La filiera integrata è la strada giusta [intervista]
7 Giugno 2022

Roberta Chiola
Borgo San Dalmazzo, Cuneo – ITALIA

Roberta Chiola – Amministratore e Direttore Commerciale del Gruppo Chiola

“La teoria dei consumi è molto astratta, un po’ come quella della relatività, ma resta il fatto che in questa fase e in proiezione nei prossimi mesi saremo di fronte a incognite molto pesanti. Inutile fare stime futuristiche e provare a sbilanciarsi, perché sono i consumi che comandano. Quello che forse si può prevedere è che sarà un anno molto complesso per il mondo allevatoriale e per il settore mangimistico”.

Roberta Chiola, amministratore e direttore commerciale del Gruppo Chiola di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), in poche frasi traccia una situazione poco rosea per la suinicoltura, alle prese con costi di produzione in forte aumento, scarso dialogo all’interno della filiera e la spada di Damocle della peste suina africana che potrebbe fermare un export che per il settore italiano nel 2021 – rileva Teseo – ha sfiorato i 2,2 miliardi di euro.

Fare stime sul futuro è inutile: sono i consumi che comandano

Il Gruppo Chiola – 200 dipendenti, un centinaio di agenti e circa 200 allevatori in soccida – nel 2022 prevede di raggiungere un fatturato aggregato di oltre 400 milioni di euro. Del gruppo familiare fa parte anche Ferrero Mangimi, che conta sei stabilimenti in Italia: due in Piemonte, due in Emilia, uno ad Altamura in Puglia e uno ad Iglesias in Sardegna.

I maiali allevati in soccida, con porcilaie situate prevalentemente in Piemonte e Lombardia, ma anche in Emilia-Romagna, Veneto e da settembre in Friuli Venezia Giulia, sono oltre 700.000.

Partiamo dalla cronaca. Avete avuto difficoltà con i trasporti?

“Le risponderei ‘Ni’, perché indubbiamente le tariffe sono aumentate molto e, se vogliamo lavorare in armonia con i trasportatori, si fa fatica a dire di no agli aumenti. Questo ha comportato il fatto che oggi la logistica è diventata una voce di costo pesante. Però, nonostante lo scenario complessivo, siamo un’azienda sana e, così, andiamo avanti, grazie alla solidità finanziaria. Siamo peraltro pagatori veloci”.

Qual è la situazione per i mangimi?

“È andata meno peggio di quello che abbiamo immaginato allo scoppio della guerra, perché abbiamo temuto di dover scegliere la clientela, soluzione che sarebbe stata particolarmente dolorosa. Con quotazioni schizzate alle stelle abbiamo dovuto affrontare maggiori costi, che in parte abbiamo dovuto ribaltare sui clienti”.

Come definirebbe la fase che sta attraversando la suinicoltura?

“Una premessa doverosa, perché i punti di vista possono cambiare: nessuno ha la verità in tasca. Ognuno porta avanti la propria filosofia aziendale e, per questo, non voglio che le mie valutazioni siano fraintese o scambiate come proclami e verità assoluta. Ritengo che il rispetto debba essere la cifra necessaria per l’interpretazione del messaggio.

La filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi

Il nostro gruppo industriale ha scelto la strada dell’integrato, perché secondo noi la filiera è l’unica possibilità di rimanere in piedi. Con questo non nego che vi siano allevatori bravi, strutturati e organizzati, ma ritengo che la strada sia quella della filiera integrata, perché per affrontare le tempeste del settore sia utile avere numeri significativi e un dialogo con tutti i componenti della catena di approvvigionamento”.

A proposito di integrazione di filiera, nel 2019 avete acquistato la Ferrero Mangimi.

“Sì e con quell’operazione ci siamo caricati di oneri e onori. Comprare un’azienda grande ha portato problematiche da risolvere e nuovi impegni, ma in un contesto così drammatico come quello attuale, se non avessimo il mangimificio, con il numero elevato di animali avremmo difficoltà. Inoltre, senza il mangimificio avremmo avuto problemi di reperibilità di materie prime.

Sono convinta che più la filiera è completa, più è forte”.

Cosa prevedete per le filiere suinicole italiane nei prossimi mesi? Quali aggiustamenti potrebbero essere efficaci per restituire competitività?

Fare squadra, fare sistema, meno burocrazia

“Le dico una cosa che può sembrare un po’ teorica, ma è fare squadra e fare sistema, come hanno fatto gli spagnoli, che con il loro prosciutto hanno invaso il mondo in ogni buco in cui uno va trova il prosciutto spagnolo, dal Pata Negra agli altri. Meno burocrazia e un sistema efficace ed efficiente che funziona e che noi italiani non siamo stati in grado di fare. Siamo molto individualisti, bravissimi, ma andiamo avanti con le nostre gambe, senza creare sistemi.

Ci sono tante associazioni di categoria, non sono mai d’accordo. Le associazioni non sono rappresentative dei reali interessi della suinicoltura, perché chi ci partecipa non ha visione così elevata del settore, perché sono imprenditori non particolarmente presenti nel mondo allevatoriale. Facciamo casino.

Assenza di squadra tra i vari anelli della filiera. Mediamente il rapporto tra allevatore e macellatore è un rapporto problematico e litigioso ed è di una stupidità aberrante.

A casa mia non funziona così. Io ho in mano la parte commerciale del gruppo. Ho impostato rapporto di collaborazione con i miei clienti.

Per me il macello è un partner e con cui confrontarmi per risolvere problematiche.

Ma a volte si sentono frasi aberranti, odio tra allevatore e macellatore, che non so spiegargliela.

Lei è una donna. Ritiene che il settore della suinicoltura sia maschilista?

“Io mi sono sempre trovata benissimo, pur in un settore mostruosamente maschile. Ho un carattere forte e non ho mai avuto problemi e con i clienti ho un rapporto armonioso e di assoluto rispetto. Ma a volte la sensazione è che ci siano troppi galli nel pollaio”.

Nel novembre 2020 avete acquistato un prosciuttificio, il “Mulino Fabiola”. Quali sono le potenzialità del Prosciutto di Parma e quali i limiti da superare?

“Il nostro prosciuttificio ha una potenzialità come Prosciutto di Parma di 64mila sigilli all’anno. Siamo dunque un prosciuttificio di medie dimensioni e ci piacerebbe un domani riuscire ad ingrandirlo.

Le difficoltà del Prosciutto di Parma sono legate in primo luogo all’incapacità di fare sistema e di prendere le decisioni che riguardano tutta la filiera. Le cosce dei suini non crescono sugli alberi, ma accompagnano la vita dei maiali negli allevamenti per minimo 9 mesi, con una miriade di problematiche che i miei colleghi prosciuttai neanche si immaginano.

Mi spiace riconoscerlo, ma da quando bazzico Langhirano, tranne in qualche caso, ho trovato molto individualismo e chiusura. L’avvento della famiglia Chiola nel mondo dei prosciutti è stato visto con sospetto, perché eravamo allevatori duri e puri.

Prosciutto di Parma: servono strategie commerciali coraggiose e orientate all’export

Trovo triste che l’unico modo che in questi anni è stato trovato per alzare il prezzo del Prosciutto di Parma sia stato quello di sigillare meno prosciutti”.

Soluzione sbagliata?

“Secondo me è una sconfitta commerciale. L’aumento dei prezzi del Prosciutto di Parma non doveva passare da una riduzione di un milione di pezzi, ma da strategie commerciali coraggiose, orientate innanzitutto sull’export. Gli spagnoli, secondo lei, hanno diminuito? Hanno risolto i loro problemi di mercato aumentando le produzioni ed esportando di più, esplorando nuovi mercati, azioni che noi abbiamo fatto solo in parte.

Ritengo che si possa fare tanto di più e che l’immobilismo sia uno dei nostri problemi principali. Dovremmo fare 20 milioni di pezzi di prosciutti Dop e portarli in tutto il mondo”.

Oggi il prezzo della coscia fresca per il circuito tutelato è piuttosto alto, non trova? Questo valore potrebbe secondo lei dare problemi di redditività in proiezione, cioè terminata la fase di stagionatura?

“A questi prezzi posso rispondere ‘si salvi chi può’. Siamo sempre immersi in un contesto di consumi abbastanza tristi, non credo che ne verremo fuori con una cifra così alta del fresco. Però, ed ecco un altro elemento che depone per la verticalizzazione, avere in mano la filiera, se un soggetto è sia venditore sia compratore di cosce fresche, compensa”.

Come mai il prezzo della coscia è così alto?

“Penso che sia, molto semplicemente, il punto di incontro tra domanda e offerta. Ci sono buone aspettative sul prezzo. Abbiamo macellato meno, il Consorzio di Parma ha marchiato meno prosciutti e dunque ci sono aspettative buone sul prezzo. Forse, però, queste previsioni positive sono diventate un po’ troppo entusiastiche e, probabilmente, sono un po’ scappate di mano. Non credo si sia raggiunto il massimo storico per la quotazione della coscia fresca, che a memoria potrebbe essere stato sui 5,50 euro al chilo, ma ci siamo vicini.

Ricordo anche che nel 2016-2017, quando il prezzo della coscia fresca salì così alto, fu un bagno di sangue. Con numeri inferiori, però, dovremmo probabilmente riuscire a tenere il prezzo più alto”.

Il Mipaaf ha pubblicato nei giorni scorsi il 5° bando per i contratti di filiera. Presenterete qualche progetto?

“Ci stiamo provando, ma confesso che la burocrazia è particolarmente complessa e i bandi, secondo me, andrebbero semplificati. Puntiamo ad investire sulla filiera, dal segmento mangimistico fino al prosciuttificio”.

Come contenere la peste suina africana? Ritiene che siano stati adottati tutti i provvedimenti necessari?

“Sulla Psa ci sono persone molto in gamba che ci stanno lavorando, ma la percezione è che abbiano le mani legate. Stanno parlando tutti: animalisti, cacciatori, allevatori, eccetera. Credo che sia però opportuno mettere sulla bilancia i diversi interessi e dare priorità a un comparto fondamentale per l’agroalimentare italiano. Ma la domanda che non mi tolgo dalla testa è questa”.

Quale?

“Perché si è lasciato che il cinghiale proliferasse in maniera incontrollata? Lo scriva. Si parla di 2,5 milioni di cinghiali che girano incontrollati, provocando anche morti sulle strade, oltre alle malattie. E ci siamo ridotti in queste condizioni non perché abbiamo fatto parlare tutti, ma perché non abbiamo saputo dare la giusta priorità agli attori coinvolti, ma soltanto alle minoranze senza una visione di insieme”.

La genetica suina è al centro del dibattito. Qual è la sua posizione?

“Abbiamo fatto un grande caos. Quando gli allevatori avrebbero dovuto parlare tramite le loro associazioni di categoria, ciò non è avvenuto. E così sono state prese scelte che andranno a creare molto scompiglio e penso non porteranno benefici a nessuno. So che il tema ha sollevato diatribe e anche ricorsi, per cui è prudente attendere gli sviluppi, ma dal momento che le cosce sono attaccate ai maiali, penso che gli allevatori avrebbero dovuto avere più voce in capitolo”.

Quanto pesa la questione ambientale?

“A livello personale, fra auto elettrica e casa in bioedilizia, faccio di tutto per inquinare il meno possibile. Bisogna vivere la transizione ambientalista in maniera equilibrata. Senza allarmismi e senza eccessi, ma trovo corretto fare operazioni di moral suasion sul settore. Senza dimenticare però che vi sono altri settori che inquinano più della zootecnia”.

Ripresa del prezzo dei Suini in Cina, ma si espande la mandria
19 Maggio 2022

Crescono in Cina le produzioni di Suini e, di conseguenza, le quantità di Carne Suina. Allo stesso tempo, gli indici segnalano nel mese di Aprile una ripresa dei prezzi dei Suinetti, dei Suini e delle Carni. Un’inversione di rotta, dunque, dopo gli assestamenti ribassisti nel periodo compreso fra Novembre-Dicembre 2021 e Marzo 2022.

L’aumento della produzione di Suini, cresciuti nel 2021 del +15,9% in numero con un’accelerazione che ha portato la mandria a raggiungere i 655 milioni di capi, potrebbe aver influito sulla contrazione dei listini. Ma si potrebbero anche rilevare altri fattori, legati alla situazione contingente (la politica di tolleranza zero verso il Covid) e al rallentamento dell’economia. In Aprile il settore ha invece segnato una ripresa, necessaria forse per sostenere il ripopolamento della mandria ed evitare chiusure di allevamenti?

Nel 2022 la produzione di Suini dovrebbe mantenersi su un terreno positivo, anche se con ritmi meno esasperati rispetto al 2021 (+1,5%, fonte USDA).

Quale direzione prenderà il mercato? Il prezzo locale della Carne Suina si è portato ad Aprile a 3,36 $/kg. La Carne Suina importata si colloca, strategicamente, su valori inferiori: 2,05 $/kg il prezzo delle Carni Suine provenienti dalla Spagna, 2,03 $/kg la Carne dal Brasile e 1,93 €/kg l’import dalla Danimarca. Una scelta finalizzata, con ogni probabilità, a sostenere le produzioni interne e i mercati territoriali.

TESEO.clal.it – Prezzo della Carne Suina in Cina

Nel 2022 la produzione di Carne Suina dovrebbe aumentare del +7,4%, dopo una crescita massiccia nel 2021 (+30,7%, fonte USDA). Rimane l’incognita dei prezzi, che dovranno rispondere anche alle esigenze di bilanciare i prezzi finali con l’effettiva possibilità di accesso da parte dei consumatori, in questa fase alle prese con inflazione e imponenti lockdown anti-Covid.

TESEO.clal.it – Produzione di Carne Suina in Cina

La nuova pagina di TESEO “Cina: prezzi delle proteine animali” consente di monitorare i prezzi delle proteine animali (non solo Suini e Carne Suina, ma anche Bovini e Carne Bovina, Pecore vive e Carne di montone, Polli e Uova) di uno dei mercati più imponenti per numeri a livello mondiale, in grado, come si è visto anche nel recente passato, di influenzare i listini su scala internazionale e di imprimere ai mercati rotte inattese.

Segui gli aggiornamenti su TESEO >

Marketing a tutto campo per il settore suinicolo [intervista]
4 Novembre 2021

Giovanni Favalli
Calvisano, Brescia – ITALIA

Giovanni Favalli – Suinicoltore

La piacevole chiacchierata con Giovanni Favalli, allevatore con una mandria di 800 scrofe a ciclo chiuso a Calvisano (Brescia), non si sa come mai, ma parte dal Gambero, il ristorante che a Calvisano la famiglia Gavazzi gestisce di fatto da 150 anni e che ha conquistato una stella Michelin.

Piatti succulenti in un punto di riferimento gastronomico non solo della Bassa Bresciana. Ma come è possibile arrivare sulla tavola dei ristoranti stellati con il suino?

“Domandona. Se guardiamo ai salumi, pochi problemi, da quelli di nicchia fino alle grandi Dop dei prosciutti di Parma e San Daniele. Con la carne, invece, ce ne sono. I consumi non sono all’altezza delle aspettative. Non credo per i prezzi. Solo il pollo costa un po’ di meno. Ritengo sia un problema di promozione. Dovremmo coinvolgere attori della filiera della carne finora poco considerati, ma a mio parere importanti.

Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace chef è un’ottima promozione

Mi riferisco alla ristorazione. La cucina italiana è ricca di piatti a base di maiale: partirei da lì. Un buon piatto a base di carne suina proposto da un capace cuoco/chef è per noi un’ottima promozione. Ritengo che anche i programmi di cucina, di cui sono pieni i palinsesti radiotelevisivi, possano validamente comunicare la bontà dei nostri prodotti. Penso che il settore abbia necessità di comunicare la salubrità e la prelibatezza dei prodotti, ma anche la sua sostenibilità ecologica e sociale. Importanti saranno testimonianze efficaci e persuasive. In definitiva: marketing a tutto campo”.

Per i suini ci si aspettava un’annata super nel 2020, poi la pandemia ha dissolto i sogni e smontato le previsioni. I listini salgono e scendono.

“Sì, sono stati mesi particolarmente complessi e del tutto inaspettati. La fase di ripresa è figlia di un rallentamento delle produzioni e un incremento della domanda, grazie all’estate e alla ripresa, seppure in alcuni momenti siano arrivati segnali contrastati e non univoci. Ma se la domanda di suini diminuisce, inevitabilmente i prezzi calano”.

Il sistema delle grandi Dop ha aumentato i controlli. Con quale conseguenza?

“I controlli sono essenziali. Bisogna però essere molto chiari sul sistema. Non dobbiamo nasconderci che forse in passato c’è stata un po’ di rilassatezza e la cosa può aver dato adito a comportamenti in qualche modo non ortodossi… Adesso, invece, ci troviamo di fronte a una condizione opposta, nel senso che le maglie sono forse troppo serrate. Talvolta vizi formali sembrano prevalere sulla sostanza”.

Dica.

“I costi di appartenenza al sistema consortile non sono irrisori. I disciplinari sono rigorosi nel dettare condizioni soprattutto per l’alimentazione, la genetica, l’età di macellazione, e non solo. Eppure gli allevatori, che forniscono i maiali, quindi la materia prima, non sono adeguatamente rappresentati all’interno del cda. Siamo, di fatto, in una società senza avere diritto di voto.

Paghiamo un errore di valutazione compiuto negli anni Ottanta, quando era molto diffusa fra gli allevatori la diffidenza verso il Consorzio allora in gestazione. In questo modo da allora sono altri che gestiscono e prendono le decisioni”.

Ritiene che servirebbe un tavolo di filiera?

“Abbiamo convocato i tavoli regionali, ma a cosa sono serviti? Le Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna si sono rese conto di come funziona il sistema e penso anche dei limiti che condizionano il percorso dall’allevamento al prosciutto. Gli assessori regionali all’Agricoltura sono stati molto chiari nel loro messaggio: o realizzare una vera filiera, o difficile aiutare il settore”.

Come giudica gli effetti dell’etichettatura obbligatoria?

“Dovrebbe incidere positivamente sul prezzo, ma finora non lo abbiamo visto granché. È l’attestazione che l’animale è nato, allevato e macellato in Italia: una garanzia per il consumatore. Il tricolore è un’utilità.”.

Come contenere i costi delle materie prime, a fronte dei rincari degli ultimi mesi?

“Aumentando le rese. Il costo di alimentazione, in un ciclo chiuso, rappresenta oltre l’80% del totale a causa dei rincari delle materie prime, ma dobbiamo considerare anche i costi fissi di struttura. La gestione è più complicata rispetto al passato, perciò ritengo fondamentale tenere monitorati i conti”.

Come ha affrontato il benessere animale?

“Da oltre quattro anni, per scelta di mio fratello veterinario, non pratichiamo più il taglio delle code e non abbiamo avuti risvolti negativi. È però essenziale rispettare gli spazi. Anche le norme igienico sanitarie devono essere scrupolosamente rispettate, perché se un animale sta bene, vive in condizioni corrette e ha il proprio spazio, allora mangia, dorme e produce senza dare problemi”.

Il futuro della suinicoltura quale sarà?

“Già si intravede ora la strada, che immagino fra dieci anni sarà ancora più netta. I problemi legati all’ambiente saranno sempre più pressanti. Ma dobbiamo essere chiari su questo: è corretto essere attenti all’ambiente, senza per questo eccedere nel senso opposto. Da anni come allevamento siamo in regola con i reflui zootecnici e i limiti imposti dalla direttiva nitrati.

Però non dimentichiamo mai che dietro alla suinicoltura c’è un indotto molto sviluppato, per cui mi aspetto che non vengano fatti dei tagli alla popolazione suina, perché rischieremmo di mandare fuori giri i bilanci del settore. Sarà fondamentale, dunque, non cedere alla irrazionalità per assecondare ideologismi, ma perseguire un giusto equilibrio tra rispetto e protezione dell’ambiente, accettazione sociale ed esigenze economiche. È un processo dinamico che si pone come fine la sostenibilità del sistema, cui il nostro settore non può esimersi dal partecipare. Anche in modo dialettico”.

Come si vince la battaglia contro la carne?

Allevamenti intensivi e sostenibili consentono di produrre carne sicura a prezzi accettabili

“Oggi molti parlano con la pancia piena. Faccio un esempio concreto. Ho ancora un quaderno di mio padre e nel 1965-66 il prezzo dei suini grassi variava da 350 a 500 lire al chilo. Facciamo una media di 400, un animale costava 68mila lire. Lo stipendio di un operaio era di circa 60mila lire al mese.  Allora la carne non entrava in tutte le famiglie.

Oggi le braciole di maiale italiane costano circa 9 euro al chilo. La carne è su tutte le tavole. Lo svilimento del prezzo ha causato lo svilimento dell’utilità, anche sul piano sociale ed etico. Perciò sostengo la funzione sociale della zootecnia. Gli allevamenti intensivi, sostenibili, hanno consentito di produrre carne sicura, a prezzi accettabili, in strutture controllate sotto ogni profilo.

Questo deve essere spiegato ai consumatori. Troppa carne fa male? Ma troppo poca fa altrettanto male. Ognuno poi si regoli. È un diritto di tutti scegliere se mangiare carne, oppure no, e quanta mangiarne.

In medio stat virtus. Il giusto sta nel mezzo: coniuga salute, economia e ambiente”.

Etica e capitale umano: le priorità di CLAI [Intervista]
5 Ottobre 2021

Pietro D’Angeli
Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)
Sasso Morelli di Imola (BO) e Faenza (RA) – ITALIA

Pietro D’Angeli – Direttore Generale di CLAI (Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi)

L’acronimo (CLAI) significa Cooperativa Lavoratori Agricoli Imolesi e dal 1962 opera nei segmenti agroalimentari dei salumi e delle carni fresche bovine e suine. Gli stabilimenti sono due (a Sasso Morelli di Imola e a Faenza), i soci circa 300 (fra allevatori conferenti e soci lavoratori), gli occupati sono oltre 500 e il fatturato 2020 ha superato i 290 milioni di euro.

Numeri significativi, ai quali per raccontare più compiutamente la dimensione etica della cooperativa andrebbe aggiunto anche il 590.000: il numero di pasti solidali donati da CLAI in collaborazione col Banco Alimentare, 10.000 per ogni anno di vita della realtà romagnola (fondata 59 anni fa).

Abbiamo rivolto qualche domanda al direttore generale di CLAI, Pietro D’Angeli.

Direttore, qual è la forza della vostra cooperativa?

Puntiamo sui giovani, che cresceranno insieme all’azienda

“Sono senz’altro le persone. CLAI fin dalla sua nascita nel 1962 ha cercato di favorire il benessere e la piena realizzazione umana di coloro che lavorano negli uffici, negli stabilimenti e negli allevamenti. Siamo particolarmente attenti nel processo di selezione e cerchiamo di puntare molto sui giovani, perché ci piace pensare che cresceranno insieme all’azienda e resteranno qui a lungo, supportando nel corso del tempo coloro che entreranno dopo di loro. L’attività di ogni persona, d’altra parte, non è un atto esclusivamente individuale, è sempre per qualcuno accanto”.

Come è cambiato il settore dell’allevamento e delle carni suine con il Covid?

“Nell’ultimo anno e mezzo il mercato è stato investito da una tempesta che ha cambiato totalmente le carte in tavola. In questo periodo è cambiato il comportamento dei consumatori. Con l’emergenza si è assistito a una sorta di travaso. I segmenti più performanti sono diventati quelli legati al libero servizio: prodotti confezionati e affettati in generale, quindi, che più si sono prestati a essere acquistati senza fare la fila al banco taglio e si sono rivelati anche più adatti a una logica di scorta domestica. I salumi da banco taglio destinati al banco gastronomia, o alla vendita assistita, hanno invece sofferto un po’. La situazione generale ha accelerato anche lo sviluppo dei canali di vendita online, che ha fatto registrare dei picchi mai raggiunti. Ora ci si sta gradualmente riavvicinando ai comportamenti di acquisto pre-pandemia, ma alcune abitudini che si sono sviluppate nei mesi scorsi sono destinate a rimanere”.

Quali sono i principali canali di vendita di Clai?

“Al momento il maggior canale di sbocco per CLAI è rappresentato dalla Gdo, che occupa una percentuale del 36 per cento. Segue il dettaglio con il 20%, l’ingrosso con il 15% e poi gli altri canali, che insieme raggiungono una quota del 29 per cento”.

Quali sono stati gli ultimi investimenti in azienda? E i prossimi?

Verso un’azienda più ospitale, sostenibile e produttiva

“Stiamo investendo molto su diversi fronti. Negli ultimi mesi abbiamo concentrato gli sforzi sull’ammodernamento degli stabilimenti, per renderli luoghi di lavoro sempre più piacevoli e sicuri, e sulla sostenibilità. Da pochi mesi abbiamo ad esempio terminato di costruire a Faenza un nuovo impianto di cogenerazione, che ci consente di produrre energia elettrica e calore, capitalizzando al meglio le risorse a disposizione e riducendo al contempo il nostro impatto ambientale. Con l’ultimo bilancio siamo riusciti inoltre a stanziare 20 milioni di euro da investire nel prossimo triennio per proseguire su questo percorso e rendere la nostra azienda ancora più ospitale, sostenibile e produttiva”.

Qual è il valore della filiera italiana?

Agire come sistema per crescere sui mercati internazionali

“Diventa quanto mai necessaria una cooperazione sempre più stretta tra soggetti del sistema, tra produttori e consumatori, che vada oltre la semplice dimensione dello scambio economico e faccia riferimento a obiettivi condivisi di sostenibilità sociale e ambientale. Quello agroalimentare è un settore forte e pieno di risorse, che può essere il traino principale della ripresa economica. Bisogna però ragionare in termini di sistema, smettendo di agire unicamente per il tornaconto della propria realtà. Per poter crescere sui mercati internazionali è fondamentale che la nostra straordinaria filiera, vero valore aggiunto per l’intera economia nazionale, si prefigga obiettivi comuni e tutte le aziende lavorino insieme per raggiungerli”.

Le quattro sorelle USA della Carne e la libertà di mercato
29 Settembre 2021

Cargill, il gigante mondiale delle commodity, Tyson Foods Inc, la maggiore azienda per la carne di pollo, la brasiliana JBS SA, leader mondiale della carne e la National Beef Packing Co, azienda controllata dalla brasiliana Marfrig Global Foods SA, sono i quattro operatori che macellano all’incirca l’85% del bestiame da carne USA. Nel 1977 questa percentuale era appena il 25%, ma nel 1992 aveva raggiunto il 71%. La necessità di ridurre il costo unitario di macellazione ha portato a costruire impianti sempre più grandi soppiantando quelli di piccole e medie dimensioni, come dimostra il fatto che mentre nel 1977 l’84% di vitelli e manze erano macellati in impianti con una capacità inferiore al mezzo milione di capi all’anno, nel 1997 tale percentuale crollava al 20%.

Un sistema concentrato diventa anche più fragile, come dimostrano tre eventi che hanno colpito il settore: nel 2019 il macello di Tyson Foods nel Kansas è stato chiuso per quattro mesi a causa di un incendio; il Covid lo scorso anno ha provocato la chiusura a singhiozzo di vari impianti per infezioni fra i lavoratori ed infine a maggio 2021 JBS ha subito attacchi informatici che hanno portato alla chiusura temporanea nei suoi macelli di bovini e suini.

Queste chiusure nelle attività di macellazione si ripercuotono pesantemente sugli allevatori che non riescono a vendere gli animali mentre, a causa della minore offerta di carne, i prezzi sul mercato aumentano a tutto beneficio degli operatori. L’esempio è l’incendio nel macello della Tyson, dopo il quale la differenza fra il prezzo degli animali e quello della carne raggiunse, secondo USDA, livelli record.

La proposta USDA per proteggere i Suinicoltori da pratiche sleali

Secondo gli allevatori, questa concentrazione di fatto si traduce in una diminuzione della concorrenza ed in uno svantaggio competitivo fra chi deve vendere gli animali e chi commercializza la carne. Da varie parti, compreso un gruppo di Governatori, viene dunque proposta la creazione di un ufficio per verificare le pratiche anti-competitive nel settore della macellazione. USDA intende utilizzare una norma esistente tesa a proteggere allevatori ed agricoltori da pratiche commerciali svalorizzanti, utilizzando parte dei 4 miliardi di dollari destinati a consolidare il sistema alimentare USA.

L’equilibrio fra domanda ed offerta deriva anche dall’assenza di posizioni dominanti e pertanto occorrono autorità di sorveglianza e meccanismi regolatori per assicurare la trasparenza del mercato.

Vai all’evento Facebook >
Vai all’evento LinkedIn >

Fonte: Reuters

Carni suine: la Cina rallenta la corsa. C’è da preoccuparsi?
25 Giugno 2021

Le importazioni di carni suine della Cina rimangono su un quadrante positivo nei primi cinque mesi del 2021: +9,5% in volume e +8,8% in valore rispetto allo stesso periodo del 2020. Tuttavia, i dati relativi al mese di Maggio indicano per la prima volta dopo 2 anni una contrazione del 7,2% in quantità rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Import Cina
Prosciutti e Spalle congelati+44% Maggio 2021

In un quadro mensile negativo per l’import di carne suina in Cina, cresce invece la voce doganale dei “Prosciutti e spalle congelati”: +44,3% e 111.161 tonnellate ritirate a Maggio. La Spagna è il principale fornitore (share 25%) con un aumento del 121,8%; seguono gli Stati Uniti (share 21%) con un aumento del 45,1% su base tendenziale.

L’Europa si conferma il principale fornitore di Carni fresche, refrigerate e congelate della Cina con oltre 201.000 tonnellate e un incremento del 9,7% rispetto a Maggio 2020.
La Spagna, principale fornitore (share 30%), ha incrementato le vendite verso questo Paese del 70,6%; alle spalle si collocano il Brasile, con un aumento verso la Cina del 38,6%, mentre gli USA ed il Canada perdono rispettivamente il 48% e il 30,7% sui volumi commercializzati in Cina nel Maggio 2020.

Bisogna chiedersi se il calo delle importazioni di carne suina e derivati nel mese di Maggio sia solamente una parentesi oppure se, al contrario, sia il segnale – come alcuni sostengono – di un rallentamento delle importazioni che andrà a caratterizzare il secondo semestre dell’anno. Se così fosse, potrebbero risentirne i prezzi dei suini e delle carni suine su scala mondiale, Europa compresa.

TESEO.clal.it - Cina: Import di Carni Suine
TESEO.clal.it – Cina: Import di Carni Suine

L’UE-27 aumenta l’export di carni suine: Sud Est Asiatico principale destinazione
18 Giugno 2021

L’export di carni suine della UE-27 nel periodo Gennaio-Aprile ha raggiunto i 2,3 milioni di tonnellate, il 19,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2020.

La Cina si conferma la principale destinazione con 1,2 milioni di tonnellate e un incremento del 17,6% su base tendenziale.
L’area del Sud Est Asiatico con Filippine, Vietnam e Corea del Sud è un interessante mercato di sbocco, così come il Giappone, che ha un tasso di autosufficienza delle carni suine di appena il 48%.

L’export dall’UE verso le Filippine nel primo quadrimestre del 2021 è più che triplicato (+229,3% sullo stesso periodo del 2020) e la diffusione della Peste Suina Africana potrebbe ridurre il tasso di autoapprovvigionamento nel corso di quest’anno, secondo le previsioni USDA.

Export UE
Carni fresche, refrigerate o congelate+27% Gen – Apr 2021

A guidare l’export dell’UE-27 sono le “Carni fresche, refrigerate o congelate” (+27%), con la Cina che ha aumentato gli acquisti del 29,6% raggiungendo le 900.000 tonnellate, ed è boom di vendite dall’Unione Europea verso le Filippine (+359%) e Vietnam (+290% su base tendenziale).

La Spagna, principale fornitore della Cina per carni fresche, refrigerate e congelate (share 51%) ha incrementato le vendite verso questo Paese del 97,6%. Nel solo mese di Aprile, nonostante la Cina abbia ridotto le importazioni complessive di carni fresche, refrigerate e congelate dal Mondo del 2,4%, la Spagna ha mantenuto la leadership con un aumento del 43%.

Accelerano anche le esportazioni europee di “Spalle”, di cui il Giappone è la principale destinazione con una quota di mercato del 66% e un aumento degli acquisti quasi triplicato (3.634 tonnellate, +199%).

TESEO.clal.it - UE-27: Export di Carni Suine
TESEO.clal.it – UE-27: Export di Carni Suine

Rischiamo che il Made in Italy divenga un bene di lusso [Intervista]
25 Maggio 2021

Gianmichele Passarini
Bovolone (VI), Veneto – ITALIA

Gianmichele Passarini
Gianmichele Passarini – Avicoltore e Presidente Cia Veneto

“A un prezzo intorno ai 500 euro alla tonnellata la soia permetterebbe una corretta marginalità agli agricoltori e un certo equilibrio per il sistema mangimistico e allevatoriale. Oltre il tetto dei 700 euro, come è oggi, si colloca invece su un terreno insidioso, che non permette alle filiere di reggere a lungo, con il rischio di trascinare verso il basso comparti che magari si trovano già in condizioni complesse, come il settore suinicolo. Per altro per dirla tutta, dubito che vi siano oggi tanti agricoltori veneti che stiano vendendo soia a 700 euro la tonnellata”.

Parte dal prezzo della soia il ragionamento di Gianmichele Passarini, presidente di Cia Veneto e allevatore di tacchini a Bovolone (Verona), con una produzione di circa 150mila capi in soccida con il gruppo Fileni e 10 ettari coltivati.

Presidente Passarini, come interpreta il boom dei listini di cereali e semi oleosi?

“Credo si tratti di una concomitanza di più fattori concatenati: da un lato una estrema voracità della Cina, che sta acquistando materie prime in quantità; problemi di logistica correlati al Covid-19, che hanno fatto crescere i costi dei noli e dei trasporti, rendendoli allo stesso tempo più difficoltosi; gli stock in diminuzione. Siamo in una fase in cui, da qualunque parte la si tiri, la coperta è corta”.

La fiammata della soia ha ridotto notevolmente il gap fra i prezzi del convenzionale e del biologico, oggi vicinissimi. Questo scenario non potrebbe rallentare le conversioni, proprio mentre la Commissione europea invita a scegliere di coltivare bio?

Situazione che rallenta la scelta del biologico

“Assolutamente è una situazione che rallenta la scelta del biologico. Con prezzi elevati della soia convenzionale nessuno si sposterà sul bio, considerato che i costi di produzione aumentano e le rese sono inferiori. Il nodo resta sempre quello: dobbiamo avere una produzione che sia legittimata dal ritorno economico, non si può produrre in perdita”.

Che impatto hanno sulla zootecnia le materie prime così elevate nelle loro quotazioni?

“Si aprono due elementi di criticità, a mio avviso: le importazioni a minor costo, dove possibile, e la tenuta dei sistemi delle DOP, che non possono più di tanto ridurre i costi di produzione. Per le filiere che non stanno attraversando un momento favorevole come quella dei suini e delle DOP dei prosciutti la faccenda si complica, perché il sistema si basa ancora sulla centralità della coscia e non riesce a dare il giusto valore al resto della carcassa. La filiera si sta orientando verso la soccida, ma non ha forse ancora trovato la strada per ottimizzare il ciclo produttivo, ridurre i costi e migliorare di conseguenza la redditività. Ma se non troveremo la strada per valorizzare a tutta la carcassa, avremo difficoltà”.

Le importazioni cinesi di carne suina dall’Europa hanno evitato rimbalzi eccessivamente negativi sui mercati, con benefici anche per l’Italia. E se la Cina dovesse ridurre l’import, dopo aver ricostituito gli allevamenti colpiti dalla peste suina africana?

“Anche se indirettamente, è vero, abbiamo alleggerito le pressioni sul mercato interno, anche se oggi gli allevatori devono fare i conti con costi di produzione in aumento. Nelle filiere delle DOP serviranno investimenti promozionali, di posizionamento e mirati allo stesso tempo all’internazionalizzazione”.

C’è anche un tema legato al benessere animale. Come muoversi?

La soluzione non è mettersi sulla difensiva

Il tema esiste e la soluzione non è mettersi sulla difensiva. Ma dobbiamo dire che l’allevamento oggi non è come quello di 20 o 30 anni fa. Ci sono già le direttive e devono essere rispettate. Questo, in larghissima parte e salvo qualche eccezione, già avviene. Proprio per questo ritengo che la questione debba essere affrontata in maniera lucida, senza farsi condizionare dall’emozione o dal desiderio di compiacere qualche frangia rumorosa della società, che ha tutto il diritto di esprimersi”.

Cosa suggerisce di fare?

“Prima di prendere decisioni avventate è fondamentale capire gli impatti economici che alcune scelte potrebbero avere non solo sul sistema produttivo, ma anche su quello sociale e sul Paese nel suo insieme. Mi spiego meglio: se decidiamo di ridurre drasticamente il numero dei capi in virtù del benessere animale, senza preoccuparci delle catene di approvvigionamento, quali saranno le conseguenze sui consumatori? Pagheranno di più per il cibo? E da dove ci approvvigioneremo? E saremo sicuri che saranno rispettate le norme sul benessere animale anche là dove andremo ad acquistare le carni o i prodotti di derivazione zootecnica? Poi vi sono gli aspetti di natura economica”.

Quali?

“Siamo tutti d’accordo che il benessere animale sia un aspetto chiave dell’allevamento e del percorso produttivo. In questi anni sono stati fatti dei passi avanti e altri ve ne saranno per migliorare ulteriormente. La tecnologia in questo senso può senz’altro aiutare. Ma qualcuno si è soffermato sugli aspetti economici? Nel momento in cui riduco la produzione di carne per metro quadro, chi copre quella quota che non produco più? E sa qual è il rischio?”.

Lo dica lei.

“Il rischio è aprire alle importazioni dall’estero, con una feroce concorrenza intra-Ue ed extra-Ue, che è ancora più devastante per la zootecnia italiana e non so fino a quanto sicura sul piano del benessere animale. Perché in Italia siamo sicuri che le produzioni seguono determinate regole, al di fuori dell’Unione europea non saprei. Sta di fatto, estremizzando volutamente gli aspetti economici per respingere le accuse di una parte per fortuna minoritaria della società, che un animale che sta bene e che cresce nel benessere, è un animale che produce e che porta reddito. Bisogna però saper trovare un equilibrio, altrimenti, fra costi di produzione che aumentano e meno capi allevati per garantire gli spazi previsti per l’animal welfare, rischiamo che il Made in Italy si trasformi in un bene di lusso, ad alto tasso di spesa, che gli italiani non possono più permettersi”.

L’Italia sta perdendo terreno sul fronte dell’autosufficienza. Perché? Come rilanciare la produzione interna di mais?

“Non possiamo pensare di arrivare all’autarchia, perché abbiamo in mano le armi del medioevo, cioè l’ibrido. Bisogna, quindi, attivarsi per avere nuove varietà, piante differenti in grado di superare i problemi delle aflatossine, della piralide e dello stress idrico, riducendo il fabbisogno di acqua e di chimica. Naturalmente non possiamo muoverci sul terreno superato degli OGM, ma la ricerca dovrà svilupparsi a partire da una accelerazione sulle New Breeding Technology.

Servono ricerca, nuove tecniche agronomiche e accordi di filiera

Serve un forte impulso alla ricerca, accompagnata da nuove tecniche agronomiche, dall’agricoltura di precisione, da un utilizzo razionale delle risorse idriche, dei fertilizzanti, dei diserbanti e dei mezzi tecnici nel loro complesso.

Successivamente, la strada da percorrere sarà quella degli accordi di filiera con l’industria di trasformazione. Sarà imprescindibile lavorare insieme e coinvolgere maggiormente gli agricoltori, anche attraverso un patto etico. Allo stesso tempo, servirà maggiore programmazione sugli stoccaggi, per i quali la trasparenza sarà la strada obbligata. Oggi, invece, non sempre si conoscono i dati sugli stock”.

Ha parlato di agricoltura di precisione. Il Piano nazionale di resilienza e ripartenza (Pnrr) ne asseconda la crescita.

“Sì, ma finora ci sono solo le linee generali e il Piano è ora al vaglio della Commissione Europea. Vedremo in quale formula sarà licenziato, ma è innegabile che vi siano risorse da utilizzare in tal senso. Dovremo essere bravi e cogliere l’occasione per accelerare su ogni aspetto della precision farming, dalla mappatura dei terreni alla gestione degli effluenti zootecnici, delle sostanze organiche, delle risorse idriche, dei mezzi tecnici e così via. L’obiettivo finale è fare in modo che l’agricoltura italiana sia considerata una specialty e non una commodity in ogni aspetto, così da consentire alle imprese agricole di fare reddito. L’Unione Europea metterà a disposizione notevoli fondi per la crescita attraverso più strategie: il Recovery fund, la PAC e il Green Deal. Dovremo saper cogliere queste occasioni con idee e progetti organici”.

Carni suine più sostenibili: un approccio di filiera
10 Maggio 2021

La filiera della carne ha bisogno di essere percepita in modo migliore riguardo la sostenibilità, sia questo per l’aspetto del cambiamento climatico o il benessere animale.

La carne di maiale emette solo 6 kg di CO₂ per ogni kg, rispetto ai 60 kg della carne bovina, ai 24 kg della carne di pecora ed anche ai 21 kg di CO₂ per ogni kg di formaggio. Dato però che la carne di maiale è la più consumata al mondo (36% del consumo totale di carne), anche ai produttori suinicoli è richiesto di ridurre l’impatto ambientale delle loro attività.

I gas immessi in atmosfera nel ciclo dell’allevamento suinicolo sono il risultato delle emissioni indirette dalle coltivazioni per l’alimentazione degli animali e quelle dirette dall’allevamento, cioè animali e deiezioni. Si tratta soprattutto di ossidi di azoto ed anidride carbonica, mentre le emissioni di metano sono molto più ridotte di quelle dei ruminanti. Esiste poi l’impatto derivante dai processi di lavorazione e confezionamento della carne.

Un approccio di filiera per ridurre le emissioni

Secondo Danish Crown la riduzione delle emissioni deve essere un approccio complessivo, “olistico”, che riguarda tutti i soggetti e comprende elementi quali uso di antibiotici, origine degli alimenti, benessere animale, biodiversità nell’allevamento. La cooperativa danese si è prefissata l’obiettivo al 2030 di tagliare del 50% le emissioni carboniose rispetto ai livelli del 1990 dei 12 milioni di animali che macella. Il metodo per raggiungere tale risultato si basa sul coinvolgimento della filiera produttiva, partendo dagli allevatori che debbono impegnarsi a rilevare e comunicare all’azienda tutti i dati per i vari elementi di sostenibilità in modo da costituire la “traccia climatica”. 

Pilgrim’s nel Regno Unito ha misurato una media di 2,54 kg di CO₂ per ogni kg di peso vivo di carne, il che rappresenta uno dei valori di emissioni più basse al mondo. Questo risultato è stato ottenuto agendo in modo molto attento sulla origine degli ingredienti per l’alimentazione animale, in particolare la soia, prestando molta attenzione alle condizioni di allevamento con l’adozione della certificazione di benessere animale ed alla natura del packaging.

Adeguarsi al mercato: le aziende della carne debbono essere “market driven”. La società richiede con sempre maggior forza prodotti sostenibili, agricoltura sostenibile, trasparenza e sicurezza. La risposta non può che essere corale da parte di ogni componente della filiera produttiva: agricoltura conservativa, allevamenti etici, aziende di trasformazione orientate all’innovazione.
Anche i prodotti tradizionali vivono se evolvono.

TESEO.clal.it - Share delle Macellazioni di Suini in UE
TESEO.clal.it – Share delle Macellazioni di Suini in UE

Fonte: Danish Crown, Food Navigator

Record di carni suine macellate in Unione Europea
30 Aprile 2021

Nel 2020 le macellazioni dell’Unione Europea hanno segnato un nuovo record: oltre 23 milioni di tonnellate di carne suina ottenuta, in crescita dell’1,2% rispetto al 2019. Il 2021 è partito con volumi più ridotti nel mese di Gennaio: -1,9% su base tendenziale.

Con 458.000 tonnellate macellate nel mese di Gennaio, la Spagna copre il 23% delle macellazioni totali dell’Unione Europea. Al secondo posto (21% delle macellazioni comunitarie) si colloca la Germania, con 434.000 tonnellate. Alle spalle, decisamente più staccate, si trovano Francia (9%), Polonia (8%), Danimarca (8%), Paesi Bassi (7%) e Italia (6% delle macellazioni UE, calcolate in tonnellate).

Italia: Suini Macellati in Ton +4,2% Gen – Feb 2021

Il focus sull’Italia evidenzia un incremento dei Suini macellati nel periodo Gennaio – Febbario 2021 rispetto a Gen-Feb 2020: +4,2% in tonnellate, con una crescita a Febbraio del 10,1% su base tendenziale.

Per i primi due mesi del 2021, nei principali Player Europei le macellazioni dei Suini hanno registrato andamenti differenti, +1,1% per la Spagna, -4,0% per la Germania e -3,5% per la Francia. 

TESEO.clal.it - Italia: Suini Macellati (Ton)
TESEO.clal.it – Italia: Suini Macellati (Ton)

Secondo l’aggiornamento più recente in merito ai Suini macellati con destinazione DOP/IGP, nella settimana 19-25 Aprile sono stati macellati 165.128 maiali (+0,5% rispetto alla settimana precedente). Di questi, 149.172 sono risultati conformi ai disciplinari dei principali prodotti DOP.

I Consumi pro capite di carni suine nei Paesi aumentano nel 2020 in Vietnam, Russia, Giappone e Ucraina e diminuiscono in tutti gli altri Paesi con più di 20 milioni di abitanti  (Cina, Usa, UE). I Paesi con il maggior consumo di carne di maiale pro capite sono Corea del Sud, Taiwan, Unione Europea, che si collocano tutti sopra i 38 kg a testa. Seguono Stati Uniti (30,3 kg), Cina (28,9 kg) e Vietnam (27,6 kg).

TESEO.clal.it - Consumi pro capite di Carne Suina
TESEO.clal.it – Consumi pro capite di Carne Suina