno dato i risultati sperati. Sono mancati, d’altronde, gli effetti positivi sui produttori. Andrebbero rivisti, magari prevedendo che, al di sotto dei costi di produzione, non è possibile scendere: un parametro che è stato studiato e che andrebbe previsto nei contratti di filiera, altrimenti si corre il rischio di ottenere l’effetto opposto per i quali tali accordi erano stati previsti. Dobbiamo fare in modo che, se da un lato l’industria ha la garanzia di ritirare prodotto italiano, anche gli agricoltori devono poter essere garantiti su un prezzo minimo. Dovrebbe valere per il grano, per il mais e per la soia, altrimenti, in particolare per la soia, l’Italia finisce ad importare prodotti OGM, mentre l’obiettivo dell’autosufficienza rimane lontano. Ma entriamo in un contesto dove, accanto ai contratti di filiera, è necessario prevedere a livello comunitario degli accordi di reciprocità sul fronte import/export”.

La sua azienda è sempre stata all’avanguardia in fatto di tecnologie di precisione. Quali investimenti ha fatto di recenti e quali, invece, in programma?

Con lo strip till abbiamo un bilancio di carbonio positivo

“Negli ultimi anni abbiamo chiuso il ciclo, acquistando sistemi satellitari per monitorare le produzioni. Da tempo facciamo su quasi tutta la nostra superficie aziendale minima lavorazione, semina su sodo, semina a rateo variabile, concimazione a rateo variabile. In questo modo abbiamo coniugato aspetti di sostenibilità economica con elementi di sostenibilità ambientale, avendo un impatto in termini di emissioni di carbonio inferiori a chi applica procedure di agricoltura tradizionale. Con lo strip till, avendo eliminato le fasi di zappatura e aratura, abbiamo un bilancio positivo sul conto di carbonio. L’ultimo investimento aziendale, sostenuto da un bando Ismea, ha riguardato un sistema di spandimento dei fitofarmaci all’avanguardia. 

Dal Covid in avanti, negli ultimi 6-7 anni, il costo per l’acquisto di trattori e macchinari in generale è cresciuto dal 100% al 150% e, francamente, senza contributi le imprese non sono più in grado di ripagare gli investimenti. Siamo in una fase in cui non solo la liquidità scarseggia e la redditività si è assottigliata, ma si è posto insistentemente il problema dei cambiamenti climatici, un altro fattore che complica molto la visione imprenditoriale a lungo termine. Torniamo al sentiment di incertezza diffuso fra gli operatori”.

Se i mercati soffrono la volatilità, quali alternative potrebbero dare ossigeno alle imprese agricole?

“Da anni si parla di sistemi per la valorizzazione dei crediti di carbonio, essendo l’agricoltura un’attività che ha emissioni negative. Potrebbe essere un servizio ambientale molto utile, in grado di valorizzare il lavoro green che già svolgono gli agricoltori con un’integrazione al reddito importante. Sarebbe inoltre un riconoscimento significativo per quanto svolgiamo anche per la società”.

Riso italiano sotto pressione + Commento di Massimo Piva, CIA Ferrara
12 Marzo 2026

Massimo Piva
Ferrara

Di: Elisa Donegatti

Il mercato del Riso italiano attraversa una fase complessa, caratterizzata da pressione competitiva internazionale, cambiamento nei flussi commerciali e segnali di rallentamento dei prezzi. Nei primi undici mesi del 2025 l’Italia ha importato oltre 337 mila tonnellate (+14,3%), mentre i volumi esportati sono calati del 7,7%, da 665 mila a 614 mila tonnellate, con una riduzione del valore complessivo di quasi il 6%.

Dal punto di vista varietale, l’Italia esporta soprattutto risi di maggior qualità come Carnaroli, Arborio e Baldo, mentre le importazioni riguardano risi di tipo Indica o varietà asiatiche a minor costo, destinate sia al consumo diretto sia alla trasformazione industriale. Questa distinzione si riflette anche nelle dinamiche dei prezzi sul mercato interno. Nelle principali piazze come Bologna, le quotazioni mostrano una lieve flessione: Carnaroli e Arborio intorno ai 1.200 €/ton, con dinamiche analoghe per Baldo e Roma, mentre l’Originario si mantiene sostanzialmente stabile.

A questo scenario del mercato interno, segnato da importazioni in aumento e prezzi in frenata, si aggiunge l’offerta internazionale: negli ultimi anni l’Europa ha aumentato le importazioni di Riso da paesi asiatici come Cambogia, Myanmar, India, Pakistan e Thailandia, spesso favorite dai regimi di agevolazioni tariffarie previsti dall’UE per i Paesi meno sviluppati. Una quota significativa delle importazioni di Riso in Italia proviene da queste aree, accentuando la concorrenza per le varietà italiane di qualità.L’Italia conferma il ruolo di principale produttore UE, con oltre la metà della produzione comunitaria, ma resta esposta alla pressione delle importazioni e al calo delle esportazioni, elementi che possono influire sulla sostenibilità economica delle aziende e sulla competitività della filiera. Il dibattito europeo è tornato al centro dell’attenzione: diverse organizzazioni agricole chiedono un monitoraggio più attento dei flussi commerciali, possibili aggiornamenti del regolamento UE sulle preferenze commerciali e strumenti di salvaguardia più efficaci per il settore.

Il commento dell’Agricoltore

Massimo Piva – Nuovo Presidente CIA-Agricoltori Italiani Ferrara

“Dallo scorso Dicembre le quotazioni hanno registrato una vera e propria caduta libera.

Questa anomalia di mercato deriva dallo spostamento di migliaia di ettari, precedentemente coltivati a varietà Indica e Basmati – oggi caratterizzate da quotazioni molto basse a causa delle massicce importazioni a dazio zero – verso varietà classiche destinate al mercato interno. Questo fenomeno ha determinato un surplus di offerta e un conseguente blocco degli acquisti da parte dell’industria.

Le aziende agricole sono in forte sofferenza, con Produzioni Lorde Vendibili (PLV) che spesso non coprono i costi di produzione. Allo stesso tempo anche le industrie risicole si trovano in difficoltà: quelle che un tempo vendevano riso Indica sui mercati del Nord Europa oggi devono competere con il prodotto asiatico già confezionato che arriva direttamente sugli scaffali dei supermercati.

L’Ente Nazionale Risi, insieme agli altri Paesi produttori, ha dichiarato lo stato di emergenza del settore, chiedendo con forza all’Unione Europea l’attivazione automatica della clausola di salvaguardia per reintrodurre i dazi doganali. Ulteriore motivo di preoccupazione è rappresentato dall’avvio del trattato commerciale con i Paesi Mercosur.

Guardando alle prossime semine, si conferma la consueta tendenza a orientarsi verso le varietà che nel presente appaiono più quotate, con il rischio di creare nuovamente squilibri nella successiva campagna di commercializzazione.Il settore non è ancora maturo per dotarsi di una vera programmazione produttiva, attraverso contratti di filiera costruiti sulle potenziali esigenze di mercato, in grado di garantire maggiore stabilità e una distribuzione più equilibrata del valore lungo la filiera.”

TESEO.clal.it – Italia (Bologna) – Prezzo Riso Arborio

Mais Bio: il prezzo aumenta in un settore sotto pressione + Commento di Davide Pinton
1 Agosto 2025

Davide Pinton
Schio (VI)

Di: Elisa Donegatti

Negli ultimi anni, il mercato del Mais Biologico da granella per uso zootecnico ha registrato forti oscillazioni, ben evidenziate dal grafico che visualizza i prezzi della Camera di Commercio di Bologna.  Dopo una fase di avvicinamento tra i prezzi del convenzionale e del biologico nel 2023, il differenziale è tornato ad aumentare: nel mese di Luglio 2025 il Mais biologico è a 368 €/ton, mentre il convenzionale si attesta intorno ai 265 €/ton, con un divario di oltre 100 €/ton, pari ad un rincaro di circa il 40%.

Una delle cause principali è la contrazione delle superfici coltivate a Mais biologico, diminuita del 34% nel 2023. 

Le rese inferiori – fino al -40% rispetto al convenzionale – non sono compensate da minori costi. Lavorazione, irrigazione e manodopera pesano in ugual misura su entrambe le tecniche colturali. Nel convenzionale è possibile migliorare la produttività con input chimici e varietà selezionate, strumenti non disponibili nel biologico. Inoltre, il controllo delle infestanti nel bio risulta più oneroso e meno efficace, incidendo ulteriormente sulla redditività.

L’Italia è il terzo produttore europeo di Mais biologico, dopo Francia e Romania, ma la nostra produzione è in calo, a differenza degli altri due Paesi dove si registra maggiore stabilità o crescita. Parte del fabbisogno nazionale viene coperto da importazioni, in particolare dall’Ucraina, sottoposte comunque a sistemi di certificazione e tracciabilità più rigorosi rispetto al convenzionale.

Il sistema del Mais biologico appare oggi sotto pressione: da un lato le difficoltà produttive, dall’altro la concorrenza estera e la volatilità delle quotazioni. Per chi opera nella filiera, resta fondamentale valutare ogni scelta colturale in funzione della sostenibilità economica e delle evoluzioni del contesto internazionale.

TESEO.clal.it – Granoturco: prezzi convenzionale e biologico

Il commento dell’Allevatore

Davide Pinton
Allevatore Latte e Carne Biologici

L’aumento del divario di prezzo tra mais biologico e convenzionale, la vedo una conseguenza comprensibile, per via delle maggiori difficoltà e delle rese inferiori che affrontiamo nella produzione.

Fortunatamente, questo aumento del costo del mais non mi spaventa personalmente in modo preoccupante in questo momento storico. Essendo soci della Cooperativa Latterie Vicentine, si riesce a valorizzare bene il latte biologico sia attraverso il latte alimentare, sia con prodotti a denominazione protetta come Grana Padano e Asiago. Questo ci permette di avere ancora una certa marginalità. 

Sono convinto che il vero problema sia per chi non ha le stesse opportunità di valorizzazione tramite le DOP.

In conclusione, la mia speranza è che i prezzi del mais biologico e delle altre materie prime Bio, rimangano a livelli stabili, senza troppi scossoni verso l’alto, (per ora mi sembrano ancora livelli accettabili) a patto che anche il prezzo del latte biologico alla stalla segua lo stesso andamento. 

Questo significherebbe che il prodotto finale ha trovato il suo posizionamento stabile sul mercato dato dall’apprezzamento dei consumatori. 

Riso: il mercato mondiale grava sui prezzi in Italia + Commento di Daghetta [Risicoltore]
10 Luglio 2025

Daghetta Giovanni
Pavia

Di: Elisa Donegatti

L’Italia è il principale produttore europeo di Riso: autosufficiente sia per il Risone che per il Riso Lavorato, ha prodotto circa 1,4 milioni di tonnellate nel 2023, quando le rese elevate hanno compensato la riduzione delle superfici coltivate.

Le stime per il 2024 indicano livelli produttivi simili, nonostante una lieve flessione delle superfici, mentre per il 2025 si prevede un’ulteriore leggera contrazione delle semine. 

L’Italia è riconosciuta a livello internazionale per la qualità delle sue varietà pregiate, come il Carnaroli, simbolo della risicoltura italiana e pilastro della cucina di alta gamma. Questa identità varietale rappresenta un patrimonio distintivo che differenzia il prodotto nazionale dalle importazioni, soprattutto nei segmenti premium del mercato.

Nonostante ciò, l’Italia importa volumi significativi per coprire varietà non coltivate localmente, garantire continuità di fornitura e ridurre i costi di trasformazione interna. Nel 2024 le importazioni hanno raggiunto circa 310.700 tonnellate (+4,7% sul 2023), con un’ulteriore crescita nel primo trimestre 2025 (+9,3%), trainata dal risone grezzo (+67%), principalmente proveniente da altri Paesi europei, grazie all’assenza di dazi, costi logistici contenuti e compatibilità varietale. 

Le dinamiche di importazione influenzano direttamente il mercato interno. Il Riso semilavorato o lavorato arriva soprattutto dall’Asia, con forniture mirate per fascia di prezzo e qualità: Basmati da India e Pakistan (con prezzi medi nel 2024 rispettivamente del 1.31  €/kg e 1.19 €/kg), Jasmine da Thailandia (0,95 €/kg), Myanmar e Cambogia per segmenti più economici (0,72–0,89 €/kg). Anche il semigreggio proviene soprattutto da India e Pakistan, approfittando di regimi tariffari più favorevoli e la lavorazione interna per aggiungere valore. Le rotture di Riso arrivano sia dall’Asia (Pakistan, Myanmar, Cambogia), per grandi volumi low-cost destinati a usi industriali (farine, snack, mangimi), sia dall’UE (Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Austria), per lotti più selezionati con standard qualitativi superiori.

Questa strategia di approvvigionamento dall’estero esercita una pressione diretta sui prezzi interni. I prodotti importati più economici stanno spingendo al ribasso anche i prezzi di varietà italiane di fascia media come Ribe o Roma.  A fronte di questa realtà, i produttori italiani si trovano a fronteggiare costi più elevati (manodopera, energia, standard qualitativi) e, di conseguenza, margini di manovra ridotti

La leva per difendere il valore del Riso nazionale rimane nella qualità riconosciuta, nella tracciabilità e nella valorizzazione delle varietà identitarie come il Carnaroli. Ma il ruolo crescente dell’import, combinato alla contrazione delle superfici e alle incertezze climatiche, continuerà a influenzare — direttamente e indirettamente — gli equilibri del mercato interno e la formazione dei prezzi.

TESEO.clal.it – Italia: Import di Riso

Il commento del Produttore

Giovanni Daghetta – Risicoltore e vicepresidente COPA‑COGECA

Il mercato del Riso in Italia e in Europa ha goduto negli ultimi tre anni di prezzi molto interessanti per gli agricoltori, sostanzialmente per tre motivi: una produzione europea in calo, soprattutto per problemi climatici legati alla mancanza di acqua; un mercato internazionale sostenuto dalla chiusura delle esportazioni indiane; un aumento dei consumi in tutta Europa.

Negli ultimi mesi, però, il mercato mondiale è sceso di circa il 40%, principalmente a causa della riapertura dell’export indiano. Le alte quotazioni raggiunte dalle varietà italiane tipiche da risotto (Arborio, Carnaroli) hanno un po’ scoraggiato i consumatori. Inoltre, la facilità di importare in Europa riso in piccole confezioni da Paesi EBA come Cambogia e Myanmar, insieme a un dazio fermo da 24 anni e ormai troppo basso, e il forte aumento delle semine di riso in tutta Europa, stanno creando le condizioni per un’annata difficile per il collocamento del riso europeo.

Frumento duro: spicca l’offerta Italiana + Commento di Miano [CIA Foggia]
26 Giugno 2025

Angelo Miano
Foggia – ITALIA

Di: Elisa Donegatti

L’International Grains Council (IGC) ha stimato la produzione 2025 di Frumento Duro in Italia a 4,2 milioni di tonnellate: una crescita addirittura del 20%, favorita dall’espansione delle superfici coltivate (+10%) in Puglia, Sicilia e Basilicata, da una semina abbondante grazie ai prezzi del 2024 e da condizioni agronomiche ideali (autunno secco, primavera regolare e campi ben preparati). Ritardi localizzati nelle semine si sono verificati al Nord per eccesso di pioggia e al Sud per siccità iniziale.

Meno rosea la stima sulla produzione mondiale: 35,2 milioni di tonnellate (-1,5%), con un’offerta in calo soprattutto in Turchia (-18%), a causa delle gelate primaverili, e in Canada (-1,2%), che resta il primo esportatore mondiale. Nel Nord Africa, il quadro è eterogeneo: Algeria e Tunisia favorite dalle piogge, Marocco penalizzato dalla siccità. In Unione Europea, la produzione è attesa in crescita a 7,9 milioni di tonnellate (+9,5%), sostenuto da condizioni climatiche favorevoli e dall’aumento delle superfici seminate (+7%). 

La domanda globale è prevista in aumento a 35,5 milioni di tonnellate (+1,2%), di cui 33,4 milioni destinate all’uso alimentare (+0,9%), il livello più alto dal 2018/19. Le scorte mondiali dovrebbero scendere a 6 milioni di tonnellate (-5,4%), favorendo tensioni sul mercato. Gli scambi assumono un ruolo ancor più strategico nel contesto attuale. Paesi strutturalmente deficitari come il Marocco potrebbero intensificare il ricorso al mercato estero. Al contrario, l’Italia, forte di un raccolto abbondante, potrebbe ridurre le importazioni significativamente.

In termini di prezzi, attualmente le quotazioni della Borsa Merci di Foggia si attestano tra 303 e 313 €/ton, lievemente superiori alla media di Maggio ma limitate dall’ampia disponibilità interna e dalla pressione delle importazioni. Il rafforzamento dell’euro sul dollaro migliora la competitività del durum nordamericano. Il Frumento Duro Canadese, riferimento internazionale, si colloca attualmente tra 315 e 350 USD/ton (pari a 295 – 328 €/ton al cambio attuale). Tali valori, espressi franco azienda, pur non includendo oneri di trasporto, logistica, dogana (CIF) né eventuali premi di qualità, rappresentano una utile base di confronto. Il differenziale rispetto al mercato italiano risulta contenuto; tuttavia, in presenza di ulteriori ribassi sui mercati esteri, non si esclude un ritorno più attivo delle importazioni.

Favorevole dunque la situazione dell’Italia in un contesto globale segnato da un’offerta in calo, domanda sostenuta, scorte in erosione e flussi commerciali sotto pressione. Dinamiche da monitorare con attenzione nei prossimi mesi.

TESEO.clal.it – Italia: Import di Frumento Duro

Il commento del Produttore

Angelo Miano – Produttore di Frumento Duro di Foggia – Presidente CIA Foggia

In merito alla produzione di quest’anno, si devono registrare performance leggermente superiori a quelle dello scorso anno per la provincia di Foggia, che passa da una media di 25 qli/ha dello scorso anno ai 27 qli/ha dell’attuale campagna granaria, oltretutto ancora da ultimare nelle zone collinari/montane. Anche le produzioni delle altre zone vocate a grano duro sono lievitate, sebbene a mio avviso non potranno superare i 4 milioni di ton, mentre si registra un prezzo ancora contenuto e non remunerativo per i coltivatori.

Speriamo nella partenza del Granaio Italia, che ci fornirebbe le reali produzioni italiane, oggi non certe. Si registra comunque una richiesta di grano italiano da parte di pastifici che producono il vero “made in Italy”, anche se non vorrebbero pagare in più l’ottima qualità prodotta quest’anno, specialmente nel nostro areale dove abbiamo registrato pesi specifici abbondantemente superiori agli 80 kg/hl e proteine sino al 19%.

Ora attendiamo che il MASAAF convochi il tavolo di concertazione, già chiesto da tutte le organizzazioni agricole da tempo, altrimenti è a rischio la coltivazione di cereali: senza filiera reale che premi tutti gli attori, il comparto potrà subire una forte battuta d’arresto.

Granaio Italia: Il grano vale meno del sudore di chi lo coltiva [Il Commento di Bartolini, CIA]
20 Maggio 2025

Matteo Bartolini – Vicepresidente nazionale di CIA

“Il grano vale meno del sudore di chi lo coltiva: serve subito un Tavolo di Filiera”. È l’invito di Matteo Bartolini, vicepresidente nazionale di CIA-Agricoltori Italiani e Presidente regionale umbro.

“Il prezzo di mercato del Grano Duro sta scivolando ben al di sotto dei costi reali di produzione, mettendo a rischio la sostenibilità economica delle aziende cerealicole italiane – afferma Bartolini -. È una contraddizione inaccettabile: in un Paese dove la pasta è simbolo identitario e pilastro dell’agroalimentare, chi produce la materia prima viene sistematicamente penalizzato”. 

La situazione, prosegue Bartolini, “è grave e non può essere affrontata con la logica del mercato lasciato a se stesso. Per questo avevamo, già un anno fa, richiesto l’istituzione di un sistema di controllo delle produzioni ‘Granaio Italia’ e nei giorni scorsi abbiamo chiesto con urgenza la convocazione di un Tavolo di Filiera al Masaf.

Serve trasparenza, responsabilità condivisa e una nuova visione del valore agricolo, che non può continuare a essere schiacciato tra dinamiche speculative e logiche di importazione al ribasso”. 

Se non si interviene ora, conclude il vicepresidente di Cia, “il rischio è che a coltivare grano duro in Italia restino solo le memorie storiche. E senza grano, non c’è filiera”.

TESEO.clal.it – Bologna: prezzo del Frumento Duro

Il Commento: Le quotazioni dei Foraggi [Kristian Minelli, Allevatore]
1 Luglio 2024

Kristian Minelli – Allevatore e Vicepresidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano e di GranTerre

Le quotazioni dei Foraggi si mantengono su valori elevati per effetto dei cambiamenti climatici che, per il secondo anno consecutivo, comportano una riduzione delle quantità raccolte e, soprattutto, della qualità. “La stagione anomala con precipitazioni abbondanti e al di sopra delle medie stagionali ha generato quotazioni al rialzo – commenta Kristian Minelli, Allevatore di San Benedetto Po (Mantova) e Vicepresidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano e di GranTerre -. Stiamo inoltre scontando sul mercato alcune giacenze dello scorso anno che ha paradossalmente rallentato le quotazioni, pur con una qualità non esattamente soddisfacente”.

Le quotazioni potrebbero tuttavia subire repentine impennate, per effetto delle condizioni meteo-climatiche che hanno tagliato la Penisola in due: pioggia al Nord e siccità al Centro-Sud. “Se dovesse persistere la siccità, che ha già provocato molti danni in Sicilia e in generale nel Sud Italia – specifica Minelli – parte della produzione del Nord Italia potrebbe essere venduta per andare in soccorso alle stalle maggiormente in difficoltà, innescando fluttuazioni verso l’alto dei prezzi dei foraggi”.

La scarsa produzione del 2023 a livello europeo ha intanto frenato le esportazioni dell’Ue di erba medica e altri prodotti foraggeri fra Gennaio-Aprile 2024 (-27,7% tendenziale) e dell’Italia, che fra Gennaio e Marzo 2024 ha ridotto le vendite all’estero del 17,9% rispetto allo stesso periodo del 2023.

L’Agricoltura UE, tra burocrazia e accordi internazionali [Intervista a Herbert Dorfmann]
5 Marzo 2024

Herbert Dorfmann

Herbert Dorfmann – Deputato al Parlamento Europeo

Dalla crisi dei redditi degli agricoltori, che sarebbe il motivo di fondo comune alle proteste degli agricoltori in tutta Europa, al concetto di intensificazione sostenibile come elemento chiave, insieme all’innovazione, per migliorare la resilienza nei confronti dei cambiamenti climatici senza perdere capacitò produttiva. E poi il futuro degli accordi di libero scambio, le idee per una vera politica di filiera per il settore lattiero caseario, la Politica agricola comune che dovrebbe essere disegnata partendo da una durata più lunga.

A pochi mesi dalle elezioni europee, l’onorevole Herbert Dorfmann parla di agricoltura e del suo futuro in politica.

Onorevole Dorfmann, in questa fase il mondo agricolo sta manifestando in alcuni Paesi dell’Unione europea (ma anche in India) e chiede di essere ascoltato. Lei è stato per quasi dieci anni direttore dell’Associazione dei contadini sudtirolesi. Quali potrebbero essere, secondo lei, risposte efficaci da parte dell’Ue?

“Discutendo con gli agricoltori che sono scesi in piazza, ho l’impressione che, a seconda dei Paesi, essi abbiano richieste un po’ differenti. In Italia, ad esempio, ci si lamenta molto dell’eccesso di burocrazia della Politica agricola europea, in Francia si punta il dito contro il commercio internazionale, mentre in Germania l’accento è più su questioni prettamente nazionali.

L’UE dovrebbe ridurre il carico burocratico

Il problema di fondo però è lo stesso: la crisi del reddito degli agricoltori. Nel breve termine, l’Unione europea dovrà certamente fare tutto il possibile per ridurre il carico burocratico per gli agricoltori, garantendo più flessibilità e rimuovendo alcune lungaggini amministrative, che sono state introdotte con la nuova Pac. 

Ma nel lungo termine, l’obiettivo principale deve essere il miglioramento del reddito degli agricoltori. Questo passa inevitabilmente da una distribuzione più equa del valore aggiunto lungo la catena di produzione agroalimentare”. 

La transizione ecologica sarà un percorso ineluttabile. Come è possibile coniugare la spinta verde con l’esigenza di sicurezza alimentare e di incrementare le produzioni?

“Le due cose non si contraddicono. Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia per la sicurezza alimentare. È nell’interesse di tutti, soprattutto degli agricoltori, combattere questo fenomeno. Non è giusto invece creare sterili mostri burocratici. 

Intensificazione sostenibile

Per me la soluzione sta nello sviluppo di tecniche agricole rispettose dell’ambiente e al contempo produttive. Bisogna quindi tornare al concetto d’intensificazione sostenibile, che abbiamo cercato di portare avanti per anni, fino a quando non è arrivato il commissario Frans Timmermans. Questo ha perseguito una strategia miope, convinto che si possa fare agricoltura sostenibile solo facendo retromarcia verso il passato. Invece, va fatto esattamente l’opposto. L’innovazione è la chiave di volta”.  

Accordi internazionali di libero scambio. Il Ceta ha dato risultati interessanti per il settore lattiero caseario italiano. A che punto siamo con le altre intese (ad esempio Ue-Mercosur, Ue-India, Ue-Usa) e quali sono le complessità da risolvere sul fronte agricolo?

Accordi internazionali equi fanno bene alla nostra agricoltura

“Quando fatti bene, gli accordi internazionali creano opportunità per la nostra agricoltura. Non devono però solo liberalizzare il mercato, ma anche renderlo più equo. Le intese di nuova generazione, con Canada, Vietnam e Giappone sono state siglate proprio in quest’ottica e, infatti, funzionano bene. 

Ultimamente si sta facendo però strada nel mondo agricolo un’opposizione generalizzata agli accordi di libero scambio. Si tratta di una postura rischiosa. Non dobbiamo infatti dimenticare che la nostra agricoltura e la nostra industria agroalimentare sono orientate all’export. Abbiamo molti prodotti di eccellenza che piacciono in tutto il mondo e le cui vendite potrebbero essere danneggiate da una svolta in chiave protezionista. 

Dobbiamo invece insistere affinché le nuove intese siano eque. Da questo punto di vista, sia i negoziati col Mercosur sia quelli con gli Stati Uniti sono, in maniera diversa, su un binario morto. Al contrario, le prospettive sono decisamente più buone riguardo al dialogo con l’India, con l’Australia e soprattutto con la Nuova Zelanda, con la quale siamo ormai ai dettagli finali del nuovo trattato”. 

Come dovrebbe essere la Pac post-2027? Alla luce della rapidità di alcuni fenomeni e degli impatti che hanno sulla globalizzazione e in parte anche sui mercati agricoli e alimentari, ha ancora senso programmare una Pac di durata di sette anni e con alcuni anni di anticipo rispetto all’entrata in vigore?

“La durata di sette anni è il minimo indispensabile. Lo si vede pure questa volta che la Pac è entrata in vigore in ritardo e già si comincia a parlare della prossima riforma. Secondo me, i problemi di eccesso di burocrazia di cui si dibatte adesso sono in un certo senso connessi al fatto che le regole cambiano con troppa frequenza. Sarebbe in tal senso meglio allungare la durata della Pac, piuttosto che abbreviarla. 

Il nuovo Parlamento eletto in giugno comincerà subito la riflessione sulla nuova Politica agricola comune. Dovrà mettere al centro della sua azione le vere sfide: aiutare i giovani, promuovere una transizione ecologica condivisa con gli agricoltori, favorire l’innovazione sostenibile e sostenere l’agricoltura nelle zone meno produttive, quindi marginali. 

C’è poi la grande incognita legata all’eventuale ingresso nell’Ue dell’Ucraina, che è un gigante in termini agricoli. Il funzionamento della Pac andrebbe profondamente ripensato”. 

Il presidente del gruppo di lavoro Latte del Copa Cogeca, Giovanni Guarnieri, ha suggerito di adottare il modello Ocm anche per il latte, per sostenere export e redditività della filiera. Cosa ne pensa? Si potrebbe attuare?

“È una proposta che anch’io ho avanzato più volte. E rispetto alla quale nella Pac attuale c’è un piccolo aggancio, quando si dice che si potrebbero destinare una parte delle risorse a politiche di filiera. Purtroppo, questo succede poco. Una politica di filiera anche per il settore del latte, così come lo facciano da anni nel campo ortofrutta, sarebbe davvero auspicabile”. 

Etichettatura a semaforo. Qual è la situazione attuale e quali sono le prospettive? 

“La mia impressione è che la Commissione abbia capito che il Parlamento attuale non troverà mai una maggioranza su questo tipo ti proposta, indipendentemente dai suoi contorni. Quindi, almeno per questa legislatura, peraltro ormai agli sgoccioli, l’esecutivo europeo non presenterà alcun testo.

Il problema è che nel frattempo il Nutriscore è già realtà in alcuni Paesi europei, il che richiederebbe un’armonizzazione a livello Ue. 

Lo dico con la convinzione che l’etichettatura a semaforo è di per sé sbagliata, perché non porta né a un’alimentazione più sana né a un’informazione scientificamente corretta. L’unica cosa a cui porta, sicuramente, è un aumento della forza contrattuale della grande distribuzione. Basta guardare l’esempio della Francia. Qui le grandi catene di supermercati suggeriscono, con questo sistema, al consumatore cosa comprare e, certamente, non lo indirizzano verso i prodotti sui quali guadagnano di meno”. 

L’agricoltura e la zootecnia di montagna stanno vivendo ormai da diversi anni difficoltà che stanno portando allo spopolamento delle aree rurali. Eppure, in un contesto di cambiamenti climatici e riscaldamento dell’area mediterranea, la montagna potrà essere la nuova frontiera dell’agricoltura e un territorio ospitale anche per le fasce più fragili della popolazione, come ad esempio gli anziani. Quali nuovi strumenti potrebbero essere individuati per sostenere le imprese agricole in montagna? Come mai, secondo lei, il marchio “Prodotto di montagna” non ha ottenuto risultati significativi?

Preservare la coesione sociale e l’attività agricola nelle aree montane

“L’agricoltura di montagna è particolarmente importante per la coesione sociale del territorio circostante. Lo abbiamo visto anche in Italia: là dove gli agricoltori sono stati costretti ad abbandonare il territorio, si è assistito in seguito a uno spopolamento generalizzato.  

È fondamentale che la Pac dedichi un’attenzione particolare alla montagna, perché questa deve restare una zona piena di vita, dove l’agricoltura mantiene un suo spazio. In Italia, nel corso degli anni, abbiamo già perso troppi ettari di superficie agricola di montagna e, di conseguenza, molta attività zootecnica. 

Se vogliamo che gli agricoltori di montagna vadano avanti, dobbiamo dare loro di più, non di meno. Lo devono capire anche i loro colleghi di pianura. 

Per quanto riguarda il marchio “Prodotto di montagna”, questo è a disposizione di chi vende prodotti di montagna. Le basi politiche ci sono, è un peccato che non venga usato abbastanza. Ma questo dipende dai produttori”. 

Si ricandiderà alle prossime elezioni? 

“Lo farò, se ci saranno le condizioni”.

Herbert Dorfmann – Deputato al Parlamento Europeo

Serve un fronte comune per la suinicoltura italiana [Intervista]
23 Gennaio 2023

Michele Carra – Amministratore Delegato di Carra Mangimi S.P.A. e Vicepresidente di Assalzoo

Michele Carra
Parma – ITALIA

Michele Carra, amministratore delegato dell’omonima azienda mangimistica alle porte di Parma, è vicepresidente di Assalzoo con la delega alle filiere suina e lattiero casearia. Nel cuore della Food Valley, Carra Mangimi occupa 43 persone fra dipendenti e collaboratori, sviluppa un fatturato di circa 68 milioni di euro e serve le filiere della salumeria Dop con particolare attenzione al circuito del Prosciutto di Parma e San Daniele e, nel settore dei formaggi, gli allevamenti nelle zone Dop del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano. La qualità è il punto di forza dell’azienda, che esporta mangimi per suinetti per circa il 6,7% del fatturato. L’azienda nel 2023 taglierà il traguardo dei primi 90 anni di attività.

Dottor Carra, come avete reagito ai rincari che stanno accompagnando il settore da oltre un anno?

“I primi aumenti delle materie prime li abbiamo avuti già nei mesi di settembre-ottobre 2020. La dinamica non è nuova: di fatto l’azienda mangimistica fa da ammortizzatore con gli acquirenti a valle. Lavoriamo con i contratti di fornitura e, in questo modo, abbiamo contenuto o, almeno in parte compensato, l’aumento. Vede, il settore della mangimistica di solito attende qualche settimana o anche qualche mese per vedere se gli aumenti si consolidano o se, al contrario, sono fenomeni speculativi o si tratta di fluttuazioni e punte che poi scendono. Gli aumenti che abbiamo avuto, come sa, non hanno rappresentato un fenomeno transitorio, con la conseguenza che il sistema mangimistico ha adeguato i listini, per quanto tali aumenti ancora oggi non coprono la reale crescita dei mercati delle materie prime”.

Come hanno reagito gli allevatori?

“Nel complesso hanno accettato gli aumenti, anche se questo ha drenato molto della loro liquidità e in qualche caso ha creato qualche problema”.

Qual è stata la filiera che ha sofferto di più?

“Quella dei suini, che ha dinamiche diverse rispetto a quella lattiero casearia. Nel latte i prezzi sono definiti per un periodo più lungo, mentre per i suini le quotazioni sono settimanali. Nel corso del 2022, in particolare, abbiamo registrato un adeguamento dei prezzi del latte più in linea rispetto ai costi di produzione a differenza del settore suinicolo. Le filiere Dop casearie, poi, possono contare sulla forza della cooperazione e su produzioni che negli ultimi anni sono state in grado di assicurare un maggiore valore aggiunto rispetto alle filiere suinicole”.

Come ha influito la guerra in Ucraina? Avete dovuto modificare le strategie di approvvigionamento?

La guerra e la siccità hanno cambiato gli scenari

“La guerra in Ucraina ha cambiato completamente gli scenari, e al quadro si è aggiunta anche la siccità, che ha colpito in Italia e non solo, con la conseguenza che abbiamo avuto meno materie prime a disposizione.

A causa della guerra in Ucraina si sono bloccate per oltre due mesi le esportazioni di mais e grano da alcuni paesi dell’Est Europa. Alcuni commercianti che avevano contratti in essere con le aziende mangimistiche per l’importazione di cereali si sono resi insolventi. Le difficoltà di import di grano hanno pesato prevalentemente sui molini, mentre l’industria dei mangimi ha risentito delle difficoltà legate al mais. Le nostre imprese hanno dovuto fare i conti con un prezzo del mais schizzato a 400 euro alla tonnellata per effetto di diversi fattori: la guerra in Ucraina, gli effetti climatici sulle produzioni, la forte spinta delle importazioni cinesi”.

Si parla di sovranità alimentare di questi tempi. Servirebbe una strategia nazionale di approvvigionamento?

“Sì, dovremmo attuare strategie europee da un lato e trovare allo stesso tempo soluzioni italiane. Se pensiamo alla situazione nazionale non possiamo dimenticare che nel giro di 20 anni la produzione di mais è passata da 10 a 5 milioni di tonnellate. Inoltre, alla minore produzione si affianca una concorrenza di biogas e biometano. La verità è che senza il mais estero oggi non siamo autosufficienti”.

Da cosa è dipeso, secondo lei, il calo delle superfici e delle produzioni di mais in Italia?

“Ritengo da più fattori concomitanti. Le rese per ettaro negli ultimi due decenni non sono aumentate e, addirittura, sono in parte diminuite. Poi si è innescata una questione di prezzi e di concorrenza dei mercati internazionali. La stessa Ucraina dal 2010 ha iniziato a esportare mais in Europa a prezzi bassi mettendo di fatto fuori mercato le produzioni italiane. Questo ha portato una progressiva riduzione delle superfici coltivate a mais, perché era più conveniente acquistare dall’estero. Contemporaneamente, alcuni fattori climatici hanno reso più complessa la produzione italiana di mais. Ma il sistema Italia dovrebbe sostenere le produzioni interne, anche a vantaggio delle grandi Dop sul territorio, che sempre più dovranno fare i conti con le produzioni nazionali”.

Ricerca e sviluppo restano essenziali per la crescita di un’azienda. In quale direzione vi state muovendo? Avete sperimentazioni in corso?

Puntiamo a trovare nuove soluzioni, naturali, innovative e
tecnologiche

“Il nostro lavoro sta cambiando. Le normative tengono sempre più conto del fenomeno dell’antibiotico-resistenza, sono stati limitati i mangimi medicati, per cui la mangimistica è chiamata a intensificare gli sforzi in ricerca e sviluppo. Come azienda abbiamo sviluppato da più di otto anni una funzione di ricerca e sviluppo per rispondere alle esigenze del mercato e produrre linee specifiche di prodotti nutraceutici, che non sono farmaci, tengo a sottolineare. Da qui è nata la linea Anhea, dedicata alla salute animale.

Collaboriamo con gli Atenei di Parma, Milano e Bologna e con le facoltà di Scienze delle Produzioni animali e Veterinaria. Puntiamo a trovare nuove soluzioni, naturali, innovative e tecnologiche per supportare l’animale in determinate fasi della vita in allevamento, per ridurre l’incidenza di patologie; non è semplicissimo, ma ci avvaliamo di tutte le ricerche disponibili a livello mondiale”.

L’allevatore partecipa con interesse?

“Sì, c’è molta collaborazione e partecipazione da parte degli allevatori. Non dimentichiamo che molte prove si svolgono negli allevamenti, si studiano le risposte specifiche dei mangimi e si provano i diversi prodotti naturali”.

Le produzioni Dop stanno rafforzando il legame col territorio anche dal punto di vista della produzione degli alimenti zootecnici. Che evoluzioni, opportunità, ostacoli vede?

“Tutte le Dop più rilevanti dal punto di vista delle produzioni si trovano di fatto nella stessa area e mi riferisco, nello specifico, a Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma e di San Daniele, per citare quelle numericamente più rilevanti. Gli ostacoli sono, quindi, il reperimento della materia prima per l’alimentazione dei bovini e dei suini. Bisognerà studiare valide soluzioni, se vogliamo dare un futuro di crescita a tali Dop.

Sui formaggi vediamo che stanno prendendo sempre più forza, sono comparti dove il prodotto fa la differenza. Sui prosciutti è un po’ più complesso, perché il sistema è un po’ più in crisi”.

Come uscirne?

“Serve un dialogo che coinvolga tutti gli attori della suinicoltura, così da pianificare una crescita ed evitare il rischio di incorrere in nuove crisi, che sarebbero dolorose per il settore. Bisogna valorizzare le produzioni italiane rispetto a quelle estere e serve un fronte comune per la suinicoltura Made in Italy”.

Sempre più il benessere animale e la sostenibilità passano attraverso la razione alimentare. Quali saranno le nuove frontiere sulle quali lavorerete?

“Come azienda stiamo lavorando sui concetti di precision feeding, cioè la nutrizione di precisione, per ottenere una maggiore corrispondenza tra i fabbisogni e gli apporti nutrizionali per evitare o comunque ridurre fortemente gli sprechi. Un altro obiettivo del precision feeding è, invece, legato all’ambiente: migliorando gli apporti amminoacidici all’interno della formula alimentare si punta a ridurre le emissioni azotate in atmosfera, grazie anche all’utilizzo di enzimi specifici che migliorano la digeribilità degli alimenti e l’efficienza della nutrizione animale”.

Come vede i mercati dei cereali, dei semi oleosi e dei foraggi nei prossimi mesi?

Dobbiamo conoscere il mercato per limitare gli effetti della volatilità

“Difficile dare una risposta, ma vediamo come operatori due spinte diverse e contrapposte nel mercato. Una direzione è determinata dai fondamentali del mercato, con i deficit di mais, frumento e foraggio che potrebbero infiammare i listini e una tendenza opposta dovuta alla contingenza dell’economia, che potrebbe portare a una minore domanda, spegnendo le quotazioni.

Dalle informazioni che abbiamo l’Argentina sta attraversando una fase di siccità e dovrebbe fare i conti con una produzione in diminuzione. Il Brasile non ha per ora incertezze sul piano climatico, ma i raccolti li avremo tra febbraio e marzo, per cui è presto per sbilanciarsi.

Parallelamente, abbiamo segnali di contrazione dei consumi, che sono già in atto. Dobbiamo capire se il calo influirà e in che misura sulle materie prime. Se, invece, i consumi dovessero ripartire, avremo una spinta al rialzo delle materie prime. Di fatto, come mangimisti siamo diventati degli operatori finanziari, dobbiamo conoscere il mercato e coprirci dai rischi per limitare gli effetti della volatilità, che temiamo possa comunque accompagnarci anche per il 2023”.

Lei è vicepresidente di Assalzoo. Avete mai pensato come settore mangimistico di operare attraverso acquisti congiunti?

“In verità no, perché ogni singola impresa ha le proprie politiche di acquisto, ma è un tema che potremmo affrontare, pur nella consapevolezza che non è facile dare indicazioni a tante aziende diverse”.

L’estate Romagnola ha il sapore del cocomero di Sermide [Intervista]
22 Agosto 2022

Luca e Lorenzo Vicenzi – Imprenditori Agricoli

Luca e Lorenzo Vicenzi
Caposotto di Sermide, Mantova – ITALIA

“Siamo più conosciuti a Rimini che a Sermide, perché la gran parte dei nostri cocomeri, circa il 70% della produzione, prende la direzione del mare”. Parola di Luca Vicenzi di Caposotto di Sermide, imprenditore agricolo che gestisce, insieme al fratello Lorenzo, 400 ettari di terreno.

L’attività di contoterzismo, ereditata dal papà, per scelta imprenditoriale si è ridimensionata, pur rimanendo all’avanguardia per tecnologie adottate, sistemi digitali e soluzioni di mappatura dei terreni che consentono di ridurre gli input e migliorare impatto ambientale e redditività.

La scelta di avere solo una decina di clienti “amici”

“Oggi abbiamo una decina di clienti della zona con i quali abbiamo anche un rapporto di amicizia – racconta Lorenzo, impegnatissimo anche a impartire ordini e ad accertarsi che tutto funzioni, in una giornata di infinito lavoro come solo quelle di chi coltiva cocomero d’estate conosce -. Oggi con i rincari che ci sono stati, a partire dal gasolio agricolo che in dodici mesi è schizzato da 60 centesimi a 1,40 euro al litro, starci dentro è difficile. Che tariffa dovrei chiedere ai clienti con simili rincari?”.

Ecco allora la scelta, ormai da alcuni anni, di non rincorrere pagamenti di fatture e clienti morosi, ma di prestare servizi altamente professionali a quella decina di clienti che, essendo anche amici, di bidoni non ne tirano e sconti sul prezzo non ne chiedono.

Dal papà hanno acquisito anche la forza di volontà e lo spirito di sacrificio, che li ha portati – uniti – a mettere insieme un’azienda agricola che si estende su 400 ettari e una produzione di 45.000 quintali di cocomeri, commercializzati all’ingrosso e confezionati in scatole (destinati ai mercati di Firenze, Padova, Verona) e beans, che alimentano i mercati generali del Nord e Centro Italia, con una forte attenzione alla Riviera Romagnola, col mercato generale di Rimini punto di smistamento verso hotel, ristoranti, ma anche supermercati e ombrelloni, dove arriva affettata (ma da terzi). Insomma, l’estate romagnola ha anche il sapore del cocomero di Sermide, varietà “Top Gun”, dove la qualità porta il nome di film che sono entrati, fra il 1986 e il 2022, nel mito della pellicola.

Il mercato quest’anno è in altalena, spiega Vicenzi. “È partito bene, grazie alla qualità, alla equilibrata disponibilità di prodotto e alla temperatura decisamente estiva, che ha aiutato a tenere alti i listini – afferma – poi c’è stata una flessione verso la fine di giugno e l’inizio di luglio, per poi riprendersi di nuovo, complice una scarsità di prodotto a causa del caldo”.

Se la siccità e l’assenza di precipitazioni per diversi mesi che hanno colpito l’Italia non hanno più di tanto impensierito l’azienda agricola dei fratelli Vicenzi, dotati di pozzi dai quali attingere acqua, il caldo invece ha influito sull’allegagione dei frutti, penalizzando le produzioni.

Ogni stagione ha una storia a sé

Ogni stagione, sono abituati ormai i Vicenzi da oltre 20 anni di attività professionale nel segmento della coltivazione di angurie, ha una storia a sé. Resta comune al passare del tempo una missione, che è d’altronde la vocazione di famiglia: “Lavorare sodo”.