“Gli Attori della Filiera Suinicola italiana si trovano di fronte ad una sfida eccezionale. Inflazione, clima, PSA e sconvolgimenti sui mercati internazionali degli input sfidano un sistema che fatica a far sistema.”
Così esordiva l’invito a partecipare all’incontro “La Filiera Suinicola alla prova del dialogo” di venerdì 11 novembre 2022, organizzato dal Team di CLAL con l’obiettivo di aiutare gli Operatori ad affrontare queste sfide.
Oltre cento attori della catena di approvvigionamento suinicola, GDO inclusa, hanno risposto dandosi appuntamento presso Fiere di Parma per partecipare all’inizio di un dialogo, basato su dati ufficiali ed oggettivi e un’analisi di mercato dal taglio imprenditoriale.
Dopo il benvenuto di Angelo Rossi e l’introduzione di Francesco Branchi, che ha messo a fuoco alcune delle sfide che la filiera sta affrontando, Alberto Lancellotti ha analizzato le modalità in cui il clima sta avendo un impatto sulla catena di approvvigionamento suinicola, mentre Ester Venturelli ha tracciato i trend dell’energia e dei costi alimentari per l’allevamento suinicolo.
Marika De Vincenzi, referente nell’ambito di CLAL per il settore suinicolo, ha successivamente analizzato il mercato di suini, carni e salumi italiani nel contesto del mercato globale. Macellazioni, sigillature, tagli e prezzi, cambi, export e la domanda cinese sono alcuni dei temi trattati da Marika, che hanno acceso i primi scambi tra i partecipanti.
Dopo il Team di CLAL, Alessandro Poli di IRi ha presentato un quadro dei consumi di carni e salumi, lasciando poi spazio al dibattito tra gli Operatori, coordinato da Francesco Branchi, alla presenza di Regione Emilia-Romagna e Regione Piemonte (segue galleria fotografica).
Quale primo risultato dell’incontro, i partecipanti intervenuti hanno dichiarato di voler istituire un tavolo di filiera: intenti accolti ed ufficializzati da Ruggero Lenti, Presidente di ASSICA, nel suo commento a fine mattinata.
A Francesco Pizzagalli, presidente dell’IVSI – Istituto Valorizzazione Salumi Italiani, è stato infine chiesto di trarre le conclusioni della mattinata. Il Prof. Pizzagalli ha gentilmente accettato, esortando a procedere nel dialogo seguendo i tre punti cardine:
visione
condivisione
collaborazione.
“Il benessere di ciascun anello della filiera è garantito dal benessere della filiera stessa”, ha sottolineato Pizzagalli, aggiungendo un concetto cristiano citato non per ultimo da Papa Francesco: “nessuno si salva da solo”.
Al termine dei lavori, il dibattito è continuato durante l’aperitivo.
“La Filiera Suinicola alla prova del dialogo”, presso Fiere di Parma
Michele Carra, ASSALZOO
Massimo Zanin, Veronesi SpA
Rudy Milani, Suinicoltore
Antenore Cervi, Suinicoltore
Sergio Visini, Suinicoltore
Elio Martinelli, ASSOSUINI
Stefano Borchini, SLEGA
Roberta Chiola, Gruppo Chiola
Davide Calderone, ASSICA
Paolo Tramelli, Cons. Prosciutto di Parma
Alessandro Utini, Cons. Prosciutto di Parma
Giuseppe Villani, Cons. Prosciutto di San Daniele
Alessandro Masetti, COOP
Nicolò Bistoni, CONAD
Claudio Truzzi, METRO
Massimiliano Lazzari, COOP
Angelo Frigerio, Giornalista
Ruggero Lenti, ASSICA
Francesco Pizzagalli, IVSI
Alessandro Poli, IRi
Marika De Vincenzi, Francesco Branchi e Angelo Rossi, CLAL
Le temperature sempre più elevate possono danneggiare gli allevamenti di suini sotto diversi aspetti tramite lo stress provocato agli animali.
Lo stress da caldo è il risultato di un eccessivo accumulo di calore all’interno dell’organismo e può essere cronico o acuto a seconda della durata e dell’intensità delle alte temperature.
L’animale si adatta, ma non senza danni
Lo stress da caldo cronico permette all’animale di adattarsi alle temperature, ma non senza danni legati a modifiche delle caratteristiche metaboliche. Il danno sarà tanto più ingente quanto il suinetto sarà giovane. Per esempio, lo stress da caldo durante la gravidanza porta a dismetabolie nei suinetti, che non permettono loro di esprimere appieno il potenziale genetico.
Lo stress da caldo acuto porta ad un’immediata riduzione del consumo alimentare e a dilatazione vascolare per rilasciare maggiori quantità di calore. Tuttavia, maggiori danni si possono manifestare nella fase di recupero. Infatti, la carenza di nutrienti ed ossigeno possono portare a modifiche della morfologia intestinale che rende più complesso l’assorbimento di nutrienti fondamentali, provocando da ultimo ritardi nella crescita.
Inoltre, le alte temperature potrebbero favorire anche altri problemi di salute, sia in modo diretto, indebolendo il sistema immunitario e quindi rendendoli più vulnerabili agli attacchi dei patogeni, sia in modo indiretto, aumentando la probabilità che si manifestino minacce sanitarie dati gli ambienti che diventano più adatti alla sopravvivenza dei patogeni.
Ritardi nella crescita di 20 giorni
Tutto questo è in linea con quanto hanno riportato a TESEO alcuni allevatori che, nell’ultima estate, hanno notato ritardi nella crescita dei suini, i quali hanno raggiunto il peso di macellazione anche 15/20 giorni più tardi rispetto alla media. Inoltre, i dati delle macellazioni di Luglio, Agosto e Settembre indicano che il peso medio del suino inviato al macello è stato inferiore rispetto agli anni precedenti.
I metodi di adattamento possono essere vari, tra i quali: ventole, acqua, muri e soffitti coibentati, maggiore metratura per suino. È importante che le aziende adottino sistemi di adattamento adeguati alla loro realtà in previsione di estati sempre più lunghe e calde, primo per ragioni di benessere animale, ma anche per limitare le perdite economiche dovute allo stress da caldo.
TESEO.CLAL.it – Peso vivo medio dei suini inviati alla macellazione
Quanto spazio deve avere a disposizione una vacca per trovarsi in buone condizioni di allevamento? Uno studio dell’università di Nottingham ha valutato l’impatto della superficie di stalla su tre parametri principali: produzione, comportamento e riproduzione/fertilità.
In una struttura appositamente costruita, 150 vacche di razza Holstein sono state assegnate in modo casuale ad un gruppo con superficie vitale di 6,5 m2 all’interno di 14 m2 di superficie complessiva, rispetto al gruppo di controllo in cui ogni vacca aveva a disposizione 9 m2 di superficie complessiva ed uno spazio vitale di 3 m2.
Tutti gli altri aspetti dell’ambiente e della gestione dell’allevamento erano identici, in modo da formare due gruppi comparabili. Oltre alla resa giornaliera per vacca, sono stati misurati anche i dati relativi al tempo di ruminazione, al peso corporeo e alla composizione del latte. Per monitorare il comportamento, le vacche sono state dotate di sensori di geo-localizzazione che inviavano una misurazione della posizione ogni sette secondi. I gruppi sono stati confrontati in base al tempo trascorso nelle aree chiave designate, come lo spazio vitale, la zona di alimentazione ed i box. Sono stati raccolti tutti i principali dati riproduttivi, come le registrazioni delle inseminazioni artificiali e delle diagnosi di gravidanza. La fisiologia riproduttiva è stata valutata analizzando campioni di ormone anti Mulleriano (AMH) e livelli di progesterone nel latte.
Le ridotte prestazioni riproduttive sono compensate dall’aumento del latte
Le vacche del gruppo ad alto spazio vitale hanno fornito picchi di produzione simili a quelli del gruppo di controllo, ma hanno mantenuto una produzione più elevata per un periodo più lungo della lattazione, il che ha portato ad un totale su 305 giorni di 14.746 litri di latte rispetto ai 14.644 litri del gruppo di controllo, cioè oltre 100 litri in più per vacca. L’effetto maggiore sulla resa è stato osservato nella popolazione di giovenche: quelle del gruppo allevato nella superficie più ampia hanno prodotto in media oltre 600 litri in più rispetto alle loro controparti, cioè 12.235 litri rispetto a 11.592 litri. Non c’è stato invece un effetto positivo sulla riproduzione: le vacche del gruppo ad alto spazio hanno impiegato più tempo a concepire, anche se tutti gli altri parametri di fertilità misurati non hanno mostrato differenze tra i gruppi. Però le ridotte prestazioni riproduttive sono state compensate dall’aumento del volume di latte. L’aumento dello spazio ha anche migliorato il benessere delle vacche attraverso significativi cambiamenti di comportamento: quelle del gruppo con spazio più ampio trascorrevano 65 minuti in più al giorno sdraiate e 10 minuti in più al giorno davanti all’alimento.
Questo è il primo studio fatto in condizioni reali di allevamento, che ha dimostrato come l’aumento dello spazio vitale porta benefici significativi alla produzione di latte ed al comportamento delle vacche stabulate. Stante la grande variabilità degli spazi nelle stalle da latte, i risultati dello studio dovrebbero aiutare gli allevatori a decidere come investire per migliorare la stabulazione e, in ultima analisi, il comfort, il benessere e la produttività delle vacche.
CLAL.it – Produttività per vacca nelle macro-regioni italiane
Di Pedro E. Piñate B., Medico Veterinario venezuelano e Consulente Agricolo
A fine giugno, OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e FAO hanno pubblicato il rapporto sulle prospettive agricole mondiali 2022-2031. Per prima cosa, emerge la necessità di soddisfare i bisogni alimentari di una popolazione crescente, che arriverà a 8,6 miliardi nel 2031, rispetto ai 7,8 miliardi del 2021. Oltre ai cambiamenti demografici, la domanda sarà influenzata dai redditi dei consumatori e dai prezzi dei prodotti alimentari.
Aumenti di produttività nei Paesi a basso e medio reddito
Nel prossimo decennio, la produzione agricola mondiale dovrebbe aumentare dell’1,1% all’anno con gli incrementi prevalentemente concentrati nei Paesi a basso e medio reddito, ma che richiederanno un accesso più ampio ai fattori di produzione, nonché maggiori investimenti per l’aumento della produttività in tecnologia, infrastrutture e formazione. L’aumento delle produzioni vegetali deriverà per l’80% dall’intensificazione dei sistemi di produzione, per il 25% dall’espansione delle terre e per il 5% da un aumento dell’intensità di coltivazione. L’espansione delle terre coltivate si concentrerà a livello regionale in Asia, America Latina e Africa sub-sahariana. L’allevamento e la pesca cresceranno dell’1,5% all’anno, grazie a miglioramenti della produttività per una gestione più efficiente della mandria ed un migliore regime alimentare; il pollame rappresenterà più della metà della crescita mondiale della produzione di carne. Anche la produzione mondiale di latte crescerà nel prossimo decennio, con la metà degli incrementi localizzati in India e Pakistan.
Per il prossimo decennio occorre prestare particolare attenzione alla questione dell’aumento dei prezzi dei fattori produttivi che fanno lievitare i costi. A questo proposito, il rapporto OCSE/FAO è chiaro sul fatto che gli attuali aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e dei carburanti sono altamente regressivi, aggravano lo stress economico ed hanno un impatto negativo su produttori e consumatori.
Per quanto riguarda il cambiamento climatico, il rapporto prevede che le emissioni agricole cresceranno ad un ritmo più lento rispetto alla produzione, grazie al miglioramento delle rese ed anche per la riduzione della parte derivante dai ruminanti. Tuttavia, sono necessari ulteriori sforzi affinché il settore agricolo contribuisca efficacemente alla riduzione complessiva delle emissioni di gas serra (GHG). Ciò include l’adozione su larga scala di processi produttivi e di tecnologie intelligenti dal punto di vista climatico, soprattutto nel settore zootecnico.
Un’equa condivisione del reddito lungo la catena agroalimentare
Anche il contesto macroeconomico dei prossimi 10 anni è particolarmente impegnativo, con i conflitti che aumentano l’incertezza. In questo scenario, l’impegno degli agricoltori deve estendersi in modo solidale ai consumatori per un’equa condivisione del reddito lungo la catena agroalimentare. È inoltre essenziale che in ogni Paese le politiche agricole, così come quelle del lavoro, dei salari e dell’ambiente, vengano applicate in maniera uniforme e risultino adeguate e stabili. Il contesto commerciale internazionale deve consentire la necessaria fluidità e trasparenza, senza privilegiare i consumatori a scapito degli agricoltori. Inoltre, nei Paesi esportatori ad economia avanzata, i sussidi agli agricoltori non devono tradursi in una concorrenza sleale nei confronti dei loro colleghi del mondo “in via di sviluppo”, che quindi non si svilupperà mai.
L’attività agricola è uno stile di vita
In ogni luogo l’attività agricola, più che un mestiere, è uno stile di vita i cui valori sono spesso tramandati di generazione in generazione. Rappresenta la salvaguardia e la promozione del territorio. Per questo ogni nazione libera e sovrana deve dotarsi di una politica agricola che tuteli e sostenga chi opera in agricoltura per prendersi cura di quel grande spazio fisico, sociale ed economico collocato oltre la città, chiamato campagna.
Senza dubbio, l’impegno degli agricoltori è per un mondo senza fame, per un mondo migliore.
Capi allevati: 350 Destinazione del Latte: latte alimentare e formaggi
Un po’ ingegnere (si è laureato
nel 1970 al Politecnico di Torino e ha insegnato per una ventina d’anni, prima
di fare l’allevatore) e un po’ filosofo, con la vis polemica che ne
contraddistingue il carattere e per la quale è conosciuto nel settore lattiero
caseario. Marco Lucchini, presidente di Agri Piacenza Latte, associazione di produttori
in costante evoluzione, coltiva 80 ettari a Calendasco (Piacenza), dove alleva circa
350 capi. Insieme a lui in azienda lavora il figlio Alfredo Lucchini, ingegnere
meccanico, anche lui sedotto dall’agricoltura e dalla zootecnia. La quinta
generazione in azienda è cosa fatta. E in questa intervista, grazie alla
brillantezza dell’interlocutore, parliamo davvero di tutto.
Partiamo dal latte e dall’annuncio
di Granarolo e Lactalis che il latte potrebbe arrivare a 2 euro al litro. Cosa ne
pensa?
“Mi permetta di partire da più lontano e cioè dalla fase in cui si trovano gli allevatori e, più estesamente, le catene di approvvigionamento. Nel giro di un anno l’incremento del prezzo del latte alla stalla è stato di circa il 40%. Una crescita decisamente marcata, ciononostante non proporzionata all’incremento di alcuni dei costi che gli allevatori hanno subito. Non le faccio l’elenco, perché dal gasolio alla razione alimentare, dai fertilizzanti all’energia sono cifre ormai note nella loro esponenzialità e, peraltro, soggette per alcune voci ancora in queste fasi a crescere. Aggiunga le difficoltà legate al ricambio generazionale, che costituiscono un altro elemento di incertezza e del quale si parla purtroppo troppo poco.
Veniamo da una fase in cui la
tenuta del sistema è precaria: prezzi alle stelle, manodopera che non ne vuole
sapere di lavorare il sabato e la domenica, ma capisce che una stalla o un
caseificio sono realtà che possono avere situazioni di lavoro nel fine
settimana.
Un altro elemento che non dobbiamo dimenticare è che i prezzi dei prodotti agricoli sono stati compressi per decenni, perché la globalizzazione ha avuto il principale effetto di non comprimere i consumi e, allo stesso tempo, lasciando pressoché invariati i prezzi dei prodotti agricoli alimentari. Tutto questo mentre in Italia gli stipendi non crescevano.
Ritengo dunque che vi siano le
premesse, se aggiungiamo l’inflazione, per una situazione di instabilità, che
tocca tutti i soggetti coinvolti. Non vorrei però che, in un contesto simile,
si riversi sul costo della materia prima l’aumento al consumo, perché gli
incrementi di spesa li stanno subendo tutti i soggetti della filiera, dall’allevatore
alla trasformazione. Anelli incolpevoli del boom dell’energia, diciamolo”.
Il prezzo del latte è giusto?
Ritengo sia l’occasione per gli allevatori di intervenire sulla propria attività, attraverso l’aggregazione
“Direi che siamo tra i 55 e i 60 centesimi al litro. Per i tre mesi che sono passati come prezzo poteva avere un senso, per i mesi che vengono, con le incognite che ci sono, mi lasci dire che non è facile. Il prezzo del Grana Padano è attorno ai 9€/Kg, ma bisogna mettere in conto circa 0.7 euro al chilo di costi in più. Per cui, pur apparendo come prezzo remunerativo, potrebbe non esserlo.
In questa fase vi sono allevatori
in difficoltà, non dimentichiamo che oltre al caro energia le stalle sono alle
prese con prezzi alle stelle dei mangimi e devono fare i conti con gli scarsi
risultati nei campi legati alla siccità. Ci sono stati costi altissimi per l’irrigazione,
mentre in alcune zone d’Italia l’acqua è mancata, con ripercussioni negative
sulle rese in campo. È una situazione, nel complesso, davvero difficile da
decifrare e temo che nei prossimi mesi ci saranno stalle che chiuderanno.
Se dovesse mancare latte, sarà
difficile gestire il prezzo, ma ritengo anche che sia l’occasione per gli
allevatori di mettere le mani sulla propria attività, attraverso l’aggregazione,
ma questa situazione sta frantumando gli organismi aggregati”.
Come definirebbe la
sostenibilità? La zootecnia è spesso nel mirino.
“Penso che la sostenibilità sia il meglio che ti offre la tecnologia. La sostenibilità non può prescindere dai tre pilastri e il primo è, inevitabilmente, economico. Se manca, non c’è la stalla. La sostenibilità si traduce quindi nella possibilità dell’azienda di stare sul mercato, utilizzando tutte le tecnologie a disposizione. Il benessere animale è una componente di quella che chiamo sostenibilità spontanea, perché aiuta da un lato a contenere i costi e dall’altro ha riflessi positivi sull’ambiente. E proprio sulla questione ambientale dovremmo essere più scientifici: una vacca non può produrre più atomi di carbonio di quelli che consuma, è inutile farsi travolgere da posizioni ideologiche, che non si reggono in piedi. Comprimere la zootecnia in nome dell’ambiente vorrebbe solo dire far aumentare i prezzi”.
È una difesa molto chiara, ma
che potrebbe dare fastidio a molti.
Non dobbiamo concentrare senza limiti, serve un equilibrio sul territorio
“Dobbiamo ragionare in maniera
serena e con un approccio scientifico e realista. L’allevamento ultra-intensivo
è sbagliato, non dobbiamo concentrare senza limiti, serve un equilibrio sul
territorio. Le faccio un esempio: io nella mia azienda ho rimboschito una parte
di ettari, perché credo che agricoltura e zootecnia siano anche ambiente, ma di
questo gli agricoltori e gli allevatori sono consapevoli.
Non posso dimenticare che quando nel 1990 ho assunto la presidenza in Agri Piacenza Latte, sulla collina piacentina c’erano 350 stalle e il territorio era un giardino. Dobbiamo avere il coraggio di comunicare che per l’utilizzo bassissimo di diserbanti e di chimica e per l’attenzione che mostra, la zootecnia convenzionale è molto vicina a quella biologica”.
Con Agri Piacenza Latte ha acquisito
nuovi soci, dal Piemonte all’Alto Adige. Quali altri acquisti ha in programma?
“È informatissimo. Abbiamo ricevuto la richiesta di un numero cospicuo di produttori di una zona a confine con l’Alto Adige: chiedevano di poter diventare soci e conferire il loro latte. Era capitato precedentemente anche nel Cuneese. Le spiego un po’ come funziona: di fatto ci vengono a cercare loro e, tendenzialmente, si muovono con uno schema a zona, perché il mondo del latte è fatto così. Zone più o meno omogenee, che gravitano intorno a una o più aziende di trasformazione. Ebbene, quando si sviluppano situazioni per così dire estreme, ci vengono a cercare spontaneamente”.
Poi cosa accade?
“Non appena entrano e li coinvolgiamo nel sistema, automaticamente si alza il prezzo del latte, c’è un flusso di allevatori verso il sistema aggregato e nasce una sorta di reazione del mondo della trasformazione che vede sfilarsi un mondo che considera suo. Quindi, in sintesi, riverberiamo un effetto positivo sui territori. Poi, se vogliamo marcare le differenze, Agri Piacenza Latte e organismi analoghi fanno il mercato per i produttori loro soci garantendone il pagamento, mentre altri organismi che non gestiscono direttamente il prodotto e non rispondono del pagamento, usano i prezzi pattuiti dalle forme aggregate come riferimento, essendo totalmente sprovvisti di competenze di mercato.”
Agri Piacenza Latte produce
anche un formaggio a pasta dura, il Formaggio Bianco Italiano. Come mai?
Le nostre industrie hanno bisogno di latte e il mercato ha bisogno di prodotti di qualità a prezzi convenienti
“La nostra idea è stata fare
prodotti che siano commodity. E il Formaggio Bianco Italiano lo è, sostenuto
non solo dalla qualità, ma anche dalle tecnologie impiegate per ottenerlo, con
una qualità del latte elevata e standardizzata, aspetto che mantiene costanti e
uniformi le caratteristiche alla vendita. Trova spazio anche perché si
inserisce in un’area, quella del Grana Padano, che ha adottato una politica di
programmazione dell’offerta che predilige una crescita contenuta e una
patrimonializzazione delle quote produttive che, a nostro parere, non favorisce
lo sviluppo, ma lo contrae. Mi fermo, perché non vorrei sembrare troppo
polemico, anche perché siamo partiti dal Bianco Italiano e non vorrei che la
spiegazione della genesi di questo prodotto apparisse come un attacco ad altri.
Il nostro formaggio è competitivo per qualità e prezzo e siamo orientati all’estero,
dove possiamo contare su livelli omogenei di offerta”.
In passato si è parlato del progetto di realizzare in territorio lombardo un impianto di polverizzazione del latte? Cosa ne pensa?
“Ero e sono contrario. Ma ho sparato a zero sul polverizzatore per una ragione molto semplice. L’Italia non è autosufficiente come produzione di latte. Noi produciamo circa 127 milioni di quintali di latte, industria e cooperazione hanno bisogno di quantitativi intorno ai 200 milioni, quindi noi siamo carenti di oltre 70 milioni di quintali di latte. Orbene, quando il prezzo del latte estero era più basso, veniva importato abbassando il livello di prezzo del nostro. Adesso invece si cerca di comprarlo in Italia. Ma il tema è sempre quello e cioè che le nostre industrie hanno bisogno di latte e il mercato ha bisogno di prodotti di qualità a prezzi convenienti. All’estero conoscono poco il sistema delle Dop, a parte, naturalmente, i francesi. Prova ne è che, quando mandiamo i formaggi all’estero, fra Dop e non Dop gli stranieri non fanno molta differenza. Adesso, comunque, non è un mercato semplice e la situazione che si è complicata ulteriormente, evidenzia squilibri congiunturali”.
Come vede il settore fra 10
anni?
“Semplifico al massimo: o avremo
un prezzo sostenibile per il settore lattiero caseario oppure si chiuderà. Come
si ottiene la sostenibilità del prezzo? In due modi: o con quotazioni adeguate
alla domanda e all’offerta, in grado di dare una corretta remunerazione e garantire
gli investimenti, oppure nel modo opposto, cioè con le stalle che chiudono e l’offerta
che diminuisce. È preferibile la prima ipotesi”.
Il futuro è nell’export?
“Il futuro è solo nell’export. Badi bene: come italiani cosa possiamo mangiare? La popolazione è in diminuzione, il gusto sta virando verso i cosiddetti ‘nuovi residenti’. Molte famiglie hanno problemi economici, per cui è difficile acquistare le super nicchie che, mi chiedo, a chi possano giovare. Abbiamo gli stipendi fra i più bassi di tutta Europa. O fornisci cibo a un prezzo basso, oppure diventa complicato. Il sistema, per dirla alla Zygmunt Bauman, è liquido”.
Essendo giunto il tempo in cui occorre massimizzare l’efficienza produttiva, si espande la cosiddetta agricoltura di precisione che utilizza i dati raccolti da GPS, immagini satellitari, sensori collegati a Internet ed altre tecnologie per coltivare ed allevare in modo più razionale. Le moderne tecnologie informatiche per efficientare il processo decisionale e le operazioni di gestione della produzione agricola consentono di usare terra, acqua, carburanti, fertilizzanti, pesticidi, così come di intervenire in allevamento, per produrre di più e minimizzare l’impatto sull’ambiente, in modo da aumentare le rese e ridurre i costi. Tutto positivo? No di certo, perché queste nuove tecnologie possono subire attacchi informatici dagli effetti dirompenti.
Questi attacchi stanno già avvenendo. Negli USA, ad esempio, lo scorso anno un ransomware, cioè un virus informatico che prende il controllo del computer e chiede un riscatto per ripristinarne il normale funzionamento, rivendicato dal gruppo russo REvil ha costretto un quinto degli impianti di lavorazione della carne bovina ad interrompere la lavorazione, con un’azienda che ha pagato quasi 11 milioni di dollari ai terroristi informatici. Allo stesso modo, una cooperativa di stoccaggio di cereali in Iowa è stata presa di mira da un gruppo chiamato BlackMatter. Sebbene gli attacchi abbiano colpito finora grandi imprese con l’obiettivo di estorcere denaro, non si può escludere il pericolo che in questo tempo di tensioni internazionali anche le aziende agricole possano essere un obiettivo allettante per gli hacker.
Ad esempio, un aggressore potrebbe cercare di sfruttare le vulnerabilità delle tecnologie di applicazione dei concimi, degli antiparassitari o dei diserbanti, che potrebbero portare un agricoltore ad usarne troppi o troppo pochi, ritrovandosi quindi con un raccolto inferiore alle aspettative o con sprechi ed impatti ambientali negativi. Lo stesso potrebbe avvenire per gli impianti di mungitura robotizzati e comunque per tutti i casi in cui opera un computer.
Il settore agricolo tarda a riconoscere i rischi di cybersecurity
A differenza di altri settori strategici come la finanza e la sanità, il comparto agricolo però tarda a riconoscere i rischi di cybersecurity e ad adottare misure per contrastarli. Manca poi anche una attenzione da parte delle autorità pubbliche. Così, mentre altri settori operativi hanno sviluppato numerose contromisure e best practices per la sicurezza informatica, lo stesso non si può dire per il settore agricolo.
Oltre all’urgente necessità di linee guida e risorse da parte dei governi, occorre agire nella ricerca attraverso sforzi multidisciplinari che riuniscano i settori dell’agricoltura di precisione, della robotica, della sicurezza informatica e delle scienze politiche, in modo da identificare soluzioni appropriate per la cybersicurezza. Questo riguarda in particolare la produzione di impianti ed attrezzature agricole che debbono essere progettati non solo per massimizzare le rese ma anche per ridurre al minimo l’esposizione ai cyberattacchi.
TESEO.clal.it – Mondo: Rese per cereale dei principali Paesi produttori.
Il problema in fin dei conti è sempre quello: trarre un giusto reddito dalla propria attività. Ma come risolverlo nella produzione di latte, quando i costi crescono più dei prezzi pagati agli allevatori?
Come prezzo, l’ultimo anno è andato apparentemente bene per i produttori di latte USA dato che ha avuto una crescita continua. Questa dinamica era iniziata con la ripresa dei vari settori dell’economia dopo il lockdown, con una domanda che ha richiesto grandi quantità di prodotti lattiero-caseari e che è stata spinta dall’export.
CLAL.it – Stati Uniti: Prezzo del latte
I prezzi record del latte sono stati però in gran parte vanificati dagli aumenti dei costi di produzione, uno fra tutti quelli dei mangimi che rimangono ben al di sopra della media e per i quali l’incertezza sulle aspettative dei raccolti a livello mondiale continua ad esercitare una pressione al rialzo.
Un’analisi più approfondita dei costi di produzione e di gestione dell’azienda da latte evidenzia questo problema di marginalità. Se gli alimenti, compresi anche quelli prodotti in azienda ed il pascolo, hanno rappresentato la parte più consistente delle spese, aggravate anche dall’eccezionale siccità che ha colpito alcuni Stati, la seconda categoria in ordine di importanza è quella del capitale investito per la gestione dell’allevamento, che comprende spese per strutture di stabulazione, macchinari ed attrezzature, movimentazione del letame, stoccaggio degli alimenti od altro. Bisogna poi considerare anche il costo della manodopera, un ulteriore elemento rilevante dell’equazione. Tutti questi parametri evidenziano un margine operativo negativo in tutte le dimensioni aziendali.
Quindi, sebbene le entrate siano apparentemente più elevate, di fatto il potere d’acquisto dei produttori sul mercato si è generalmente indebolito. Il problema è sempre lo stesso: avere un prezzo del latte che dia certezza al produttore per la sua attività, contrastando la volatilità del mercato.
Le politiche agricole si pongono l’obiettivo di dare prospettive alla crescita produttiva, tenendo presenti gli aspetti economico, sociale, ambientale ed anche tecnologico, ma non saranno risolutive senza una visione globale e non settoriale. Di fatto, occorre affrontare la questione nella sua complessità in modo coordinato a livello internazionale, innanzitutto attenuando i conflitti che sono forieri di stravolgimenti che non possono che aumentare le incertezze. Occorre poi unire le forze per contrastare i dirompenti effetti dei cambiamenti climatici ed il depauperamento delle risorse naturali.
La domanda cui rifuggiamo è sempre quella: quanto è reale il postulato della crescita infinita? Celebre a tal proposito è l’affermazione dell’economista inglese Kenneth Boulding: «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista».
TESEO.clal.it – Stati Uniti: Precipitazioni totali
Le temperature estive, che tendenzialmente aumentano di anno in anno, provocano diverse problematiche sia per le colture che per gli animali allevati.
Gli allevatori latte del nord Italia che abbiamo intervistato in merito hanno riportato diverse conseguenze del caldo torrido di questa estate 2022. Nonostante le produzioni di latte in queste Aziende siano rimaste ai normali livelli estivi, o leggermente al di sotto, lo stress da caldo ha portato, in alcune Aziende, ad un aumento delle interruzioni di gravidanza ed una minore fertilità.
Le temperature ideali per le vacche da latte, infatti, sono generalmente comprese tra -5°C e 21°C circa. Oltre a questo valore massimo, la mandria inizia a manifestare lo stress da caldo, soprattutto in caso di umidità elevata. È normale, quindi, che gli effetti del caldo sulla mandria si traducano non solo in un calo delle produzioni (dovuto principalmente a minori quantità di alimento ingerite), ma anche in problematiche riproduttive e respiratorie.
A livello riproduttivo, lo stress da caldo causa una minore evidenza dei calori e, quindi, un tasso di concepimento alterato, una maggiore probabilità di aborti nel primo trimestre e vitelli più deboli alla nascita.
Altre problematiche rilevate dagli allevatori sono, invece, associate all’effetto della siccità sulle colture. La minore qualità degli alimenti ha, da un lato, ridotto il contenuto di grasso e proteine nel latte, e dall’altro ha portato a problemi di salute della mandria.
Per ammortizzare l’effetto del caldo in stalla, è ampiamente diffuso l’utilizzo di impianti di ventilazione e nebulizzazione, i quali però, se non adeguati alla realtà aziendale, possono causare danni a livello respiratorio, quali polmoniti e bronchiti, che colpiscono soprattutto animali giovani, ma anche adulti. Tuttavia, gli impianti recenti sono tendenzialmente efficaci a ridurre in modo significativo lo stress termico per la mandria e sono presenti nella maggioranza delle stalle con le quali abbiamo dialogato, adottati anche nelle aree destinate alle vacche in asciutta e agli animali giovani.
Interventi di miglioramento e aggiornamento dei sistemi di raffrescamento della stalla sono diventati elementi necessari nella gestione dell’azienda, soprattutto nel contesto del cambiamento climatico in atto.
Impianto di areazione in azione in una Azienda da latte
Roberto Pini – Amministratore Unico del Gruppo Pini
“Il futuro? Sta nella filiera”. Parola di Roberto Pini, amministratore unico del Gruppo Pini, un colosso che nel 2021 ha fatturato 1,5 miliardi di euro e che è partito non dai suini, ma dalle bresaole. “Bresaole Pini è stata la prima azienda di famiglia a Grosotto, in provincia di Sondrio, dove è nato tutto”, prosegue Roberto Pini.
Il percorso di crescita in Italia
e all’estero li ha portati a gestire due strutture di macellazione di suini:
Pini Italia a Castelverde (Cremona) e Ghinzelli a Viadana (Mantova). In totale,
parliamo di 1,5 milioni di maiali macellati in Italia, tutti animali destinati
al circuito Dop, “che ci porta a essere il primo player nella macellazione a
livello nazionale”. Eppure, l’Italia, “vale poco più del 30% di un impero che
occupa oltre tremila dipendenti e ha sedi in Ungheria e Spagna”.
Siete leader in Italia nel
segmento della macellazione suina. Pensate di presiedere anche la produzione e stagionatura
di prosciutti Dop?
“Per il momento non è nei nostri
piani. Due anni fa abbiamo realizzato un importante investimento in Spagna, a
Binefar, dove abbiamo costruito una delle strutture più all’avanguardia per la macellazione.
Dopo due anni di attività il fatturato ha superato i 750 milioni di euro. Inoltre,
sempre in Spagna, abbiamo costruito un’altra struttura destinata alla macellazione
delle scrofe per un investimento pari a 20 milioni di euro. In totale, abbiamo
investito in Spagna oltre 150 milioni”.
Qual è la vostra quota di
export?
“Dalla Spagna siamo oltre l’80% e
il nostro gruppo può contare su una rete commerciale molto presente all’estero
e particolarmente attiva in Asia, dalla Cina al Giappone, al Sudamerica. Ma esportiamo
in tutto il mondo”.
Il made in Italy è un valore
aggiunto?
“Sicuramente. È un maiale diverso
rispetto ad esempio alla Spagna, dove la produzione è finalizzata puramente per
la produzione di carne, destinata al consumo fresco. L’Italia è orientata
invece alla produzione di suini per le filiere Dop e Igp, alla salumeria e ha
grandi potenzialità per l’export”.
Avete avuto ripercussioni con
la peste suina africana?
“Sì. Nelle due strutture di macellazione
in Italia avevamo una quota di export del 25% in Asia e avevamo creato un
rapporto privilegiato con il Giappone, che cerca qualità e che aveva trovato
nel suino Made in Italy la giusta risposta alla ricerca di carne con la giusta
infiltrazione di grasso e una marezzatura in grado di soddisfare i canoni culinari
giapponesi. Ora con la Psa siamo bloccati e, complessivamente, è stato sospeso
l’85% dell’export extra Ue”.
In quale direzione investirete
in futuro?
Puntiamo a sviluppare la nostra filiera a monte e a valle
“Nei prossimi anni pensiamo a
sviluppare la nostra filiera con un’integrazione a monte e a valle, monitorando
allo stesso tempo il discorso allevatoriale e della produzione. È in questa
ottica l’interesse che abbiamo mostrato per il gruppo Ferrarini a Reggio Emilia”.
Dall’inizio dell’anno a oggi,
che fase stanno attraversando i macelli?
“Diciamo che siamo alle prese con
una fase abbastanza travagliata, a partire dalla peste suina africana, che si è
manifestata in Italia all’inizio del 2022 e che ha immediatamente sovvertito
tutti i piani di export, con restrizioni e ovviamente ripercussioni sui
listini.
Anche l’aumento dei costi di produzione
sta incidendo sui bilanci delle strutture di macellazione”.
Come cercate di riassorbire i
maggiori costi di produzione?
“Abbiamo cercato di portare
avanti un discorso di razionalizzazione del processo produttivo, cercando di
limitare al minimo tutti gli sprechi”.
L’aumento dei costi produttivi
ha cambiato le vostre strategie imprenditoriali?
“No, assolutamente”.
Che investimenti avete fatto
nell’ultimo anno e quali investimenti avete in programma?
“Negli ultimi due anni abbiamo
portato a termine un investimento significativo in Spagna con l’inaugurazione
dello stabilimento Litera Meat, per oltre 150 milioni di euro. Questo ci ha
portato a diventare la prima struttura di macellazione in Spagna. Inoltre,
quest’anno siamo partiti con una struttura per la macellazione delle scrofe,
dove abbiamo investito come le dicevo, 20 milioni di euro. E nel futuro
concentreremo gli investimenti per lo sviluppo della filiera a monte e a valle”.
Come mai la scelta di chiudere
la filiera?
“Quando lavori occupando solo un
segmento della filiera sei inevitabilmente sottoposto a oscillazioni di
mercato, che possono essere anche repentine, impreviste e violente, come
abbiamo visto in diverse occasioni negli ultimi anni. Questi choc limitano, di
fatto, la capacità di programmazione ed espongono l’impresa a forti stress, che
in alcuni casi possono mettere a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda. Se
invece l’approccio si sposta su un modello di filiera totalmente integrata, il
rischio sulla redditività aziendale è minore e c’è maggiore facilità ad assorbire
le anomalie di mercato”.
I consumatori sono sempre più
attenti alla sostenibilità. Che scelte avete fatto per ridurre l’impatto
ambientale?
Stiamo investendo nella sostenibilità ambientale
“Nello stabilimento di Bresaole Pini a Grosotto abbiamo già sviluppato un impianto di cogenerazione per la produzione di energia e calore con un investimento da un milione di euro. Andremo a installare soluzioni per la cogenerazione e la trigenerazione nei due impianti italiani.
Stiamo portando avanti progetti sul fotovoltaico in Spagna e di cogenerazione per la produzione di energia elettrica e calore e di trigenerazione per ottenere energia elettrica, calore e freddo. Investimenti che sono ormai necessari sia per ridurre i costi che in chiave di sostenibilità ambientale”.
Il minore potere di acquisto delle
famiglie potrebbe modificare i consumi nel settore carni suine e salumi? In quale
direzione?
“Da alcuni mesi la situazione
delle famiglie è molto difficile, i nuclei familiari sono tartassati dagli
aumenti. Ci sarà inevitabilmente una contrazione dei consumi e dobbiamo sperare
che la situazione globale e la speculazione sulle materie prime si plachino un
attimo. Tuttavia, oggi è difficile prevedere come si dipaneranno i consumi nei
prossimi mesi, anche se presumibilmente assisteremo a qualche squilibrio e a
una riduzione negli ultimi mesi dell’anno”.
Talvolta gli allevatori chiedono
ai macelli indicazioni sul tipo di suino più idoneo a garantire maggiore redditività.
Che cosa chiedete e cosa può essere utile alla filiera suinicola italiana?
Convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni
“La cosa migliore da fare sarebbe
convocare tavoli tecnici di filiera per condividere linee di sviluppo comuni. Non
basta ritrovarsi fra macellatori o fra allevatori. È giunto il momento di
condividere un percorso, supportato da argomentazioni scientifiche e oggettive.
Va individuato un punto di equilibrio e specificare le linee per garantire
redditività all’allevatore, privilegiando la qualità sul prodotto finito, necessaria
per alimentare e dare prospettive alla filiera Dop. In Italia l’allevamento non
può esimersi dalla produzione di suini specificatamente previsti per una
valorizzazione delle Dop. Non ci sono alternative, perché i costi di produzione
dell’allevatore e della macellazione sono molto più alti rispetto all’estero e
sulla carne fresca non sarebbero competitivi”.
Come vede il futuro della
suinicoltura?
“Sono ottimista, ma solamente se tutti
i protagonisti della filiera saranno così maturi da poter dialogare per costruire
un futuro insieme. Altrimenti sarà difficile per tutto il settore. Siamo tutti alle
prese con l’aumento dei costi di produzione e gli incrementi delle spese mettono
in difficoltà i singoli anelli della catena di approvvigionamento. Dobbiamo
essere lungimiranti e coesi”.
Sulla genetica si sono levate un
po’ di polemiche?
“Il prodotto finale parte dalla
genetica, che è un aspetto essenziale dell’animale e di come viene allevato. Bisogna
ragionare in termine di filiera anche in questo caso e sono convinto che ampliare
la gamma delle genetiche approvate e dare spazio a nuove linee, senza abbassare
lo standard qualitativo, possa rappresentare un’opportunità per un’offerta più
ampia sul mercato”.
È opinione diffusa che gli allevamenti intensivi creino gravi problemi ambientali, senza possibili soluzioni al riguardo. In realtà, il metano prodotto dalle mandrie non impatta sul riscaldamento globale, ma fa parte di un ciclo biogenico e viene riciclato attraverso la fotosintesi.
Dagli allevamenti bovini derivano molti benefici per l’uomo: il latte è fondamentale per un’alimentazione salutare, per lo sviluppo cognitivo e la cultura culinaria. Inoltre, proprio le vacche possono ridurre la dipendenza della nostra società dai combustibili fossili, ritenuti tra i principali responsabili dell’accelerazione dei cambiamenti climatici in atto.
Attraverso il trattamento dei rifiuti organici generati dagli allevamenti è possibile ottenere biogas, prodotto dalla fermentazione anaerobica dei reflui. In questo modo, i liquami non sono più uno scarto da smaltire, ma diventano un sottoprodotto utile per generare energia.
Non solo l’energia prodotta dall’impianto di biogas di un’azienda agricola può essere utilizzata dalla stessa per ridurre il proprio fabbisogno energetico, ma la produzione di biogas riduce anche le emissioni di elementi inquinanti: è possibile ottenere metano che, se ricavato da una fonte rinnovabile e biologica e in seguito bruciato, ha impronta di carbonio pari a zero.
Produrre e consumare latte significa essere attenti alla natura e al benessere animale, capace di fornire non solo cibo, ma anche energia.