Come certificare (e comunicare) il Benessere Animale
7 Novembre 2017

di Maria Chiara Ferrarese, R&S Executive Manager, Business Development Executive Manager – CSQA Certificazioni srl

 

Il tema del benessere animale è di grande attualità e di interesse per i consumatori, che sono molto più consapevoli e alla ricerca di garanzie rispetto ai temi etici, sociali e più in generale afferenti alla sfera della sostenibilità.

Proprio perché il benessere animale è diventato elemento di differenziazione e di garanzia, sono state sviluppate diverse iniziative da parte dei big player e delle catene distributive internazionali sul tema. Si tratta tuttavia di approcci molto ”personalizzati” e disomogenei, che riflettono la sensibilità del soggetto promotore.


Questo argomento è stato trattato all’incontro
La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina
Venerdì 10 Novembre 2017
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in Europa

Non esiste in UE uno standard volontario certificabile e condiviso in materia di benessere animale

La causa di questa frammentazione è da ricercarsi anche nel fatto che non esiste attualmente sul mercato europeo uno standard volontario certificabile e condiviso in materia di benessere animale. Esiste infatti la norma ISO/TS 34700 Animal welfare management Animal welfare management General requirements and guidance for organizations in the food supply chain che però non definisce uno standard, ma rappresenta sostanzialmente una guida per implementare standard pubblici o privati.

In generale questi approcci hanno come base comune i principi di EFSA e/o Farm Animal Welfare Council e/o Terrestrial Animal Health Code (TAHC), ma vengono declinati in indicatori e requisiti molto variabili l’uno rispetto all’altro, oltre che con diversi livelli di profondità.

in Italia

In Italia la responsabilità e il controllo del benessere animale, definito secondo le norme cogenti a livello comunitario, è in capo alle regioni e al Ministero della Salute. Al Ministero della salute fanno riferimento i diversi Istituti Zooprofilattici distribuiti sul territorio nazionale. Il Centro di Referenza Nazionale per il Benessere Animale (CReNBA) con sede presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia ed Emilia Romagna, sezione di Brescia, è l’autorità scientifica pubblica e consulente del Ministero della Salute con la funzione di sostegno scientifico sui temi del benessere animale.

Il CReNBA ha sviluppato dei manuali di valutazione del benessere nei bovini

Il CReNBA, raggruppando un gruppo di veterinari specialisti del settore bovino, ha sviluppato dei manuali di valutazione del benessere nei bovini al fine di aiutare la veterinaria italiana e  il settore bovino a comprendere meglio e valutare più a fondo il problema del Benessere animale.

Questi manuali, liberamente disponibili sul sito www.IZSLER.it, prevedono requisiti minimi obbligatori previsti per legge (prerequisiti) e requisiti aggiuntivi, più restrittivi rispetto a quelli di legge o non previsti dalla stessa.
L’insieme di questi requisiti è stato utilizzato dagli enti di certificazione per sviluppare un sistema di certificazione volontaria del benessere animale applicabile al settore delle carni bovine e del lattiero-caseario.

Di seguito è possibile consultare una copia dei manuali CReNBA di valutazione del benessere animale e della biosicurezza in allevamento disponibile in data odierna sul sito www.izsler.it:

Questi standard non sono utilizzati nell’ambito delle procedure ufficiali di verifica da parte dei veterinari del sistema sanitario nazionale e non rappresentano pertanto lo strumento utilizzato dal sistema dei controlli ufficiali del Ministero. Gli standard sono volontari, vengono applicati da tutti i veterinari che hanno superato corsi specifici e definiscono criteri di valutazione del benessere animale negli allevamenti di bovini da carne e da latte (stabulazione fissa e stabulazione libera) aggiuntivi rispetto a quelli previsti per legge secondo l’approccio scientifico oramai consolidato a livello internazionale.

Tale approccio prevede la valutazione di 4 diverse aree:

  1. Management aziendale e personale
  2. Strutture e attrezzature
  3. Animali (attraverso valutazioni eseguite sugli animali o Animal based Measures)
  4. Biosicurezza

il benessere animale è una condizione collegata ad una molteplicità di fattori

Per ogni area sono stati definiti indicatori (disponibili a questo link) che valutati nel loro insieme identificano condizioni effettive di benessere animale in allevamento. Gli indicatori sono coerenti con quanto indicato da EFSA, ma anche dal Farm Animal Welfare Council. Risulta fondamentale infatti la consapevolezza diffusa a livello scientifico che il benessere animale non può essere una condizione collegata ad un solo gruppo di indicatori (es. le strutture dell’allevamento) bensì a una molteplicità di fattori che, osservando nel contempo le condizioni animali ed ambientali, devono definire la condizione di vita dell’animale.

Ad ogni indicatore, in relazione alla sua specifica potenzialità di indicare buone o cattive condizioni di benessere, è stato attribuito un valore numerico (“peso”) in base ad un processo di valutazione del rischio (EFSA 2012). A seguito della valutazione di tutti i valori viene calcolato il punteggio ottenuto dall’allevamento.

Gli standard rappresentano un supporto che gli operatori hanno a disposizione per meglio valutare il benessere animale in sede di autocontrollo. Può essere utilizzato da parte degli allevatori o delle loro associazioni o industrie di trasformazione in totale libertà, anche per ottenere una certificazione volontaria a supporto di claim in materia di benessere animale in allevamento.

La validità dello standard CReNBA è stata riconosciuta anche dal MIPAAF che ha previsto e autorizzato l’informazione “Garanzia di benessere animale in allevamento valutato secondo lo standard del Centro di Referenza Nazionale” a diverse Organizzazioni in base al Reg. CE 1760, al Decreto MIPAAF 16 Gennaio 2015 e alla Circolare 7770 del 13/04/2015. L’informazione approvata dal MIPAAF è utilizzabile nell’etichetta delle carni bovine in base ad una specifica procedura concordata con il MIPAAF e inserita nei disciplinari di etichettatura facoltativa delle organizzazioni autorizzate

Si tratta di un grande risultato poiché rappresenta di certo un primato sotto tanti punti di vista: per la prima volta viene identificato e riconosciuto un sistema di valutazione del benessere animale che consente una comunicazione volontaria al consumatore approvata dal MIPAAF. Lo standard quindi non è emanazione del privato ma di una istituzione pubblica riconosciuta specializzata e competente sull’argomento, e armonizza una comunicazione al consumatore che risponde ad una reale e concreta esigenza di mercato. In questo modo vengono definiti e riconosciuti un claim e le attività da fare e dimostrare a supporto dello stesso assicurando una omogeneità di approccio.

la Certificazione

Il settore lattiero-caseario e il settore delle carni bovine trasformate non sono normati da norme di legge verticali in materia di etichettatura volontaria (come nel caso delle I e II lavorazioni di carni bovine ed avicole), pertanto l’utilizzo di diciture in materia di benessere animale non prevede la presentazione di un apposito disciplinare al MIPAAF.

Poiché alcune aziende del settore lattiero-caseario e del settore delle carni bovine trasformate (es. hamburger, spiedini etc.) hanno manifestato interesse a comunicare il benessere animale in etichetta, si è reso necessario individuare uno standard volontario certificabile.

Per ovviare al rischio che ogni azienda / organizzazione definisse proprie regole / procedure / definizioni con il risultato di moltiplicare gli standard e complicare la comunicazione sul benessere animale al consumatore, CSQA ha scelto di adottare lo standard CReNBA come strumento di riferimento per la valutazione del benessere animale in allevamento.

Per poter certificare carni e derivati e prodotti lattiero-caseari è stato indispensabile definire un sistema di autocontrollo aziendale finalizzato a dimostrare la conformità di tutti gli allevamenti coinvolti nella filiera e di assicurare che il prodotto finito certificato che viene identificato con il claim “benessere animale in allevamento” sia ottenuto esclusivamente con il latte / carne degli allevamenti conformi allo standard CReNBA.

Analogamente a quanto sviluppato per le I e II lavorazioni di carni bovine, CSQA ha definito una procedura specifica che prevede l’adozione – da parte delle aziende che intendono certificare i loro prodotti – di un sistema di gestione del requisito “benessere animale in allevamento” e verifiche ispettive da parte dell’OdC (Organismo di Certificazione) finalizzate a verificare il rispetto dei requisiti definiti.

I prodotti certificati possono essere identificati dal logo di CSQA o da logo di fantasia aziendale e possono comunicare la caratteristica certificata al consumatore o al cliente.

L’approccio al benessere animale non deve essere esclusivamente finalizzato al marketing

Il benessere animale rappresenta un tema di crescente interesse per la società.
La percezione di questo requisito tuttavia è complessa e sfaccettata; può essere influenzata da molteplici dimensioni (scientifica, etica, storica, religiosa, economica e politica). Proprio per queste ragioni l’approccio a questa importante tematica deve essere fatto in modo scientifico e non esclusivamente finalizzato al marketing.

Questo sistema di valutazione del benessere animale e le procedure di certificazione volontaria applicate rispondono alla concreta esigenza del mercato di avere uno strumento per la valutazione del benessere animale che possa sostenere in modo oggettivo, scientificamente corretto e verificabile, il claim “benessere animale” utilizzato per differenziazione il prodotto sul mercato.
Potrebbe inoltre armonizzare l’approccio di valutazione e certificazione volontaria evitando il proliferare di iniziative “private” difficilmente giustificabili e comunicabili, tese maggiormente a salvaguardare le ragioni di mercato piuttosto che a migliorare la qualità di vita degli animali.

 

Questo argomento è stato trattato all’incontro
La Sostenibilità nella filiera lattiero-casearia Trentina
Venerdì 10 Novembre 2017
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In malga siamo più avanti del biologico [intervista]
10 Ottobre 2017

Sara Strazzabosco
Canove, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Sara Strazzabosco

Azienda Agricola Frigo Roberto.
Capi allevati: 120 | 70 in lattazione.
Destinazione del latte: Caseificio Aziendale e Caseificio Finco di Enego.

Nell’azienda Frigo Stöff di Canove, uno dei sette comuni dell’Altopiano di Asiago, la qualità fa rima con multifunzionalità e diversificazione produttiva. Il concetto di zootecnia si declina nel settore della produzione del latte e della carne suina, sublimata nell’arte norcina. Per non parlare della vendita diretta e dell’agriturismo, che d’estate girano a pieno regime, agevolati dal flusso turistico che anima il territorio e che trova approdo nella malga Larici di Sotto.

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti, perché è capitato, anche nel recente passato, di attraversare alcuni mesi in cui la fattura del mangime è più alta del prezzo del latte alla stalla”, ammette Sara Strazzabosco, 22 anni, che conduce l’azienda insieme allo zio Roberto Frigo e alla mamma Lorella. D’estate, quando non è impegnato a scuola, alle attività partecipa anche il fratello di Sara, Alessandro, che frequenta la quarta superiore.

I capi allevati sono 120, dei quali 70 in lattazione, che nel periodo estivo salgono in malga. Sono 25, invece, i suini allevati, utilizzando anche il siero della caseificazione. Per vedere come trovano sublimazione il latte e la carne suina, è altamente consigliabile una visita sul sito www.frigostoff.it.

Trasferire le bovine in malga porta benefici?

“Sì, di vario genere. Innanzitutto, c’è un risparmio in termini economici sia per l’alimentazione che per i farmaci. Gli animali sintetizzano meglio la vitamina D, rimanendo al sole e anche i piedi e le unghie si sanificano rispetto al periodo passato in stalla. Persino una nostra vacca che ha ormai sette anni e soffre di depressione post partum rinasce, quando è in malga”.

Quanto latte producete?

18-20kg di latte per capo al giorno

“Circa 15 quintali all’inizio dell’estate, che a settembre scendono intorno ai 10 quintali. Siamo sui 18-20 chilogrammi per capo al giorno, al 3,6% di grasso e 3,3% di proteine. Sono quasi tutte di razza Frisona, anche se il divario con le performance della Bruna è palese, che ha valori di grasso e proteine superiori e un’attitudine alla caseificazione più spiccata. Abbiamo solamente cinque brune, più una manza gravida. Abbiamo anche un toro aziendale bianco e nero”.

Di cosa si occupa in azienda?

“Curo gli animali, seguo l’agriturismo e la vendita diretta, mentre mio zio è il casaro e si occupa di foraggi e alimentazione. Mia madre fa la spola, quando siamo in malga. Con la vendita diretta e l’agriturismo il carico di lavoro è aumentato, ma stiamo avendo delle grandi soddisfazioni”.

Che ritorni avete dalla vendita diretta?

9-10€/kg è il prezzo per il consumatore

“Quando parliamo di Asiago, se al commerciante vendi a 7,50 euro al chilogrammo, al consumatore arrivi comodamente a 9-10 euro al kg. E se il prodotto è stagionato, il prezzo è ancora più alto. Noi fortunatamente riusciamo a vendere quasi tutta la produzione al consumatore.”.

Sta riscuotendo molto interesse da parte dei consumatori il cosiddetto “milk grass”, il latte prodotto da animali alimentati al pascolo o col fieno. Lo producete?

“No, perché nel periodo invernale facciamo unifeed con il nostro fieno, ma anche con una miscela di mais e soia. È una questione anche di carburante, se posso utilizzare questo termine che semplifica il concetto. Una frisona ha bisogno di introdurre altri elementi, oltre al fieno, per stare in piedi. Anche in malga, dove i capi mangiano invece solo erba, in fase di mungitura beneficiano di circa 3 chili di mangime, fondamentale per dare energia all’animale. E se c’è poca erba, solitamente nelle ultime settimane di alpeggio, integriamo con il fieno, tutto di nostra produzione, anche per tenerle vicino alla malga ed evitare che vaghino in maniera incontrollata. Non usiamo comunque insilati”.

Dove producete il formaggio?

“Fino all’anno scorso facevamo la caseificazione solamente in malga nel periodo estivo. Dallo scorso inverno, invece, abbiamo realizzato a Canove una bottega aziendale e un laboratorio per la lavorazione dei formaggi freschi durante l’inverno, da affiancare a quelli stagionati prodotti in malga. Siamo soci del Consorzio tutela dell’Asiago DOP e produciamo la tipologia Prodotto della Montagna.

Il marchio della montagna rappresenta un valore aggiunto?

“Sì. È difficile quantificare il valore, ma anche nella GDO i consumatori cercano il marchio legato alla malga, alla montagna, l’alimentazione a fieno o il pascolo erba. Pensano sia più buono, anche se magari è solo un discorso di immagine”.

Pensate di convertirvi al biologico? Il consumatore cerca i prodotti bio.

Nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico

“No, perché personalmente non ci credo. È meglio per i consumatori conoscere direttamente i produttori, come li realizzano e che parametri rispettano. Anche perché, ad essere sinceri, nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico. Basta solo saperlo comunicare”.

Il latte che non trasformate direttamente dove va?

“Lo conferiamo al Caseificio Finco di Enego”.

Quanto conta il benessere animale?

“Moltissimo e lo capiamo immediatamente dal comportamento dei nostri animali. Le nostre vacche stanno benissimo: le teniamo molto pulite, su cuccette a paglia. Abbiamo installato il rullo perché possano grattarsi. In malga, poi, il livello è massimo, sono di fatto in vacanza 3-4 mesi”.

Come mungete?

“A Canove abbiamo una sala mungitura da cinque posti in tandem, in malga invece è una 4+4 a spina di pesce, che è più veloce”.

Che cosa fate, invece, per la sostenibilità?

“Sul fronte dell’alimentazione animale utilizziamo solo il nostro fieno e all’alimentarista chiediamo che i cereali e le materie prime vengano da più vicino possibile; per il mais è complicato, per il problema delle aflatossine. Cerchiamo anche di premiare i clienti che ci riconsegnano i vasetti di vetro dove è contenuto il nostro yogurt: ogni cinque restituiti ne diamo uno in omaggio”.

Chi viene in montagna deve vivere la natura

Una delle politiche sostenute dall’Unione europea per le aree rurali è la diffusione della banda larga per le comunicazioni. Che risultati ha dato?

“Pochi. Non abbiamo il wi-fi in malga e sinceramente non lo vorrei. Chi viene in montagna deve vivere la natura”.

La mandria al pascolo presso l’Azienda Frigo Stöff

Ammodernare la sala di mungitura è un sistema superato [intervista]
6 Settembre 2017

Luca Perletti
Gorlago, Bergamo – ITALIA

L’allevatore Luca Perletti

Azienda Agricola Perletti.
Capi allevati: 400 | 180 in lattazione.
Ettari coltivati: 100.
Destinazione del latte: Mozzarella di Seriate (stabilimento Preziosa), yogurt, latte-dessert e ricotta (caseificio aziendale).

Un milione di euro investiti negli ultimi anni per avere una stalla di ultima generazione (è la “Stalla etica” di Rota Guido), robot di mungitura, un caseificio aziendale per produrre yogurt, latte-dessert e ricotta. Tantissimo lavoro e un’attenzione maniacale al benessere animale (“un animale sano produce di più e costa meno”) e ai conti aziendali, per avere il bilancio dettagliato delle attività, dei costi e dei ricavi, che illustrano nell’intervista.

È questa la filosofia di Luca Perletti, 30 anni, che insieme al padre Antonio, allo zio Bortolo, al cugino Matteo e alla sorella Elisa conduce un’azienda agricola all’avanguardia a Gorlago (Bergamo): 100 ettari e una mandria di 400 capi totali, dei quali 180 in lattazione. La produzione annuale di latte si aggira sui 2 milioni di litri, al 3,75% di grasso e al 3,25% di proteine, con 130 cellule somatiche e 4.000 di carica batterica.

Luca Perletti, quando è iniziata l’avventura in agricoltura?

40% della spesa a fondo perduto, grazie al Psr lombardo

Poco più di due anni fa io e mio cugino Matteo siamo subentrati ai nostri genitori nella conduzione. Abbiamo pensato di cambiare approccio produttivo e costruire una stalla che mettesse al centro il benessere degli animali e di chi ci lavorava. È così che abbiamo deciso di investire in una nuova stalla, realizzata con Rota Guido, e grazie ai finanziamenti del Psr della Lombardia per i giovani, che ci ha permesso di ottenere il 40% della spesa a fondo perduto”.

Che cosa significa per voi benessere animale?

+15% produzione per vacca

 

+25% latte di massa prodotto

Significa poter contare su una mandria che sta meglio, che produce di più e che, di conseguenza, costa meno all’azienda. Con la nuova stalla, che abbiamo costruito a partire dal 2015 e che abbiamo inaugurato a gennaio dello scorso anno, abbiamo registrato un notevole miglioramento riproduttivo e delle performance in fase di lattazione. Le produzioni sono aumentate del 15% per ciascuna vacca e del 25% nel latte di massa. Questo ci ha permesso di aumentare il numero degli animali, passando con la rimonta interna da 140 a 180 capi in mungitura, nel giro di un anno. La stalla e le nuove strutture dovremmo, in questo modo, ammortizzarle nel giro di 7-8 anni”.

Quando avete costruito la stalla avevate già un modello in testa?

No. Abbiamo visitato aziende in Spagna e nel Nord Europa. La nuova struttura che abbiamo realizzato non ha pareti di contenimento, ha un sistema automatizzato di pulizia con raschiatori, che passano 12 volte al giorno e un sistema di raffrescamento che combina ventilazione e docce, grazie a un programma che misura il THI (il rapporto temperatura/umidità, ndr) e regola l’intensità della ventilazione. Inoltre, al posto della tradizionale sala di mungitura abbiamo installato tre robot, che gestiscono 60 capi ciascuno”.

È stato complesso abituare la mandria ai robot?

Non particolarmente, ma è un lavoro costante. Nel giro di un mese e mezzo dal funzionamento dei robot circa l’80% degli animali entrava da solo, invogliato anche dalla presenza della razione alimentare. È stato comunque un lavoro lungo sei mesi e ancora adesso circa l’8-10% delle vacche non entrano da sole. Abbiamo comunque un dipendente, che gestisce la stalla e i vitelli e che si occupa delle bovine più refrattarie al robot”.

A chi vendete il latte?

Allo stabilimento Preziosa, per la produzione di Mozzarella di Seriate”.

Avete anche un caseificio aziendale. Cosa producete?

Trasformiamo il 5% della nostra produzione lattiera in yogurt cremoso e da bere, dessert come panne cotte, budini e creme-caramel, ricotte, ma anche latte fresco e pastorizzato per bar e gelaterie”.

Qual è il guadagno rispetto alla vendita all’industria?

È di almeno il 300% in più. Quest’anno abbiamo raddoppiato le macchine per la produzione e acquistato un furgone per le consegne. L’anno prossimo, se continua così, aumenteremo i volumi di latte lavorato”.

Coltivate 100 ettari. Come?

Seminiamo medica, fieno maggengo, loietto, mais e frumento da insilare. Insiliamo anche il primo e l’ultimo taglio di erba medica e, normalmente, facciamo sempre quattro o cinque tagli. Quest’anno abbiamo deciso di modificare e aumentare la produzione di proteina data dalla medica, riducendo le proteine derivanti dalla soia”.

Perché?

Per noi la medica è l’ideale, facciamo sempre 4-5 tagli all’anno. Diminuiremo il mais, destinato solo a terreni in grado di garantire una resa maggiore. Aumenteremo i cereali da sorgo e il frumento, per avere più fibra. Continueremo ad acquistare farina di mais, soia e integratori”.

Avete una gestione dei conti?

35cent/litro il nostro breaking point

Sì, facciamo sempre i bilanci interni, tenendo conto di tutti gli ammortamenti, delle assicurazioni e delle spese che normalmente gli agricoltori si dimenticano di contabilizzare. Noi abbiamo un costo alimentare per ogni litro di latte prodotto di 16 centesimi: questa è la base di partenza. Ma considerando gli investimenti, le spese di campagna, la manutenzione, abbiamo un costo di 42 centesimi per litro prodotto, Iva inclusa. Il nostro ritorno è di 45-46 centesimi, Iva e premi inclusi, comprensivi della vendita dei vitelli e delle bovine ai macelli. Quest’anno avremo margini più alti, visto che il prezzo è passato da 33 a 38 centesimi al litro. In ogni caso il nostro breaking point è indicativamente intorno ai 35 centesimi al litro, più Iva e premi qualità”.

Fra le innovazioni mirate alla sostenibilità, avete pensato all’irrigazione a pioggia?

No. Siamo in una zona in cui non c’è molta disponibilità di acqua, ma finora non ho preso in considerazione i sistemi di irrigazione a goccia, almeno sul mais. Non sono convinto dei costi, li trovo elevati, ma sicuramente in futuro valuteremo attentamente questo investimento, perché siamo molto sensibili alla sostenibilità delle nostre produzioni”.

State pensando al business delle rinnovabili?

Sì, abbiamo intenzione di realizzare impianto di biogas da 100 kw, che produce energia per l’80-85% grazie ai reflui aziendali e scarti. Per il restante 15% dell’alimentazione del digestore pensavamo di utilizzare il canneto (arundo donax padano), perché a parità di metri quadrati di terreno utilizzato, produce il doppio di fibra rispetto al mais. È un foraggio non idoneo al consumo umano, ma che serve solo per le energie rinnovabili. Abbiamo calcolato che servono circa 30-40mila euro di spesa per produrre 20 kilowatt di energia. Costa di fatto solamente la prima semina, perché poi quando le radici raggiungono la falda acquifera nel terreno la coltura diventa autosufficiente sul piano idrico e non ha costi di pesticidi o fertilizzanti”.

Vi conviene coltivare direttamente la terra? In Olanda gli allevatori si servono per le lavorazioni in campagna di contoterzisti, ai quali affidano per intero la gestione dei campi.

In verità io sono convinto che sia più vantaggioso affidare la campagna ai contoterzisti. Credo che costerebbe di meno rispetto alla gestione diretta. Dobbiamo affrontare in azienda questo aspetto, perché non è solamente una questione di costi, ma è anche un cambio di mentalità radicale. Valuteremo di certo entrambi i percorsi”.

Quali altri investimenti avete in programma?

Attendiamo il completo ammortamento del carro unifeed, poi ne acquisteremo uno auto-semovente, per completare il percorso nell’ambito della zootecnia di precisione”.

Che consigli ti senti di dare, da giovane, ai tuoi colleghi coetanei?

Dico loro di non pensare nemmeno a realizzare o ad ammodernare una sala di mungitura: è un sistema passato. Molto meglio il robot, che è un modello di gestione totalmente diverso. Certo, serve una mente aperta, ma non è difficile adattarsi al robot e apprezzarne i vantaggi, soprattutto legati al benessere animale. Riuscire a produrre latte in modo sostenibile e secondo elevati standard di benessere corrisponde agli standard che i consumatori oggi richiedono”.

Che cosa fai nel tempo libero?

Amo leggere e faccio molto sport, in particolare arti marziali come Muay Thai e Calisthenics”.

 

Azienda Agricola Perletti

 

Il futuro sarà nel segno del Grana Padano [Intervista]
1 Agosto 2017

Stefano Pasquali
Torre De’ Picenardi, Cremona – ITALIA

L’allevatore Stefano Pasquali

Azienda Agricola Pasquali Stefano E Gamba Cinzia.
Capi allevati: 650 | 300 in mungitura.
Ettari coltivati: 220.
Destinazione del latte: Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari (Latteria Soresina).

“Il costo attuale della razione alimentare delle vacche in lattazione è di 5,05 euro per capo al giorno. Tenuto conto che la produzione è di 33 chilogrammi per capo al giorno, l’uscita per l’alimentazione delle bovine in mungitura è di 0,152 euro al chilo”.

Quello che per Stefano Pasquali – 40 anni, allevatore di Torre de’ Picenardi (Cremona), che conduce insieme al fratello Luigi un’azienda da 220 ettari (coltivati a mais, erba medica e su 70 ha a mais di secondo raccolto) e con una mandria di 650 capi (300 in mungitura), gestita con l’aiuto di cinque dipendenti a tempo pieno e uno a part time – è una normale attenzione alla gestione oculata della stalla, per conoscere nella realtà quanto spende per alimentare le vacche, non lo è forse per tutti.

“Negli ultimi anni ho inserito in razione il frumento insilato – precisa – con buoni benefici in termini di ingestione, soprattutto nel periodo estivo; inoltre, sono migliorati i parametri qualitativi del latte, in particolare il grasso”.

Il latte (36.723 quintali, al 3,81% di grasso e al 3,46% di proteine) è conferito alla Latteria Soresina, per la produzione di Grana Padano, Provolone, latte alimentare e altri prodotti caseari. Quello che è importante, però, è conoscere quanto costa l’alimentazione delle bovine, variabile che incide non poco sui bilanci aziendali.

Stefano Pasquali non utilizza la formula più o meno standard presente in quasi tutti i programmi di razionamento forniti dagli alimentaristi, “perché determinano in automatico i costi della razione, ma spesso portano a calcoli approssimativi, in quanto non tengono adeguatamente conto dei reali livelli di ingestione degli animali”.

Ecco che l’allevatore cremonese si è creato un proprio foglio Excel, dove inserisce tutti i costi di produzione. Una pratica adottata da anni, tanto che nel 2009 in un’intervista dichiarava: “La razione alimentare costa circa 4,6 euro al giorno per singolo capo e se una vacca produce mediamente 30 chilogrammi di latte, solo di alimentazione un litro di latte costa 0,153 euro. Bisogna aggiungere la manodopera, gli ammortamenti, l’energia elettrica, i farmaci”. E allora i numeri dell’azienda Pasquali erano diversi: 480 capi in stalla e 130 ettari coltivati.

Da allora, il corpus aziendale di Torre de’ Picenardi si è ammodernato, con una sala di mungitura 12+12 in parallelo, con mungitura posteriore e un impianto per la produzione di biogas da 625 kw, alimentato con liquame bovino, pollina di un allevamento avicolo vicino e insilato di mais. “In peso parliamo di 30 tonnellate di liquami, 2,5 tonnellate di pollina e 25-26 tonnellate di insilato di mais – riassume Pasquali -.

Il digestato viene utilizzato tutto in campagna e consente di confinare l’urea chimica intorno al 30-40% dell’azoto totale impiegato nei campi.
Gli ultimi investimenti sono andati in direzione di un ampliamento aziendale, ma con attenzione al benessere animale. Nel 2014, infatti, sono stati installati nuovi impianti di ventilazione in stalla e posizionate nuove cuccette con materassini in lattice, grazie a una nuova struttura.

Per ora nessun investimento in agricoltura di precisione. “Ci vuole una dimensione aziendale adeguata per poterli giustificare e serve anche un parco macchine adeguato – afferma -. Non li escludo a priori, comunque, vedremo in futuro”. In standby anche l’irrigazione a goccia: “L’avevamo presa in considerazione, ma i costi erano ancora troppo sbilanciati rispetto ai sistemi a pioggia”.

Ed è questione di costi anche la conversione al biologico. “Non siamo interessati a passare al bio – ammette – ma sappiamo che per alcuni può essere un’opportunità. Bisogna, naturalmente, valutare se i maggiori costi produttivi sono compensati dalle entrate”.

Il futuro, secondo Stefano Pasquali, sarà per gli allevatori del distretto incentrato sempre più nel segno del Grana Padano. “È il prodotto che ad oggi garantisce la remunerazione migliore rispetto alla media degli altri prodotti lattiero caseari – osserva -. Inoltre, è un mercato contingentato e ha margini di miglioramento a livello di internazionalizzazione”.

La filiera, dunque, è chiamata a leggere i conti, confrontare entrate e uscite e, magari, valutare alleanze per conquistare spazi all’estero. “La Latteria Soresina ha una grande storia di aggregazioni e fusioni – conclude -. Se ci sono le condizioni per creare intese per l’export, fra cooperative o insieme all’industria di trasformazione, non vedo perché no. La dimensione è importante e presentarsi in due al posto di cinque più piccoli, è economicamente più vantaggioso”.

Stefano Pasquali presso la sua azienda agricola

Sostenibilità significa cooperare [VIDEO]
4 Maggio 2017

Sono le ore 9.00 del 19 Aprile 2017 quando 100 operatori si ritrovano al Consorzio Latterie Virgilio di Mantova in una mattina di primavera limpida ma improvvisamente gelida.

L’occasione è l’incontro “Sostenibilità: la cooperazione deve prevalere sulla competizione“, e non a caso l’ospite è un Consorzio. Ma i consorzi, così come le cooperative, sono solamente due delle molteplici istanze della cooperazione: l’incontro ha un respiro più ampio, di cooperazione anche lungo la filiera; ecco che la platea è composta da Produttori di latte, imprese cooperative ed industriali di trasformazione, consorzi di tutela DOP e grande distribuzione. Una platea scelta ed attiva, con una importante componente di giovani.

 

La sostenibilità riguarda tutto il Pianeta, ma dev’essere sociale, ambientale ed economica

Esordisce così Angelo Rossi (Fondatore CLAL.it e TESEO), accogliendo i partecipanti con una breve introduzione, per poi lasciare spazio al discorso di benvenuto di Paolo Carra (Presidente Consorzio Virgilio).

La giornata parte con il commento di un video che riassume il precedente incontro “Sostenibilità: l’efficienza imprescindibile”.
Si susseguono poi 5 case history a ritmo incalzante, poiché uno degli obiettivi della giornata è la pluralità dei punti di vista sulla Sostenibilità.

 

Giuliana D’Imporzano (Project Manager Consorzio Virgilio) presenta le soluzioni ma anche i dubbi affrontati con il progetto Life Dop:

Il consumatore spesso non capisce perché dovrebbe scegliere [prodotti sostenibili]

Per far fronte a questa problematica, il Consorzio Virgilio si propone di sviluppare degli indicatori scientificamente ineccepibili e al contempo coinvolgenti per il consumatore, il quale deve percepire il contributo che sta dando al Mondo che vorrebbe.

 

Paolo Amadori (Business Manager) condivide l’esperienza di Fattorie Osella in termini di benessere animale:

Gli allevatori all’inizio erano molto scettici […], poi man mano che sono entrati nel dettaglio […] di tutte le migliorie che potevano attuare […] si sono motivati ed entusiasmati

anche perché molti allevamenti partivano da una buona base per soddisfare i 90 punti del disciplinare di benessere animale scelto da Osella.

 

Latteria PLAC, dal canto suo, ha investito sulla Sostenibilità della fase di lavorazione del latte: Giovanni Guarneri (Consigliere) ne illustra i dettagli in maniera molto chiara, soffermandosi su alcuni punti particolarmente interessanti. Ad esempio, la concentrazione del siero permette a PLAC di utilizzare il permeato di seconda gestione per il primo risciacquo degli impianti, ottenendo un recupero in termini idrici pari al 20% dell’utilizzo annuo.

 

Si chiama “Progetto Stalle a Stelle“: sull’esempio degli hotel […] è stata stilata una classifica degli allevamenti del Trentino

Andrea Merz (Direttore Trentingrana CON.CA.S.T.) presenta così l’iniziativa di Trentingrana: sulla base di numerosi indicatori di benessere animale, “ogni allevatore riesce ad avere all’interno della propria stalla una valutazione fornita da tecnici esperti che poi può riuscire a raccontare anche all’esterno”.

 

Chiude la rassegna di presentazioni Andrea Di Stefano (Responsabile Progetti Speciali Novamont Spa), che avverte:

La CO2 è destinata a diventare […] un costo paragonabile a una materia prima […] che secondo le stime viaggerà tra i 30 e i 100 dollari a tonnellata

Il contributo di Di Stefano ha un taglio trasversale al settore lattiero-caseario ed illustra in particolare le soluzioni offerte dai biochemicals: risorse rinnovabili di origine agricola (colture residuali abbinabili a colture tradizionali o scarti agricoli) per ottenere nuovi materiali.

Consulta tutte le presentazioni >

 

Le presentazioni hanno già sollevato molti spunti interessanti, che innescano il dibattito. Tra i partecipanti intervengono:

  • Simone Aiuti, Direttore Tecnico – Latte Sano
  • Manuel Pavan, dirigente DuPont Danisco
  • Rita Luppi, Communication Specialist Tetra Pak Italiana Spa
  • Stefano Pozzi, METRO
  • Paola Pergolesi, Category Manager – CONAD
  • Marco Nocetti, tecnico – Consorzio di Tutela Parmigiano Reggiano
  • Matteo Lasagna, Produttore di latte destinato a Parmigiano Reggiano e Presidente Confagricoltura Mantova
  • Martino Cerantola, Produttore di latte destinato ad Asiago e Presidente Coldiretti Veneto
  • Tommaso Visca (Produttore di latte commercializzato)
  • Fabio Perini, Produttore di mais
  • Andrea Trentin, Produttore di latte destinato a Grana Padano, Asiago e latte alimentare
  • Barbara Greggio, Produttore di latte destinato a Grana Padano

 

Quanto di quello che stiamo facendo nelle nostre imprese ha a che fare con l’etica […] e quanto […] col marketing?

Alla domanda, solo in parte provocatoria, di Nisio Paganin (Direttore Generale – Agriform) scaturisce un applauso spontaneo di chi evidentemente riconosce che i progetti di Sostenibilità sono spesso guidati da un tentativo di inserirsi in nuovi mercati potenziali, più che da una scelta etica.

Giorgio Garofolo, professore di Filosofia, condivide la sua esperienza di insegnante, nella quale riscontra “una sensibilità molto forte e decisamente crescente tra i ragazzi”. Ma bisogna incontrare questa sensibilità:

Credo che il vostro mondo [agroalimentare] debba dare messaggi razionali, comprensibili, perché altrimenti i ragazzi rischiano di andare verso mode – penso ai vegani ecc. – che non danno conto di tutto il lavoro che può essere fatto per […] porsi in una prospettiva di effettiva sostenibilità

La ricerca di linee guida comuni non trova risposta in ambito normativo:

Tutti oggi parliamo di benessere animale, ma non esiste una normativa europea […] né italiana

è l’esempio riportato da Alberto Dall’Asta, Dirigente ITALATTE – Galbani.

 

 

Al termine del dibattito, le conclusioni di Gianni Fava (Assessore all’Agricoltura – Regione Lombardia):

Il primo tema reale sulla Sostenibilità ce lo dobbiamo porre come elemento culturale

Fava asserisce che una produzione è sostenibile se riesce ad essere economica, e per essere economica deve trovare uno sbocco sul mercato. L’Assessore considera dunque fondamentale intraprendere azioni concrete per “incidere sul consumatore in modo significativo e creare una cultura che oggi è presente in modo alquanto blando”.
Per raggiungere questo ed altri obiettivi Fava auspica la realizzazione di una organizzazione verticale della filiera:

Quando avremo una buona organizzazione sostanziale di tutte le filiere, credetemi, ci sarà anche la possibilità di dare una migliore Sostenibilità alle nostre aziende

 

La giornata si conclude con un gustoso risotto, un buon vino e la prospettiva di un lungo percorso verso la Sostenibilità. Da percorrere insieme.

Nisio Paganin, Direttore Generale – Agriform

Prosegue il dialogo di filiera verso la Sostenibilità [presentazioni]
26 Aprile 2017

Continua il percorso verso la Sostenibilità della filiera lattiero-casearia.

Il Consorzio Latterie Virgilio ha ospitato produttori latte, imprese di trasformazione, consorzi di tutela e grande distribuzione in occasione dell’incontro “Sostenibilità: la cooperazione deve prevalere sulla competizione”.

L’incontro, organizzato da TESEO mercoledì 19 Aprile, è iniziato con le case history di Consorzio Latterie Virgilio, Fattorie Osella, Latteria PLAC e Trentingrana CON.CA.S.T. che hanno presentato le buone pratiche di sostenibilità da loro applicate. Novamont ha poi illustrato le soluzioni offerte dai biochemicals.

Il dialogo di filiera è continuato attraverso il dibattito, nel quale gli operatori hanno messo in luce i diversi aspetti della Sostenibilità con esempi ed idee per un approccio da protagonisti ai temi trattati. I concetti di sostenibilità, organizzazione e filiera sono poi stati oggetto delle conclusioni dell’Assessore Regionale all’Agricoltura Gianni Fava.

Consulta le presentazioni della giornata:

Giuliana D’Imporzano – Project Manager Consorzio Virgilio
1 - Life Dop: sostenibilità nell’industria casearia di eccellenza
Giuliana D’Imporzano – Project Manager Consorzio Virgilio
pdf 2 MB | 1075 clicks
Paolo Amadori – Business Manager Fattorie Osella
2 - Il progetto Benessere Animale
Paolo Amadori – Business Manager Fattorie Osella
pdf 6 MB | 679 clicks
Giovanni Guarneri – Consigliere Latteria PLAC
3 - Gestione ambientale ed energetica nella Latteria PLAC
Giovanni Guarneri – Consigliere Latteria PLAC
pdf 116 KB | 541 clicks
Andrea Merz – Direttore Trentingrana Consorzio dei Caseifici Sociali Trentini s.c.a.
4 - Tradizione e sostenibilità nella filiera Trentingrana
Andrea Merz – Direttore Trentingrana Consorzio dei Caseifici Sociali Trentini s.c.a.
pdf 3 MB | 814 clicks
Andrea Di Stefano – Responsabile Progetti Speciali Novamont Spa
5 - Il ruolo dei biochemicals nell’innovazione delle filiere agroalimentari
Andrea Di Stefano – Responsabile Progetti Speciali Novamont Spa
pdf 1 MB | 635 clicks

 

Sopravvivenza delle stalle: il benessere animale sarà determinante
3 Aprile 2017

Floriano De Franceschi
Castelgomberto, Vicenza – ITALIA

L’allevatore Floriano De Franceschi

Azienda Agricola De Franceschi Floriano.
Capi allevati: 110 | 50 in mungitura.
Ettari coltivati 50.
Destinazione del latte: Asiago DOP d’Allevo
(caseificio cooperativo Villa).

“Vada su Youtube e digiti De Koeientuin, poi guardi il video: vedrà come saranno le stalle del futuro, con ampi spazi liberi, piante e verde in stalla, nessun tipo di cattura, niente cuccette, possibilità di movimento per gli animali. Piaccia o no, andremo in quella direzione e sarà una delle risposte per produrre latte di migliore qualità, aumentare il benessere animale e rispondere ai continui attacchi degli animalisti, che rivolgono accuse a noi allevatori molto spesso ingiuste”.

L’invito a collegarsi a Youtube è di Floriano De Franceschi, 53 anni, presidente dell’Associazione provinciale allevatori di Vicenza e di quella regionale del Veneto. Nella sua azienda a Castelgomberto, paese del quale è stato anche assessore, alleva 110 bovine di razza Frisona italiana, delle quali 50 in lattazione.

Nel 2016 ha prodotto 5.300 quintali, con una media annuale di 105 quintali per vacca (grasso 3,64%, proteine 3,26 per cento). La mungitura avviene tramite robot, che il presidente dell’Arav ha introdotto in stalla 10 anni fa.

Il latte prodotto è conferito al caseificio cooperativo Villa per la produzione di Asiago d’allevo, ottenuto con latte di bovine alimentate a secco. I soci del caseificio sono 15.

Appassionato di tecnologia (“è il mio hobby”, dichiara), De Franceschi accanto al benessere animale raccomanda come soluzioni la cooperazione, concetto astratto che ha molte declinazioni concrete e va ben oltre il conferimento del latte, ma coinvolge anche l’idea del cosiddetto sharing, la condivisione.

“Tra proprietà e affitto conduco 50 ettari a prato; ai miei foraggi aggiungo il miscelone che acquisto. Ho rinunciato interamente al mais”.

Perché?
“È poco remunerativo e c’è il rischio delle aflatossine. Se non facciamo i conti in stalla rischiamo di lavorare a vuoto. È inutile che l’allevatore paghi affitti anche da 400 euro per ettaro, se non riesce ad andare in pareggio”.

Quale soluzione propone?
“Bisogna che gli allevatori si mettano insieme, magari individuando un capannone per stivare la miscelata comune. Dovremmo come allevatori occuparci della stalla, ma condividere le informazioni e i sistemi di alimentazione, ridurre attraverso modalità di cooperazione i costi di gestione. L’informazione è uno strumento fondamentale per la gestione delle aziende”.

Esiste TESEO by Clal. Perché non usarlo?
“Lo usiamo ed è molto utile. Bisogna estendere il modello informativo alle fecondazioni, le zoppie, gli aborti. Serve trasparenza e condivisione dei dati. Come Associazione italiana allevatori possiamo contare sul sistema Si@lleva, che raccoglie dati su scala nazionale, relativi a un milione di capi, tanti quanti sono quelli controllati negli Stati Uniti. Dobbiamo fare in modo che i risultati elaborati tornino agli allevatori, magari anche attraverso TESEO”.

Quali sono le informazioni più utili?
“La genomica sta facendo notevoli passi avanti, ma non farei una classifica. Per avere un quadro d’insieme efficiente è imprescindibile poter avere informazioni legate alle fecondazioni, ai costi di alimentazione, all’efficienza energetica, alla fertilità. In Veneto sui controlli funzionali facciamo il Bhb, che rivela l’acidità ruminale e individua eventuali disguidi metabolici. I dati sono la chiave per valutare l’efficienza dell’azienda. Bisogna elencarli tutti, per eliminare i comportamenti superflui e dispendiosi, anche gli stipendi del titolare e dei familiari, elementi molto spesso non contemplati nei conteggi. Condividere i dati fa parte di questo processo”.

Se parliamo di sostenibilità nella produzione di latte, a cosa pensa?
“Penso innanzitutto a quella economica e, come dicevo, fare i conti e confrontarli fra gli allevatori è un passo importante. Poi penso al benessere animale, una richiesta che proviene compatta dai consumatori e che non possiamo assolutamente ignorare. Sarà una variabile determinante per la sopravvivenza, non deve essere sottovalutata”.

Come Arav come vi state organizzando?
“Abbiamo in programma corsi di formazione, per insegnare le buone pratiche di allevamento in chiave di animal welfare”.

Il prezzo dell’Asiago non è dei migliori, che suggerimenti può dare al Consorzio, che ha avviato un programma di promozione importante?
“Ci vorrebbe una rete di promozione e vendita più ramificata, che oggi manca. L’offerta di vendita dovrebbe essere centralizzata, per promuoverlo meglio ed esportare, senza dimenticare una rete regionale. Come Asiago dobbiamo fare i conti con una concorrenza marcata dei cosiddetti similari. Nel nostro caseificio produciamo 150 forme al giorno e abbiamo un’alimentazione a secco come nel Parmigiano-Reggiano, non facciamo uso di lisozima, eppure non riusciamo a essere incisivi, schiacciati anche da un numero elevato di prodotti similari, che deformano il prezzo al ribasso. Stiamo producendo forse troppe forme”.

Cosa fare, dunque?
“Esportare di più. È l’unica soluzione”.

L’etichettatura secondo lei può modificare qualcosa?
“Per l’Asiago no, perché le Dop dovrebbero già utilizzare il latte prodotto nel comprensorio. In generale invece sono convinto che servirà”.

Estendere la lattazione conviene
29 Marzo 2017

Una lattazione ed un parto all’anno non sono più un paradigma. Infatti, secondo i risultati di una ricerca danese, meno parti e lattazioni estese a 500 giorni darebbero più vantaggi. La ricerca è il risultato del progetto “REPROLAC – Extended lactation in dairy production in favor of climate, animal welfare and pro­ductivity” che associa l’università di Aarhus ad Arla con l’INRA francese e singoli allevatori, per un finanziamento di 2,4 milioni di €.

Prolungando di sei mesi la lattazione, si possono ottenere effetti positivi su produttività, benessere animale ed impatto ambientale contenendo le emissioni di gas effetto serra (GHG) e riducendo in modo significativo la quantità di alimento per kg di latte prodotto. Inoltre, contrariamente a quanto comunemente asserito negli studi precedenti che comunque rimontano a diverso tempo fa e non tengono in considerazione le moderne tecniche di allevamento, la qualità del latte non ne risentirebbe.

A fronte di una ridotta produzione, il prolungamento della lattazione comporta un aumento dei tenori di proteine e grasso nel latte, con effetti positivi sulla trasformazione casearia. All’analisi sensoriale, il latte risulta più cremoso, ma non presenta alterazioni nel sapore e nell’aroma come precedentemente ritenuto.

Confronta le performance della tua Azienda da latte

Fonte: Aarhus University

Irrigazione e benessere animale saranno i punti cruciali
30 Novembre 2016

Giuseppe Magoni
Maclodio, Brescia – ITALIA

L'allevatore Giuseppe Magoni
L’allevatore Giuseppe Magoni

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto.
Capi allevati: 650 | 330 in mungitura.
Ettari coltivati 340.
Destinazione del latte: Grana Padano DOP
(caseificio Bresciangrana).

“Dove ci stanno 100 vacche bisogna metterne 90, non 110. Il benessere animale è molto di più di una normativa da osservare, è una regola per permettere agli animali di produrre di più e meglio, con meno problemi sanitari e, dunque, con minori costi aziendali”.

È la declinazione della sostenibilità secondo Giuseppe Magoni, allevatore di Maclodio (Brescia), con 340 ettari coltivati e una duplice vocazione zootecnica. “Allevo 650 capi da latte, dei quali 330 sono vacche in mungitura, e 850 scrofe, per una produzione annuale di circa 12.000 suini tra svezzamento e ingrasso”.

Il latte, circa 39.000 quintali all’anno, sono destinati al caseificio Bresciangrana per la produzione di Grana Padano.

Alleva bovine da latte e suini. Qual è il settore che le dà maggiore soddisfazione?

“Non ho mai fatto distinzione tra vacche e suini. Per 30 anni mi sono sentito dire che ero fortunato ad avere i suini. Negli ultimi anni mi sono chiesto se era davvero così. Sinceramente credo che l’impegno in stalla, le problematiche e le soddisfazioni siano uguali”.

Lei ha problemi di direttiva nitrati o 340 ettari sono sufficienti per il carico zootecnico?

“Ho tre aziende e ho terreni a sufficienza. Certo si fatica a rimanere entro i limiti e io opero la separazione fra solido e liquido, in modo da non superare la deroga concessa alla Lombardia di 250 chilogrammi per ettaro/anno”.

In Italia meno di 1.000 aziende hanno beneficiato del programma di riduzione volontaria della produzione, premiato con 14 centesimi al litro. Lei per caso è fra queste imprese?

“No e non conosco nessun allevatore che ha aderito. Forse in Germania il ritorno di 14 centesimi al litro per non produrre è più conveniente, in provincia di Brescia gli allevatori, se potessero, metterebbero le vacche anche sotto il letto”.

Condivide?

“No. La mia regola è: mettere 90 capi dove ce ne starebbero 100. Non capisco perché, invece, i miei colleghi sono masochisti. Il mio motto è: lavorare, non tribolare”.

Con un carico zootecnico come quello delle sue tre aziende, ha mai pensato alle energie rinnovabili?

“Sì, certo. Avrò fatto 10 preventivi per un impianto di biogas, ma poi ho rinunciato”.

Perché?

“Un investimento in quella direzione non mi sembrava logico. Punto a migliorarmi come allevatore, rendendo sempre più efficiente l’attività aziendale. Non voglio avventurarmi in altre attività”.

In quanti lavorate in azienda?

“In 22, sette familiari e 15 dipendenti. Io ho 55 anni, mio figlio 33 e fa il jolly. Si occupa di tutto, dalla fecondazione delle scrofe la domenica al segmento della meccanizzazione, dell’attività in campagna. Ognuno di noi in famiglia ha una propria mansione specifica, supportato dagli operai”.

La Baviera nei giorni scorsi ha annunciato che avvierà una campagna di marketing aggressivo per conquistare il mercato italiano. Qual è il suo commento?

“Loro fanno il loro gioco e fanno bene. Se non reagiremo credo che, Made in Italy o meno, soccomberemo alla Baviera, ammesso che sia più forte e riesca a conquistare i consumatori. Dobbiamo comunque riflettere”.

Ritiene che il latte biologico sia un’opportunità?

“Credo di sì, anche se vi sono due ostacoli principali: la conversione e i foraggi. Intorno a me chi ha provato ad avventurarsi nel comparto biologico è fallito, per cui, anche se so che c’è molta richiesta, quando sento parlare di bio mi si drizzano i pochi capelli in testa. Secondo me è più facile la strada del no-ogm, che è apprezzata comunque dal consumatore. Si rischia di meno ed è più semplice”.

Parlando di ogm e semplificando al massimo, lei è favorevole o contrario?

“Ascolto gli scienziati e mi oriento secondo la logica. Sono però favorevole al loro utilizzo, perché viviamo contraddizioni che complicano la vita di noi allevatori. Non possiamo coltivare prodotti geneticamente modificati, però li dobbiamo acquistare se non vogliamo ritrovarci pieni di aflatossine. Forse se potessimo coltivarli eviteremmo le importazioni, calerebbero i consumi di medicinali e migliorerebbe la qualità della vita degli animali”.

Quali saranno le innovazioni che cambieranno maggiormente il modo di coltivare e allevare?

“Forse l’innovazione nell’irrigazione sarà uno dei punti cruciali, insieme al benessere animale. L’obiettivo è quello di semplificare tutti i passaggi dell’allevamento e dell’agricoltura in campo”.

Quali sono i suoi hobby?

“Il calcio. In passato ho anche fatto l’allenatore nelle squadre giovanili. Poi mi piace leggere, preferibilmente libri di letteratura e filosofia greca, una passione che mi ha trasmesso mio figlio”.

Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto
Azienda Agricola Magoni Giuliano Giuseppe e Alberto

Antibiotici all’asciutta? Criteri corretti per una scelta
12 Aprile 2016

È oggi diffuso il trattamento con antibiotici alla messa in asciutta delle bovine e tale pratica avviene con differenti modalità e principi attivi in relazione alle singole situazioni aziendali.

Non sempre il criterio di impiego degli antibiotici è il risultato di una scelta ponderata; risulta fondamentale, al fine di ottenere i migliori risultati e per contenere i costi, il lavoro del Veterinario aziendale che, in relazione al quadro sanitario della mandria e con il supporto di analisi di laboratorio specifiche, sarà in grado di individuare le migliori procedure in relazione alla situazione della stalla.

In modo schematico, i sistemi utilizzati prevedono l’impiego di antibiotico intramammario e/o di antibiotico somministrato tramite iniezione, con o senza l’impiego di un sigillante del canale del capezzolo. E’ ormai finalmente scomparsa la tecnica del doppio trattamento intramammario alla messa in asciutta, costosa e inutile.

In alcuni allevamenti invece l’antibiotico alla messa in asciutta di norma non viene utilizzato e il trattamento è riservato alle sole bovine che durante la lattazione hanno avuto uno o più episodi di mastite.

Tale pratica apparentemente non “raccomandabile”, rientra invece tra le possibili procedure per la messa in asciutta previste nelle linee guida dall’Institut de l’Elevage, ente francese di ricerca e formazione dedicato agli allevatori di bovini.

L’Institut de l’Elevage propone di gestire il programma sanitario alla messa in asciutta secondo due criteri:

1° Criterio

  • Trattare con antibiotici quando le cellule somatiche all’ultimo controllo funzionale sono > 150.000
  • Riservare il trattamento alle bovine che hanno avuto una mastite clinica nell’ultimo trimestre di lattazione

2° Criterio

  • Utilizzo di un sigillante del capezzolo in presenza di situazioni di rischio di nuova infezione durante l’asciutta.

In molti casi il rischio di nuove infezioni è concreto; ad esempio quando ci troviamo di fronte a:

  • Bovine oltre la terza lattazione
  • Piano della mammella basso (sotto il garretto)
  • Capezzoli corti
  • Lesioni alla cute o alla estremità del capezzolo
  • Bovine con predisposizione alla perdita di latte nei primi giorni di asciutta o prima del parto
  • Gestione non corretta dei box di stabulazione delle bovine in asciutta e dei box parto

In tutti questi casi, cioè in presenza di rischio di nuove infezioni, il sigillante sarà applicato a tutte le bovine, sia a quelle che hanno ricevuto l’antibiotico che a quelle non trattate con farmaci; il costo del trattamento è controbilanciato dalla riduzione delle nuove infezioni. Chiaramente tutti i trattamenti che prevedono introduzione di prodotti nel canale del capezzolo devono essere eseguiti nel rispetto di precise norme igieniche al fine di evitare l’insorgenza di patologie iatrogene.

Infine sarà possibile evitare il trattamento con antibiotico alla messa in asciutta nei casi in cui:

  • La situazione sanitaria al primo controllo post parto è eccellente cioè quando la percentuale di bovine con conta cellulare inferiore a 300.000 maggiore dell’85%, valutata sugli ultimi sei mesi.
  • Il rischio di nuove infezioni durante il periodo di asciutta è minimo in virtù di una gestione ottimale delle lettiere
  • Le cellule somatiche all’ultimo controllo sono < 150.000

In ogni caso, al fine di una valutazione corretta e attualizzata dello stato sanitario dei singoli quarti è sempre opportuno eseguire il California Mastitis Test ( C.M.T.) al momento della messa in asciutta prima di decidere se, come e con quale schema terapeutico intervenire, caso per caso.

CMT. California Mastitis test
CMT. California Mastitis test

A proposito dell’impiego di antibiotici in allevamento, è importante ricordare che la plenaria del Parlamento Europeo ha approvato nella seduta del 10 marzo 2015, le modifiche alla proposta di Regolamento sui medicinali veterinari della Commissione Europea. Con questa votazione i deputati europei hanno sottolineato che per contrastare la crescente resistenza degli antibiotici ai cosiddetti superbatteri, quali salmonella e campylobacter, è necessario limitare l’uso dei farmaci antimicrobici esistenti e sviluppare nuovi medicinali. La proposta prevede di aggiornare la normativa europea in materia di medicinali a uso veterinario e il Parlamento chiede di vietare il trattamento antibiotico collettivo e preventivo degli animali e di prendere misure atte a stimolare la ricerca di farmaci di nuova generazione.

“Quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità avverte che il Mondo può sprofondare in un’era post-antibiotica, dove la resistenza agli antibiotici potrebbe causare ogni anno più morti del cancro, è giunto il momento di intraprendere un’azione forte e risolvere il problema alla radice”, ha affermato la relatrice Françoise Grossetête. “La lotta contro la resistenza agli antibiotici deve iniziare nelle aziende agricole. Desideriamo in particolare vietare l’uso puramente preventivo di antibiotici, limitare il trattamento di massa a casi veramente particolari, vietare l’uso di antibiotici veterinari di fondamentale importanza per la medicina umana o porre fine alla vendita online di antibiotici, vaccini e prodotti psicotropi. Con queste misure, speriamo di ridurre la quantità di antibiotici che finiscono nel piatto dei consumatori “, ha dichiarato.

Fonte: Institut de l’Elevage