In malga siamo più avanti del biologico [intervista]
10 Ottobre 2017

Sara Strazzabosco
Canove, Vicenza – ITALIA

L’allevatrice Sara Strazzabosco

Azienda Agricola Frigo Roberto.
Capi allevati: 120 | 70 in lattazione.
Destinazione del latte: Caseificio Aziendale e Caseificio Finco di Enego.

Nell’azienda Frigo Stöff di Canove, uno dei sette comuni dell’Altopiano di Asiago, la qualità fa rima con multifunzionalità e diversificazione produttiva. Il concetto di zootecnia si declina nel settore della produzione del latte e della carne suina, sublimata nell’arte norcina. Per non parlare della vendita diretta e dell’agriturismo, che d’estate girano a pieno regime, agevolati dal flusso turistico che anima il territorio e che trova approdo nella malga Larici di Sotto.

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti

La diversificazione ci ha permesso di andare avanti, perché è capitato, anche nel recente passato, di attraversare alcuni mesi in cui la fattura del mangime è più alta del prezzo del latte alla stalla”, ammette Sara Strazzabosco, 22 anni, che conduce l’azienda insieme allo zio Roberto Frigo e alla mamma Lorella. D’estate, quando non è impegnato a scuola, alle attività partecipa anche il fratello di Sara, Alessandro, che frequenta la quarta superiore.

I capi allevati sono 120, dei quali 70 in lattazione, che nel periodo estivo salgono in malga. Sono 25, invece, i suini allevati, utilizzando anche il siero della caseificazione. Per vedere come trovano sublimazione il latte e la carne suina, è altamente consigliabile una visita sul sito www.frigostoff.it.

Trasferire le bovine in malga porta benefici?

“Sì, di vario genere. Innanzitutto, c’è un risparmio in termini economici sia per l’alimentazione che per i farmaci. Gli animali sintetizzano meglio la vitamina D, rimanendo al sole e anche i piedi e le unghie si sanificano rispetto al periodo passato in stalla. Persino una nostra vacca che ha ormai sette anni e soffre di depressione post partum rinasce, quando è in malga”.

Quanto latte producete?

18-20kg di latte per capo al giorno

“Circa 15 quintali all’inizio dell’estate, che a settembre scendono intorno ai 10 quintali. Siamo sui 18-20 chilogrammi per capo al giorno, al 3,6% di grasso e 3,3% di proteine. Sono quasi tutte di razza Frisona, anche se il divario con le performance della Bruna è palese, che ha valori di grasso e proteine superiori e un’attitudine alla caseificazione più spiccata. Abbiamo solamente cinque brune, più una manza gravida. Abbiamo anche un toro aziendale bianco e nero”.

Di cosa si occupa in azienda?

“Curo gli animali, seguo l’agriturismo e la vendita diretta, mentre mio zio è il casaro e si occupa di foraggi e alimentazione. Mia madre fa la spola, quando siamo in malga. Con la vendita diretta e l’agriturismo il carico di lavoro è aumentato, ma stiamo avendo delle grandi soddisfazioni”.

Che ritorni avete dalla vendita diretta?

9-10€/kg è il prezzo per il consumatore

“Quando parliamo di Asiago, se al commerciante vendi a 7,50 euro al chilogrammo, al consumatore arrivi comodamente a 9-10 euro al kg. E se il prodotto è stagionato, il prezzo è ancora più alto. Noi fortunatamente riusciamo a vendere quasi tutta la produzione al consumatore.”.

Sta riscuotendo molto interesse da parte dei consumatori il cosiddetto “milk grass”, il latte prodotto da animali alimentati al pascolo o col fieno. Lo producete?

“No, perché nel periodo invernale facciamo unifeed con il nostro fieno, ma anche con una miscela di mais e soia. È una questione anche di carburante, se posso utilizzare questo termine che semplifica il concetto. Una frisona ha bisogno di introdurre altri elementi, oltre al fieno, per stare in piedi. Anche in malga, dove i capi mangiano invece solo erba, in fase di mungitura beneficiano di circa 3 chili di mangime, fondamentale per dare energia all’animale. E se c’è poca erba, solitamente nelle ultime settimane di alpeggio, integriamo con il fieno, tutto di nostra produzione, anche per tenerle vicino alla malga ed evitare che vaghino in maniera incontrollata. Non usiamo comunque insilati”.

Dove producete il formaggio?

“Fino all’anno scorso facevamo la caseificazione solamente in malga nel periodo estivo. Dallo scorso inverno, invece, abbiamo realizzato a Canove una bottega aziendale e un laboratorio per la lavorazione dei formaggi freschi durante l’inverno, da affiancare a quelli stagionati prodotti in malga. Siamo soci del Consorzio tutela dell’Asiago DOP e produciamo la tipologia Prodotto della Montagna.

Il marchio della montagna rappresenta un valore aggiunto?

“Sì. È difficile quantificare il valore, ma anche nella GDO i consumatori cercano il marchio legato alla malga, alla montagna, l’alimentazione a fieno o il pascolo erba. Pensano sia più buono, anche se magari è solo un discorso di immagine”.

Pensate di convertirvi al biologico? Il consumatore cerca i prodotti bio.

Nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico

“No, perché personalmente non ci credo. È meglio per i consumatori conoscere direttamente i produttori, come li realizzano e che parametri rispettano. Anche perché, ad essere sinceri, nella produzione in malga siamo anche più avanti del biologico. Basta solo saperlo comunicare”.

Il latte che non trasformate direttamente dove va?

“Lo conferiamo al Caseificio Finco di Enego”.

Quanto conta il benessere animale?

“Moltissimo e lo capiamo immediatamente dal comportamento dei nostri animali. Le nostre vacche stanno benissimo: le teniamo molto pulite, su cuccette a paglia. Abbiamo installato il rullo perché possano grattarsi. In malga, poi, il livello è massimo, sono di fatto in vacanza 3-4 mesi”.

Come mungete?

“A Canove abbiamo una sala mungitura da cinque posti in tandem, in malga invece è una 4+4 a spina di pesce, che è più veloce”.

Che cosa fate, invece, per la sostenibilità?

“Sul fronte dell’alimentazione animale utilizziamo solo il nostro fieno e all’alimentarista chiediamo che i cereali e le materie prime vengano da più vicino possibile; per il mais è complicato, per il problema delle aflatossine. Cerchiamo anche di premiare i clienti che ci riconsegnano i vasetti di vetro dove è contenuto il nostro yogurt: ogni cinque restituiti ne diamo uno in omaggio”.

Chi viene in montagna deve vivere la natura

Una delle politiche sostenute dall’Unione europea per le aree rurali è la diffusione della banda larga per le comunicazioni. Che risultati ha dato?

“Pochi. Non abbiamo il wi-fi in malga e sinceramente non lo vorrei. Chi viene in montagna deve vivere la natura”.

La mandria al pascolo presso l’Azienda Frigo Stöff

Acqua e siccità: la “spiga” di Teseo
26 Luglio 2017

Forse anche oggi ci sarà un John Steinbeck che scrive un romanzo sulla siccità e sul “Dust Bowl”. Vedremo. Quello che è certo è che oggi c’è una maggiore consapevolezza sull’acqua come risorsa rinnovabile, ma limitata, come elemento vitale da rispettare e proteggere. E da impiegare in maniera intelligente e non conflittuale.

La lezione – divertente, in un labirinto a colpi di clic e consultabile anche attraverso lo smartphone – la tiene Teseo by Clal.it, il sito dedicato agli agricoltori e agli allevatori per un’agricoltura e un allevamento sostenibili.

È sulla tavolozza infatti di Teseo che Angelo Rossi, fondatore di Clal.it, portale di riferimento per il settore lattiero caseario, ha chiesto di raccontare in termini semplici al filosofo Giorgio Garofolo acqua ed al prof. Graziano Negri energia. L’obiettivo è quello di spiegare, specialmente ai giovani, che cos’è l’acqua, cosa può portare una sua assenza o, al contrario, una sua gestione razionale e consapevole.

Su Teseo acqua ed energia (della quale parleremo un’altra volta) rappresentano i due lati di una spiga ideale, simbolo per eccellenza dell’agricoltura.

Di che colore è l’acqua? È blu, come l’acqua di superficie contenuta in fiumi, laghi, canali o che proviene dal sottosuolo. Ma è anche verde, intesa come acqua nevosa o piovana o che viene traspirata attraverso le piante e assorbita dal terreno sotto forma di umidità. Ma l’acqua può essere anche grigia, intesa come il volume di acqua dolce necessario a diluire il carico di inquinanti generato da un determinato processo, in modo da mantenere invariati gli standard qualitativi dell’acqua di origine.

La grande siccità di queste settimane ci deve far riflettere sul bene acqua, una risorsa rinnovabile, ma limitata. Il 97,5% dell’acqua, infatti, è salata e non tutta l’acqua dolce può essere utilizzata. La sua distribuzione, inoltre, non è omogenea nelle aree del Pianeta e la sua diffusione è influenzata dai cambiamenti climatici. A questo si deve aggiungere che l’inquinamento è più rapido dell’azione purificatrice del ciclo idrogeologico, dal che se ne deve dedurre che l’acqua accessibile per uso umano costituisce solo lo 0,001% del totale e che oggi l’acqua prelevata è superiore rispetto alle risorse idriche disponibili.

La quantità d’acqua effettivamente disponibile per gli utilizzi da parte dell’uomo, che risulta facilmente accessibile e annualmente rinnovabile è stimata in circa 12.500 Km3
TESEO.clal.it – La quantità d’acqua effettivamente disponibile per gli utilizzi da parte dell’uomo, che risulta facilmente accessibile e annualmente rinnovabile è stimata in circa 12.500 Km3

Gli utilizzi crescenti di acqua da parte dell’uomo producono aumento della domanda e incremento del prelievo, con la conseguenza di provocare una scarsità ambientale ed economica e una degradazione delle risorse idriche rispetto agli indici di qualità delle acque.

Aumento della domanda e incremento del prelievo
TESEO.clal.it – Aumento della domanda e incremento del prelievo

L’acqua è un grande universo. L’acqua, se si vuole applicare un concetto esteso, è un grande universo, centrale nel pensieroessenziale per la vita biologica, fondamentale per lo sviluppo economico e sociale e per tutti questi fattori è importante e allo stesso tempo pone questioni vitali di “idropolitica”. Questo significa che l’acqua richiede azioni condivise di gestione perché è un bene economico e strategico verso il quale sono necessarie approcci di economia circolare. Allo stesso tempo, è un bene comune che può essere privatizzato e, per questo, richiede equità sociale, affinché i profitti non generino conflitti.

L’acqua influenza le nostre vite. L’acqua condiziona strutturalmente gli ambiti economicosocialeambientale e influenza direttamente le nostre vite e il nostro futuro attraverso sicurezza alimentareaccessibilità e sicurezza idricasicurezza energetica. Parliamo di un elemento essenziale dello sviluppo sostenibile solo se la gestione delle risorse e delle infrastrutture idriche opera con modalità partecipativa e responsabilità condivisa, è in grado di regolare i conflitti, adotta un approccio globale in termini di equità sociale.

Scienza e società sono strettamente correlate all’acqua. La prima è chiamata al monitoraggio dei sistemi idrici, lo sviluppo di nuove tecnologie, alla valutazione della sostenibilità degli utilizzi; la seconda induce necessariamente a una presa di coscienza verso nuovi stili di vita, la riduzione delle disuguaglianze, alla diffusione del benessere.

L’impronta idrica. Esiste anche un modo per calcolare la produzione, il consumo di un prodotto, di un’azienda, di una filiera, ma anche di un individuo, un gruppo, un paese e dell’acqua intesa in modo globale: l’impronta idrica, cioè il volume di acqua dolce utilizzato per produrre beni e servizi che misura il consumo lungo la filiera, l’inquinamento, gli effetti del commercio, la sostenibilità degli usi dell’acqua. Tale impronta idrica è determinata da molteplici fattori, rappresentati dal volume della domanda, dalla sua composizione, dalle condizioni climatiche e dalle tecniche produttive.

L'impronta idrica della produzione in Italia
TESEO.clal.it – L’impronta idrica della produzione in Italia

Acqua e agricoltura. L’agricoltura è il settore produttivo che a livello globale utilizza la quota maggiore di risorse idriche, in particolare nell’irrigazione (pari a 69% il prelievo di acqua dolce livello globale, percentuale che supera il 90% la maggior parte dei paesi del mondo in ritardo di sviluppo).

Prelievo d'acqua per settore e per area geografica
TESEO.clal.it – Prelievo d’acqua per settore e per area geografica

L’agricoltura è particolarmente esposta ai cambiamenti climatici e alla riduzione della disponibilità di acqua. Si calcola che entro il 2050 l’agricoltura dovrà produrre 60% di alementi in più a livello globale e il 100% di alimenti in più nei paesi in via di sviluppo. Per questi motivi ridurre l’impronta idrica del settore è una necessità sostanziale.

È possibile ridurre l’impronta idrica in agricoltura? Sì, certamente, attraverso aziende ecocompatibili, una gestione politica sostenibile dell’acqua alimentare, utilizzando acque non convenzionali (come le acque salmastre o i reflui urbani depurati).

È possibile ridurre l’impronta idrica anche con il miglioramento dell’efficienza nell’irrigazione attraverso il calcolo delle esigenze di acqua blu e verde delle colture, il monitoraggio dello stato idrico del suolo delle piante, la micro-irrigazione, l’irrigazione di precisione, lo stress idrico controllato.

Allo stesso tempo è fondamentale pianificare l’uso delle risorse idriche a livello di unità suolo-cultura, di azienda agraria, di bacino. Inoltre, risulta indispensabile l’adattamento ai cambiamenti climatici, utilizzando tecniche informatiche per l’uso razionale e sostenibile delle risorse idriche a livello territoriale. Allo stesso tempo, risultano fondamentali le tecniche di aridocoltura, appropriate per ambiente di tipo arido o semiarido (dry farming) e che devono essere utilizzate per ottenere effetti più incisivi con altre tecniche come le barriere frangivento, i corridoi ecologici, le sistemazioni idrauliche, le lavorazioni conservative, la pacciamatura, il controllo delle specie infestanti e il tipo di coltivazione scelta.

Sostenibilità su TESEO.clal.it
Sostenibilità su TESEO.clal.it

TESEO.clal.it –

Gli allevatori italiani sono rappresentati in FIL?
2 Maggio 2017

di Luciano Negri, presidente del comitato italiano FIL-IDF (Federazione Internazionale di Latteria)

Fondata nel 1903, la FIL-IDF è un’organizzazione privata no-profit con sede a Bruxelles che rappresenta gli interessi di quanti sono attivi a livello internazionale nel contesto lattiero caseario.

La FIL è un’autorità internazionale riconosciuta che contribuisce attivamente allo sviluppo di standard su base scientifica per il settore lattiero-caseario. Esperti nei vari settori operano in diverse aree di lavoro con l’obiettivo di migliorare le conoscenze della filiera e gli impatti sugli aspetti economici, sanitari, ambientali, sociali. Come organizzazione di punta del settore lattiero-caseario mondiale, la FIL opera per individuare e validare normative e pratiche produttive corrette.

Dal 2016 Judith Bryans, Chief Executive di Dairy UK, è stata eletta Presidente della Federazione, sostituendo Jeremy Hill di Fonterra, che era presidente dal 2012. Alla FIL aderiscono 75 paesi che rappresentano più del 75% della produzione mondiale di latte. Vi operano circa 1200 esperti attivi in 9 aree di lavoro: salute e benessere animale, scienza e tecnologia casearia, economia, marketing e politiche economiche, ambiente, gestione delle aziende agricole, standard alimentari, igiene e sicurezza alimentare, metodi di analisi e campionamento, nutrizione e salute. Grazie al loro lavoro, la FIL è divenuta la fonte principale di competenze scientifiche e tecniche per tutti gli stakeholder della filiera lattiero-casearia a livello mondiale, e rappresenta l’interlocutore tecnico privilegiato delle organizzazioni intergovernative, FAO ed OMS.

FIL-IDF: Aree di lavoro

Il Comitato Italiano è composto da 43 soci appartenenti a 4 aree: produzione del latte, trasformazione e commercializzazione del latte e dei suoi derivati, Scienza e Ricerca e infine Tecnica. I soci appartengono per la metà al settore della trasformazione mentre il settore scientifico/accademico rappresenta circa un quarto della compagine societaria.

Il settore lattiero italiano ha una concezione parziale del ruolo della FIL-IDF. Spesso infatti, la Federazione viene identificata unicamente come un luogo in cui discutere e definire norme scientifiche. La sfida per il Comitato Italiano è quella di portare i temi cari alle nostre imprese e al mondo lattiero nazionale all’attenzione della comunità internazionale ma questo si può fare solamente se si comprende appieno il valore dell’organizzazione nel suo complesso e le straordinarie potenzialità che questa racchiude.

A livello globale ma anche nazionale, si assiste ad una crescente attenzione nei confronti della salute e di tutto quanto può portare al benessere personale, della salvaguardia dell’ambiente e del benessere animale per cui è logico pensare che è necessario investire in queste aree per rispondere alle esigenze di consumatori sempre più attenti ed esigenti. È altrettanto chiaro che se queste necessità non vengono avvertite dalle imprese, non può nascere l’esigenza di adattare la propria proposta commerciale e quindi la propria organizzazione al nuovo contesto, per cui viene meno anche il dialogo con la ricerca in senso lato.

Tutto quindi deve partire creando la consapevolezza della “distanza” ovvero del percorso, di conoscenza e di azioni, da intraprendere per intercettare i bisogni del consumatore odierno.

  • La FIL-IDF è la più importante organizzazione mondiale del settore lattiero caseario.
  • Buona parte delle decisioni assunte a livello planetario nel nostro settore dipendono da studi e lavori effettuati in ambito FIL.
  • L’autorevolezza della FIL permette al settore di essere in continuo dialogo con le ONG più influenti a livello globale.
  • La FIL Italia non gioca il ruolo che dovrebbe a causa di una scarsa conoscenza delle potenzialità dell’organizzazione.
  • All’interno della FIL Italia la rappresentanza allevatoriale è poco presente.
  • L’Italia, nonostante  le eccellenze indiscusse, non ha ancora una posizione comune da sostenere a livello internazionale.
  • Una partecipazione italiana attiva potrebbe portare il nostro paese ad incidere sulle grandi decisioni che determinano le prospettiva del settore lattiero-caseario mondiale. 

Prosegue il dialogo di filiera verso la Sostenibilità [presentazioni]
26 Aprile 2017

Continua il percorso verso la Sostenibilità della filiera lattiero-casearia.

Il Consorzio Latterie Virgilio ha ospitato produttori latte, imprese di trasformazione, consorzi di tutela e grande distribuzione in occasione dell’incontro “Sostenibilità: la cooperazione deve prevalere sulla competizione”.

L’incontro, organizzato da TESEO mercoledì 19 Aprile, è iniziato con le case history di Consorzio Latterie Virgilio, Fattorie Osella, Latteria PLAC e Trentingrana CON.CA.S.T. che hanno presentato le buone pratiche di sostenibilità da loro applicate. Novamont ha poi illustrato le soluzioni offerte dai biochemicals.

Il dialogo di filiera è continuato attraverso il dibattito, nel quale gli operatori hanno messo in luce i diversi aspetti della Sostenibilità con esempi ed idee per un approccio da protagonisti ai temi trattati. I concetti di sostenibilità, organizzazione e filiera sono poi stati oggetto delle conclusioni dell’Assessore Regionale all’Agricoltura Gianni Fava.

Consulta le presentazioni della giornata:

Giuliana D’Imporzano – Project Manager Consorzio Virgilio
1 - Life Dop: sostenibilità nell’industria casearia di eccellenza
Giuliana D’Imporzano – Project Manager Consorzio Virgilio
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Paolo Amadori – Business Manager Fattorie Osella
2 - Il progetto Benessere Animale
Paolo Amadori – Business Manager Fattorie Osella
pdf 6 MB | 917 clicks
Giovanni Guarneri – Consigliere Latteria PLAC
3 - Gestione ambientale ed energetica nella Latteria PLAC
Giovanni Guarneri – Consigliere Latteria PLAC
pdf 116 KB | 709 clicks
Andrea Merz – Direttore Trentingrana Consorzio dei Caseifici Sociali Trentini s.c.a.
4 - Tradizione e sostenibilità nella filiera Trentingrana
Andrea Merz – Direttore Trentingrana Consorzio dei Caseifici Sociali Trentini s.c.a.
pdf 3 MB | 1145 clicks
Andrea Di Stefano – Responsabile Progetti Speciali Novamont Spa
5 - Il ruolo dei biochemicals nell’innovazione delle filiere agroalimentari
Andrea Di Stefano – Responsabile Progetti Speciali Novamont Spa
pdf 1 MB | 936 clicks

 

La conduzione dei terreni agricoli negli USA
18 Aprile 2017

Negli Stati Uniti, la produzione agricola interessa il 51% del terreno disponibile. L’uso del terreno agricolo ed i suoi cambiamenti hanno importanti riflessi economici ed ambientali, influenzando aspetti quali la conservazione delle risorse idriche, l’uso del suolo, la qualità dell’aria e della emissioni di gas effetto serra (GHG) oltre, ovviamente, alla produzione agroalimentare. Il valore dei terreni e delle strutture rappresenta l’80% del valore totale del settore agricolo e dunque costituisce un indice sostanziale per valutare la performance finanziaria del settore e le sue variazioni sono un elemento cruciale per la sostenibilità economica dell’attività agricola.

E’ importante seguire l’andamento della proprietà terriera per capire quanto il beneficio del capitale vada agli agricoltori oppure a soggetti che sono estranei all’attività produttiva e che posseggono terreno per fini di investimento od altre finalità.

Proprietà dei terreni agricoli in USA

Secondo l’indagine del Tenure Ownership and Transition of Agricultural Land, il totale dei terreni coltivati negli USA ammonta a 366,6 milioni di ettari. La maggioranza di questi, il 61%, è condotta direttamente dai proprietari, mentre il 39% è in affitto. Suddividendo questa percentuale, un 8% dei terreni, pari a 28,3 milioni di ettari, viene preso in affitto da altri agricoltori, ed il 21%, cioè 114,5 milioni di ettari, è preso in affitto da proprietari che hanno cessato anche recentemente una conduzione agricola diretta. I terreni appartenenti invece a grandi imprese o società ed altri (non agricoltori), sono il 10% del totale, cioè 37,2 milioni di ettari.

Fonte: USDA Economic Research Service

Alimenti sani da aziende sane [Intervista a Paolo Fabiani]
24 Febbraio 2017

Paolo Fabiani, presidente della cooperativa Cooperlat Tre Valli

La sostenibilità è il futuro. Ma anche la diversificazione produttiva, la linea “vegetale” che i nuovi consumatori stanno mostrando di apprezzare, secondo la filosofia di prodotti in grado di nutrire e “promettere” benessere. Sono alcuni degli elementi che emergono dal dialogo con Paolo Fabiani, presidente della cooperativa Cooperlat Tre Valli, che Teseo ha intervistato.

Avete avuto danni dal terremoto come cooperativa o come associati?

“Sì, abbiamo avuto dei lievi danni nel nostro stabilimento di Amandola, situato proprio nel Parco dei Sibillini, dove produciamo mozzarella per tutto il gruppo, e da dove arriva il latte di allevatori marchigiani e abruzzesi. Alcune stalle sono state lesionate, ma il danno maggiore è nella distruzione di interi paesi. Questo ha cancellato, e non si sa per quanto tempo, l’economia di una vasta zona fatta di piccole attività, esercizi commerciali che rappresentavano punti di riferimento anche per noi”.

Quali sono gli aspetti cruciali che secondo lei sono emersi dal Dairy Forum 2016 di CLAL?

“Credo che il tema affrontato dal team di Angelo Rossi per questo Dairy Forum sia stato di estrema attualità; affrontare l’argomento del mercato assieme ad altri due temi, quali l’innovazione e la sostenibilità.
La relazione del professor Marco Frey su Agenda 2030 delle Nazioni Unite e gli obiettivi dello Sviluppo sostenibile ha offerto importanti suggerimenti sul tema della sostenibilità, che non è soltanto economico-ambientale, ma anche sociale. Ricordo che nella sua relazione venne citata una frase di Ban Ki-Moon:

I mercati possono prosperare solo in società che sono sane, e le società hanno bisogno di mercati sani per prosperare.

Su questa frase e sul concetto di sostenibilità credo che dovremo molto riflettere”.

La sua base sociale è composta da 15 cooperative e rappresenta circa 1.000 allevatori: quanti dei soci di Cooperlat hanno aderito al sostegno ministeriale di 14 centesimi?

“L’intervento messo in atto dalla Ue per diminuire l’offerta di latte in tutta Europa ha avuto poco seguito tra i nostri soci. D’altro canto la forte adesione a tale sostegno da parte dei produttori tedeschi, olandesi e francesi, per il primo periodo aveva già esaurito tutte le risorse messe a disposizione”.

Cooperlat Trevalli è famosa per la panna. Qual è la quota export (totale e per la panna)?

“Il 77,7% della nostra produzione totale è destinata al mercato domestico, il 22,3% all’estero. Per quanto riguarda la panna, invece, l’export sale al 29,6 per cento. Per i prodotti vegetali, invece, il 63,1% dei nostri volumi viene venduto fuori dai confini nazionali e solo il 36,9% in Italia”.

Quali sono i principali Paesi di destinazione?

“Per la panna i principali Paesi sono: Svizzera, Francia, Belgio, Grecia, Turchia, Libano, Filippine, Ungheria, Albania. Per i prodotti vegetali, invece, i più importanti mercati di destinazione sono rappresentati da Grecia, Turchia, Arabia Saudita, Algeria, Egitto, Libano, Repubblica Ceca, Emirati Arabi, Slovenia, Albania, Francia e Montenegro”.

Avete nuovi Paesi o aree nel mirino?

“Certamente: Stati Uniti, tutta l’area del Sud Est Asiatico, l’area dei Balcani e l’Est Europa”.

La demonizzazione dell’olio di palma è uno dei fattori che sembra aver influito positivamente sui prezzi delle panne. È così anche per Cooperlat?

“Non credo vi sia un nesso così diretto tra olio di palma e prezzo delle panne, anche perché entrambi i prodotti hanno raggiunto livelli di mercato molto alti. La demonizzazione dell’olio di palma e le continue notizie pro e contro rappresentano un fenomeno quasi tutto italiano e, nonostante il gran clamore, le quotazioni sono comunque alte. Per quanto riguarda il prezzo delle panne, personalmente ritengo che le forti e imprevedibili oscillazioni di mercato non siano positive né per i produttori né per gli utilizzatori. Al contrario, credo invece che il mercato necessiti di una maggiore stabilità”.

Siete produttori della Dop Casciotta di Urbino. Quali sono i numeri?

“La Casciotta di Urbino DOP è una delle eccellenze del territorio marchigiano, che fanno parte del portafoglio prodotti di Cooperlat. Le vendite del 2016 supereranno le 100 tonnellate di prodotto, concentrate soprattutto nel Centro Italia”.

Dal vostro sito si evince che avete anche prodotti a base di soia, caratterizzati dallo slogan “senza” (senza lattosio, senza glutine, senza grassi idrogenati). In chiave di prodotti e di mercato, sarà sempre più il cosiddetto “senza” l’aspetto cardine?

“Il consumatore del nuovo millennio è sempre più evoluto, alla ricerca di prodotti che siano buoni, ma che al contempo non danneggino la propria salute. Addirittura, che aiutino a prevenire malattie di vario tipo. Si è alla ricerca dei cosiddetti cibi senza o cibi della rinuncia, cioè senza grassi o zuccheri, senza sale, senza glutine, senza lattosio, senza conservanti. Questo non vuol dire però rinunciare al gusto. In sostanza, i prodotti vincenti di oggi e dell’immediato futuro sono quelli che promettono il benessere, ma senza rinunciare al gusto”.

Quale spazio ha la linea soia e qual è il futuro?

La soia è un mercato in continua crescita, perchè si inserisce in questo trend salutistico. Fino a pochi anni fa i prodotti a base soia si trovavano solo sugli scaffali delle insegne specializzate, ora affollanno gli scaffali di tutte le più importanti insegne della grande distribuzione. Cooperlat ha lanciato nell’ultimo anno una linea completa di prodotti a base soia, dalla bevanda alla crema vegetale da montare, al dessert. Una linea di prodotti che sta dando grandi soddisfazioni e su cui l’azienda intende investire negli anni a venire, sia in termini di comunicazione che di allargamento della gamma”.

Cosa significa sostenibilità per Cooperlat e come cercate di applicarla al vostro interno e nel rapporto con i soci?

“Come già abbiamo detto, per fortuna, oggi i consumatori sono sempre più attenti ed esigenti, non solo rispetto alla qualità delle materie prime che compongono i prodotti che acquistano, ma anche all’affermazione del principio etico del lavoro e del territorio, inteso come garanzia di rispetto dell’ambiente e di condizioni decenti di lavoro per tutti. I consumatori pretendono una qualità totale dei prodotti, alimenti sani e buoni, realizzati da aziende anch’esse sane, che tutelano l’ambiente, valorizzano il lavoro, rispettano i diritti delle persone e, soprattutto, innovano. Se non ci sono tutti questi elementi, nasce nel consumatore il ragionevole dubbio che possano mancare anche gli altri.
Il modello di cooperativa adottato dalla Cooperlat-TreValli applica nelle scelte operative azioni che contribuiscono a mantenere in vita piccoli e medi produttori locali, i quali altrimenti sarebbero usciti dal mercato, con conseguente incremento del fenomeno di abbandono dei terreni agricoli e negative ripercussioni sul territorio, come la perdita di biodiversità, il mancato mantenimento delle tradizioni e, non ultimo, le perdite occupazionali”.

Quali sono i vantaggi?

“I vantaggi riguardano la tutela del territorio derivante dalla difesa dei piccoli produttori locali. Se ne ottiene un beneficio in termini di riduzione del dissesto idrogeologico, di mantenimento della biodiversità, di contenimento dei processi di urbanizzazione. Poi ci sono gli aspetti relativi alla tutela dell’occupazione agricola. Questo comporta un vantaggio per la sostenibilità sociale del processo, con un conseguente aiuto al mantenimento della cultura e delle tradizioni locali. Bisogna ricordare, inoltre, che il rapporto con le aziende cooperative ed agricole tende ad essere di lungo periodo, filosofia gestionale che rafforza ulteriormente questo aspetto.
Allo stesso tempo i benefici si riversano in una minore pressione ambientale, derivante da un modello di fattoria più virtuoso che integra produzione agricola ed allevamento, permettendo la realizzazione di un ciclo operativo quasi chiuso. Ne consegue una migliore utilizzazione delle risorse e degli stessi output dei due processi e una riduzione delle immissioni in aria, in acqua o nei terreni”.

Paolo Fabiani

L’agricoltura sostenibile
20 Dicembre 2016

Il complesso delle attività agricole, compresa la silvicoltura, la pesca e l’allevamento, è responsabile di circa il 20% delle emissioni totali di gas serra (greenhouse gas – GHG), che influenzano il cambiamento climatico proprio del nostro tempo. Gli effetti negativi del cambiamento climatico a livello mondiale si manifestano già in alcune produzioni cerealicole e porteranno ad una diminuzione dei contenuti di proteine, ma anche di minerali come ferro e zinco ed un incremento delle patologie. Secondo dati scientifici tali fenomeni, ora evidenti nelle aree del mondo più sfavorite, si manifesteranno ovunque nell’arco di una quindicina d’anni.

Pertanto l’attività agricola deve ridurre l’impatto ambientale, pur continuando ad evolvere per garantire la sicurezza alimentare e la FAO elenca delle pratiche sostenibili da adottare e diffondere. Fra queste risultano ad esempio:

  • le coltivazioni resistenti al calore ed in grado di utilizzare l’azoto in modo efficiente;
  • le minime lavorazioni del terreno;
  • l’agricoltura di precisione;
  • la gestione della fertilità del suolo;
  • il miglioramento genetico delle graminacee foraggere o leguminose;
  • l’irrigazione mirata;
  • il miglioramento della capacità del suolo e delle piante a sequestrare carbonio.

Saranno necessari maggiori investimenti per ottenere una agricoltura sostenibile, cioè per adottare sistemi di coltivazione ed allevamento intelligenti (smart), adeguati alle nuove realtà ambientali. Il cambiamento e l’adattamento diventano necessità, perché senza dei cambiamenti l’agricoltura continuerà ad impattare negativamente sull’ambiente e perderà in produttività.

I sistemi alimentari, a loro volta, possono contribuire a tale cambiamento riducendo lo spreco e promuovendo diete appropriate, comportamenti necessari per contribuire a ridurre l’impatto ambientale.

Occorre un impegno comune fra produttori e consumatori verso la sostenibilità.

Risultati di alcune ricerche sul mondo del latte

Fonte: reliefweb

Il fondamento etico della sostenibilità
22 Novembre 2016

Il concetto di sostenibilità come elemento che unisce economia, ambiente e società si è progressivamente fatto strada a partire dagli anni ’70, quando i critici di un modello di sviluppo agricolo basato sulla competizione maltusiana fra la crescita della produzione e quella della popolazione, iniziarono a studiarne gli effetti.

Alla fine degli anni ’80, un documento dell’ONU evidenziò le possibili tensioni fra lo sviluppo economico e la qualità ambientale, arrivando al concetto di “sviluppo sostenibile”: sviluppo che soddisfa le esigenze delle generazioni attuali senza compromettere le possibilità di quelle future. Di conseguenza, l’impatto delle attività produttive  deve essere visto come l’effetto che l’uso delle risorse naturali ha sulla società e sulla vita delle comunità che la compongono.

Nel nuovo millennio l’interesse scientifico si è spostato sui parametri per misurare la sostenibilità, fattore necessario per verificarne l’impatto su economia, ambiente e società. Detto in altri termini, dopo la rivoluzione industriale, il progresso tecnico e la crescita produttiva, il concetto di “sviluppo” è inserito nello spazio temporale, deve essere duraturo e per questo diventare più identificabile nella attività quotidiana.

Di conseguenza le aziende si sono poste l’obiettivo di ottimizzare le interazioni con l’ambiente ed hanno cominciato ad utilizzare il metodo LCA (valutazione del ciclo di vita – life cycle assessment) come fattore della produzione. Da qui i parametri delle “impronte” di acqua e carbonio (water footprint and carbon footprint) come indice di qualità e sostenibilità spazio-temporale delle imprese.

La necessità di uno sviluppo sostenibile o duraturo, porta ad un processo continuo di innovazione attraverso un approccio collaborativo e multidisciplinare.

Fonte: Nature.com

Sostenibilità su TESEO.clal.it
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Inizia il percorso “Sostenibilità: l’efficienza imprescindibile”
22 Aprile 2016

A livello internazionale è in atto un importante dibattito sul futuro del clima e migliaia di organizzazioni e imprese hanno assunto impegni di sostenibilità.

Gli accordi ufficiali e le iniziative devono continuare all’interno della popolazione e noi del Team di CLAL vogliamo impegnarci attivamente creando un network di giovani produttori latte, alcuni manager di imprese trasformatrici e della grande distribuzione.

Il percorso informativo per gli operatori della filiera lattiero-casearia verso comportamenti sostenibili, nato su TESEO, vedrà una prima occasione di informazione e condivisione nella mattinata di mercoledì 27 Aprile nella sede APA (Associazione Provinciale Allevatori)  di Mantova.

Dopo la nostra presentazione del progetto, Giorgio Garofolo tratterà l’utilizzo sostenibile dell’acqua nei processi produttivi. Seguiranno Tatiana Dallo (Controllo Qualità di Lattebusche), Matteo Bignardi (Ufficio Ambiente di Latteria Soresina) e Claudio Truzzi (Responsabile Qualità Metro Italia), che parleranno di buone pratiche di sostenibilità adottate all’interno delle loro aziende.

Al termine delle brevi relazioni, verrà aperto un dibattito a cui molti saranno chiamati a portare idee e opinioni sui tremi trattati.

Sostenibilità su TESEO.clal.it
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Risparmiare acqua per diminuire i costi e favorire la sostenibilità
1 Aprile 2016

La disponibilità di acqua sta diventando un elemento di preoccupazione in tutto il Mondo.

Come ha stabilito anche la recente conferenza COP 21 dell’ONU sulla sostenibilità, la scarsità di risorse idriche abbinata ad una qualità dell’acqua sempre più scadente in un contesto di crescita della popolazione mondiale e di cambiamenti climatici, rappresenta una sfida per il futuro del pianeta.

Crescita della popolazione Mondiale

Il settore agroalimentare, dalla produzione primaria alla trasformazione, è il maggiore utilizzatore di risorse idriche e dunque il più chiamato in causa per il risparmio nell’uso dell’acqua. Basti pensare che ad agricoltura ed allevamento viene imputato il 70% dei consumi idrici mondiali. L’acqua è un fattore essenziale della produzione, dal soddisfacimento dei bisogni di agricoltura ed allevamento e dei processi di trasformazione, soprattutto riguardo le necessità per i cicli di lavaggio e di raffreddamento.

Le attività produttive lungo la filiera agroalimentare possono essere responsabili del depauperamento di risorse idriche, così come dell’inquinamento di sorgenti e falde. E’ dunque responsabilità di ogni operatore agire per ridurre l’uso di acqua migliorando le performance aziendali e sviluppare attività di resilienza considerando l’acqua come una forma di capitale naturale.

Uno studio inglese intitolato “Smart water: a prosperous future for the food and drink supply chain” indica gli interventi che le aziende dovrebbero effettuare per investire sulla sostenibilità. Innanzitutto bisogna misurare i consumi idrici nel processo produttivo aziendale, le caratteristiche delle fonti di approvvigionamento, con le relative criticità, per poi definire un piano di intervento con gli obiettivi per ridurre i consumi ed i punti critici da monitorare. Di conseguenza, bisogna identificare quali efficientamenti possono essere eseguiti attraverso modifiche al sistema produttivo od adottando nuove tecnologie. Fondamentale è il coinvolgimento e la collaborazione degli agricoltori produttori delle materie prime per il processo di trasformazione. Per questo diventa importante prevedere incentivi verso chi adotta pratiche virtuose, da inserire nei contratti di fornitura. Bisogna poi attivare pratiche di resilienza, ossia di contrasto rapido a situazioni imprevedibili di penuria d’acqua, coinvolgendo gli agricoltori nella redazione di piani d’intervento. Bisogna, infine, collaborare attivamente alle iniziative pubbliche e private di sostenibilità, sia a livello locale che nazionale.

La scarsità di acqua comporta costi crescenti. Le pratiche di efficientamento, oltre a rendere sostenibili i processi produttivi comportano anche minori costi.

La mappa "Acqua in Agricoltura" (progetto Acqua&Energia, TESEO)
La mappa “Acqua in Agricoltura” (progetto Acqua&Energia, TESEO)

Fonte: Business in the Community