Mercato suinicolo UE: fase di riequilibrio tra offerta e prezzi
11 Maggio 2026

Il mercato suinicolo europeo sta attraversando una fase di riequilibrio dopo il forte recupero produttivo del 2025. Le macellazioni UE-27 hanno raggiunto 21,9 milioni di tonnellate (+3,8% sul 2024), confermando il ritorno dell’offerta dopo la contrazione del 2022-2023. La crescita è stata guidata soprattutto da Spagna, Danimarca e Polonia, mentre l’Italia ha mostrato un recupero più contenuto (1,3 milioni di tonnellate; +4,1%).

Nei primi mesi del 2026 emergono segnali di rallentamento dell’offerta: a gennaio -1,6% su base annua e a febbraio indebolimento in Paesi chiave come Paesi Bassi (-9,9%), Italia (-3,6%), Belgio (-3,4%) e Germania (-0,9%), a fronte di Spagna (+2,1%) e Danimarca (+5,8%).

Questo contesto aveva favorito un temporaneo recupero delle quotazioni tra marzo e aprile, sostenuto soprattutto dalle aspettative di una minore disponibilità di suini vivi in alcuni Paesi europei, in particolare in Spagna. 

Nelle ultime settimane le quotazioni hanno nuovamente mostrato segnali di debolezza. In Italia, i prezzi CUN dei suini da macello del circuito tutelato rilevati il 7 maggio risultano in calo rispetto ai livelli di aprile, evidenziando inoltre tensioni fra gli operatori. Allo stesso modo, anche in Germania il mercato ha ceduto terreno, tanto che le quotazioni delle carcasse suine sono scese da 1,70 a 1,60 €/kg (VEZG, 6 maggio).

Il ridimensionamento delle quotazioni conferma come il mercato continui a essere condizionato da una disponibilità ancora molto ampia di carne e da una domanda che rimane prudente, sia sul mercato interno sia nel comparto della trasformazione. 

Il mercato continua, di conseguenza, a muoversi su due piani: da un lato il rallentamento dei flussi di animali vivi in diversi Paesi UE, dall’altro una pressione sui prezzi che riflette la difficoltà di assorbimento dell’offerta lungo la filiera.

Per il mercato italiano il quadro resta altrettanto delicato: la flessione delle macellazioni nel 2026 e la debolezza del comparto dei prosciutti stagionati continuano a comprimere la redditività della filiera. Dopo il recupero osservato tra marzo e aprile, le recenti correzioni delle quotazioni indicano che il percorso di stabilizzazione del mercato rimane ancora fragile. 

I consumi rimarranno uno dei driver in grado di innescare un rialzo dei listini.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

Italia, carne suina: ripresa possibile, decisivi i consumi [Montanari, AIA]
4 Maggio 2026

Massimo Montanari
AIA Spa

Massimo Montanari – Direttore Mercato Carni Suine di AIA Spa
Massimo Montanari – Direttore Mercato Carni Suine di AIA Spa

“Il mese di maggio dovrebbe essere un mese interlocutorio, con qualche sofferenza, ma con la fiducia che sia un mese di transizione verso la ripresa del mercato

Le variabili in gioco sono essenzialmente tre. 

Innanzitutto i consumi, perché già con il ponte del Primo maggio un incremento degli acquisti di carne suina per grigliate potrebbe fare la differenza e sollevare i listini della carne fresca. 

Altri elementi da considerare sono gli stoccaggi di carne congelata, la cui presenza massiccia in Europa in questa fase influisce nell’appesantire il mercato e, terzo punto, il numero dei suini

Ad oggi c’è una buona disponibilità di animali, ma ritengo che a partire da luglio la quantità di maiali disponibile per la macellazione sia in rallentamento e questo dovrebbe far ripartire le quotazioni dei grassi”.

Quella di Massimo Montanari, direttore Mercato Carni Suine di Aia Spa, è una lettura oggettiva e imparziale del mercato, sulla base dello scenario attuale, dove più fattori influenzano le dinamiche attuali e, inevitabilmente, anche quelle future.

“Il driver principale restano in ogni caso i consumi – sostiene Montanari -. 

Adesso il mercato della carne suina è in una fase di stanchezza. 

Questa settimana, con la festa del 1° Maggio, si è accorciata anche la capacità di lavorazione del 20% e, nell’immediato, è un dato significativo. 

A livello di scambi non vedo grande movimento, ma come anticipato saranno proprio i consumi a influenzare le tendenze di tutto il mercato nel suo complesso”.

Qualche braccio di ferro in Cun fra allevatori e macellatori? 

Possibile, per non dire probabile, in questa fase dove regna l’incertezza, le pressioni della carne estera si fanno sentire e più di una realtà si è rivolta al mercato internazionale per gli approvvigionamenti, col rischio che sia poi difficile convincere alcuni player a tornare ad acquistare prodotto italiano.

“Se i consumi ripartiranno, complice dal prossimo luglio una minore disponibilità di suini italiani, le quotazioni dovrebbero salire – conferma di nuovo Montanari -. Difficile, però, che i listini si proiettino oltre i 2 euro al chilogrammo come nella fase dei record”.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

Vietnam: boom delle importazioni di carne suina
27 Aprile 2026

Di: Marika De Vincenzi

Nel 2025 il Vietnam conferma la sua centralità nel mercato mondiale della carne suina, con un forte incremento delle importazioni che raggiungono 406.397 tonnellate (+35,5%) per un valore di 746,5 milioni di dollari (+57,5%). Si tratta dei livelli più alti dal 2019, con una crescita del valore superiore ai volumi, per effetto di un aumento dei prezzi medi di importazione.

Il mercato è dominato dalle carni congelate, dove la Russia è il principale fornitore, seguita da Brasile e Spagna, quest’ultima in forte accelerazione. Accanto alle carni, il Vietnam importa anche volumi significativi di frattaglie (164.135 tonnellate), segmento in cui spiccano Germania e Russia, a conferma di una domanda molto sensibile al prezzo e alla tipologia di taglio.

Dietro questi numeri si trova uno dei mercati a più alta intensità di consumo suinicolo a livello globale: il Vietnam è infatti tra i principali consumatori di carne suina, con livelli pro capite tra i più elevati a livello internazionale (38,4 kg pro capite, dietro solamente a Corea del Sud, Cina e Ue-27). Una domanda strutturalmente forte, che continua a crescere insieme alla popolazione e all’urbanizzazione.

Sul fronte produttivo, il Paese ha raggiunto circa 5,4 milioni di tonnellate di carne suina e conta un patrimonio superiore ai 30 milioni di capi. Tuttavia, il settore è attraversato da una profonda trasformazione: i piccoli allevatori stanno progressivamente uscendo dal mercato, mentre si rafforzano gli operatori industriali integrati. Anche il grado di autosufficienza è elevato, con un ulteriore miglioramento atteso fino al 97,5% nel 2026, ma non ancora sufficiente a ridurre il ricorso alle importazioni.

A rendere il quadro più complesso contribuisce ancora la Peste Suina Africana, che continua a generare instabilità produttiva e perdita di capi (in passato il Vietnam si è avvicinato alla realizzazione di vaccini, mai però sufficientemente efficaci per eradicare la malattia), rendendo le importazioni uno strumento strutturale di equilibrio del mercato.

Nel complesso, il Vietnam si conferma un mercato dinamico, in forte crescita e sempre più integrato nei flussi globali, dove l’espansione dell’import convive con una profonda trasformazione industriale della filiera suinicola.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

Prosciutto di Parma resiliente: UE e affettato sostengono l’export [Il Commento di Paolo Tramelli]
20 Aprile 2026

Paolo Tramelli
Consorzio di tutela del Prosciutto di Parma

Paolo Tramelli – Direttore Marketing del Consorzio di tutela del Prosciutto di Parma

Nonostante le pesanti problematiche che hanno caratterizzato lo scenario internazionale nel 2025, tiene l’export del Prosciutto di Parma (-0,40% nel 2025 rispetto al 2024), confermando una solida capacità di adattamento ai nuovi scenari di consumo internazionali. Come sottolinea Paolo TRAMELLI, Direttore Marketing del Consorzio di tutela del Prosciutto di Parma, a sostenere il comparto sono, da un lato, la crescita strutturale del segmento affettato e, dall’altro, la significativa ripresa della domanda nell’Unione Europea (+5,87%).

AFFETTATO IN ESPANSIONE: leva strategica per i nuovi consumi

L’affettato cresce (+1,72%) in controtendenza rispetto al prodotto intero (-2,01%), confermando il cambiamento nei consumi verso soluzioni pratiche e pronte all’uso. Il Prosciutto di Parma dimostra così di saper intercettare le esigenze di un consumatore sempre più orientato alla convenience, disposto a riconoscere valore aggiunto a lavorazioni e packaging evoluti.

PAESI TERZI: pesano i dazi americani e criticità sanitarie

Gli USA restano il primo mercato export del Prosciutto di Parma, ma i dazi al 15% e il dollaro debole hanno contribuito a un calo del 6% delle spedizioni verso il Nord America.

Le tensioni geopolitiche hanno inoltre frenato le esportazioni verso altri mercati chiave (UK, Australia, Canada), mentre restano chiusi per problematiche sanitarie legate alla PSA Paesi strategici come Giappone, Cina e Corea del Sud.

UNIONE EUROPEA: mercato chiave e in rafforzamento

In questo quadro internazionale particolarmente complesso, il Prosciutto di Parma si è potuto rifugiare nelle certezze e nella stabilità del mercato UE, che fa segnare un incremento complessivo del +5,87%. Spiccano performance particolarmente dinamiche nei mercati emergenti come Romania (+63,86%) e Portogallo (+17,53%), le importanti conferme di Belgio (+15,70%) e Paesi Bassi (+7,6%) e i segnali positivi dei grandi mercati quali Francia (+4,84%) e Germania (+3,95%), a testimonianza di un apprezzamento stabile e diffuso per le produzioni DOP italiane.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

Nuova Zelanda: calo del 20% nell’uso di concimi azotati
16 Aprile 2026

La concimazione azotata è uno dei principali fattori che determinano la produzione di foraggio. Elevati apporti di azoto aumentano la concentrazione di proteine grezze ed accelerano la ricrescita, però solo il 20-35% dell’azoto applicato viene recuperato nel foraggio, mentre il resto viene perso attraverso volatilizzazione, lisciviazione o emissioni gassose. Queste perdite contribuiscono al degrado ambientale e riducono la redditività delle aziende agricole.

Si calcola che gli allevamenti da latte contribuiscono per circa il 15% alle emissioni nazionali di gas serra (GHG) di origine agricola, con i fertilizzanti azotati che rappresentano una delle principali fonti di emissioni di protossido di azoto (N₂O) ed ammoniaca (NH₃). Nel contempo, i quadri normativi mirano sempre più alla riduzione della volatilizzazione dell’ammoniaca e della lisciviazione dei nitrati. Comprendere come la riduzione degli apporti di azoto influenzi l’intero continuum suolo-pianta-animale è essenziale per avere sistemi lattieri resilienti.

Migliore gestione dei liquami e concimi a maggiore efficienza

Il problema si pone anche in Nuova Zelanda, dove la concimazione con azoto è stata a lungo un pilastro del sistema di alimentazione animale basato sul pascolo. Tuttavia le normative ambientali, l’aumento dei costi dei concimi e gli obiettivi di sostenibilità stanno determinando un cambiamento verso una riduzione dell’uso di azoto chimico. Le moderne aziende da latte stanno adottando sempre più spesso strategie quali una migliore gestione dei liquami con tecniche di spandimento a basse emissioni e concimi a maggiore efficienza, in particolare l’urea rivestita, per mantenere la produttività riducendo al contempo le emissioni.

Dopo che da tre anni n Nuova Zelanda è stata introdotta la rendicontazione obbligatoria sulle concimazioni azotate l’uso di fertilizzanti nelle aziende da latte è diminuito del 20%. Questo in conseguenza delle normative che limitano i dosaggi di applicazione a 190 kg/ha all’anno e per l’aumento dei prezzi dell’azoto ma anche per i requisiti sull’efficienza ed il maggiore utilizzo di inibitori dell’ureasi (circa il 50% di tutta l’urea venduta è rivestita con un inibitore). A questa riduzione ha poi contribuito l’investimento delle aziende in sistemi informatici ed il passaggio alla mappatura digitale delle proprietà per registrare con precisione l’applicazione dei fertilizzanti.

Ridurre l’uso di fertilizzanti azotati negli allevamenti lattiero-caseari è fattibile e vantaggioso

Anche in Europa si diffonde l’uso di urea protetta con inibitori: in Inghilterra solo questa può essere utilizzata in inverno; in Irlanda si sta sollecitando il passaggio dall’uso del nitrato di calcio ed ammonio all’urea che, da settembre, deve essere rivestita; in Germania è consentita solo l’applicazione superficiale dell’urea rivestita, mentre in Danimarca è obbligatorio l’uso di inibitori con l’urea.

Ridurre l’uso di fertilizzanti azotati negli allevamenti lattiero-caseari è fattibile e vantaggioso se supportato da una gestione integrata dei nutrienti. La ricerca dovrebbe ora concentrarsi sulla resilienza a lungo termine del sistema, sulle interazioni tra la composizione botanica e l’alimentazione degli animali e sulla fattibilità economica delle strategie a basso contenuto di azoto nei diversi ambienti di produzione.

Fonte: Farmers Weekly

TESEO.clal.it – Italia: confronto prezzi UREA, GAS NATURALE e GRANOTURCO

Suini, prezzi in ripresa dopo mesi di crisi [Il Commento di Rudy Milani]
13 Aprile 2026

Rudy Milani
Confagricoltura

Rudy Milani – Suinicoltore e Presidente FNP Suini Confagricoltura
Rudy Milani – Suinicoltore e Presidente FNP Suini Confagricoltura

La ripresa, seppure lenta, dei prezzi dei suini da macello in Italia sta seguendo la tendenza rialzista europea. Rudy Milani, presidente nazionale della Federazione di prodotto Suini di Confagricoltura, non è stupito e sottolinea che la parabola ascendente è di solito un appuntamento tradizionale che comincia a manifestarsi un paio di settimane prima di Pasqua. Con l’ultima quotazione in Cun, che ha spinto i grassi da macello per il circuito tutelato a 1,63 €/kg, la striscia positiva sta proseguendo. “Piccole gocce, comunque positive, dopo sei mesi di calo drammatico, che hanno portato gli allevatori a produrre sottocosto almeno dalla metà di dicembre”, afferma Rudy Milani.

La produzione europea in questi ultimi due anni, complice una marginalità soddisfacente per gli allevatori, ha conosciuto una crescita sostenuta, accompagnata da investimenti in biosicurezza nelle porcilaie. L’arrivo della Peste suina africana in Spagna, però, ha provocato un crollo verticale dei prezzi dei suini. “L’innesco per la detonazione delle quotazioni è stato il calo delle esportazioni spagnole verso paesi extra-Ue per circa 530mila tonnellate, pari a circa 3milioni di maiali italiani – spiega Milani -. Volumi che si sono riversati sul mercato europeo, deprimendo i listini”. Sarebbe potuta andare anche peggio, qualora non avesse preso vita un accordo fra Spagna e Cina per mantenere vivo un canale commerciale fondamentale per la suinicoltura iberica.

QUALI PROSPETTIVE PER L’ITALIA? 

“Noi viviamo una situazione duale, con una produzione di prosciutti e salumi Dop inferiore alla domanda, ma con il limite che nel maiale solo la coscia viene valorizzata per le Dop, mentre la carne subisce la concorrenza estera – afferma Milani -. Questo rende più conveniente per una parte della filiera utilizzare carne non italiana per il fresco o per la salumeria non Dop”.

QUALI SOLUZIONI POSSIBILI? 

Rudy Milani propone “quote di produzione in capo agli allevatori (concertate con l’industria sia di macellazione che di trasformazione), ragionare su costi produttivi più markup adeguati (per tutti gli anelli della filiera), un sano ‘campanilismo produttivo’ su modello dei francesi, dove il prodotto che viene dichiarato italiano sia composto solo da materia prima italiana, un marketing efficace e una autoregolamentazione seria e intransigente”. Azioni che, ribadisce l’allevatore di Confagricoltura, “sono sicuro che avvantaggerebbero tutti. A volte basta copiare ciò che già funziona in giro per il mondo, come nel caso dello Champagne in Francia. Poi bisogna tornare con i piedi per terra e capire che per quantità di soggetti coinvolti, entità degli interessi in ballo e altri balzelli che non mancano mai, tutto quanto elencato sopra resta un sogno di difficile realizzazione”.

TESEO.clal.it – Dashboard Suini

Carne bovina: perché i prezzi stanno diminuendo?
19 Marzo 2026

Di Marika De Vincenzi

Da alcune settimane il mercato della carne bovina in Italia sta mostrando segnali di indebolimento dei prezzi all’ingrosso. Non si tratta di un semplice aggiustamento congiunturale, ma del risultato di una tensione prolungata e crescente lungo tutta la filiera. 

I consumi di carne bovina sono in rallentamento. Dopo anni di aumenti dei prezzi al consumo, il prodotto, sovente vittima di campagne mediatiche di stampo salutistico (e spesso eccessive, quando non infondate), è diventato meno competitivo rispetto ad altre proteine animali.

Per stimolare nuovamente le vendite, la grande distribuzione sta chiedendo ai macelli lo sforzo di ribassare i listini. 

Gli impianti di macellazione hanno costi industriali elevati (energia, personale, struttura) e necessitano di lavorare non al di sotto del proprio break even point per restare efficienti.

Ridurre troppo i volumi aumenterebbe il costo unitario di lavorazione. Per questo motivo molti operatori continuano a macellare e a collocare prodotto sul mercato, anche accettando prezzi più bassi.

Dall’altra parte della filiera, gli allevatori hanno poca flessibilità sui prezzi.
I costi di ingrasso restano sostenuti e i ristalli, in particolare i broutard francesi, continuano a mantenere quotazioni elevate. Questo limita la possibilità di ridurre il prezzo dei capi alla stalla.

Il risultato è all’insegna del disequilibrio.
Le prime correzioni dei listini all’ingrosso riflettono l’instabilità tra offerta e domanda.

In questo contesto, gli operatori segnalano la necessità di riallineare i prezzi lungo la filiera per rendere la carne bovina più competitiva e stimolare la domanda. Una missione complessa dove meritano attenzione la sostenibilità degli allevamenti, la marginalità di tutti gli anelli della catena di approvvigionamento e il rilancio dei consumi.

TESEO.clal.it – Dashboard Carni Bovine

L’immagine mostra le quotazioni correnti delle carni bovine secondo la Camera di Commercio di Modena. I valori indicati rappresentano i prezzi franco partenza (f.p.) rilevati dal macellatore al grossista, quindi all’uscita dal macello e non al consumo finale.

Suini: la Cina riduce le importazioni, ma l’eccesso di offerta pesa sul mercato interno
16 Marzo 2026

Di Marika De Vincenzi

La Cina rafforza la propria autosufficienza nel settore suinicolo, riducendo al contempo la dipendenza dalle importazioni. Il tasso di autosufficienza è salito dal 97,9% nel 2024 al 98% nel 2025, con prospettive di ulteriore aumento nel 2026.

Secondo i dati USDA, l’incremento è sostenuto dalla crescita della produzione interna: nel 2025 sono stati macellati 703 milioni di suini, rispetto ai 702,56 milioni del 2024, con un conseguente aumento della produzione di carne da 57,06 a 57,15 milioni di tonnellate. Parallelamente, le importazioni di carne suina sono diminuite del 6% rispetto all’anno precedente, confermando il rafforzamento della catena di approvvigionamento domestica.

Nonostante questi risultati, il mercato interno mostra segnali di squilibrio. Secondo recenti notizie, il governo cinese ha invitato gli allevatori a contenere la produzione per contrastare l’eccesso di offerta e la debolezza della domanda. Durante un incontro con i principali operatori del settore, il Ministero dell’Agricoltura ha esortato a rispettare i limiti produttivi fissati nel 2025 e a introdurre un sistema di registrazione per migliorare il monitoraggio del settore.

Anche i prezzi riflettono questa pressione: a dicembre i prezzi della carne suina hanno continuato a scendere, allungando la striscia dei ribassi, da attribuirsi con ogni probabilità alla domanda debole, alla stagnazione economica, ma anche – aspetto forse sul quale diventa imperativo riflettere – ai cambiamenti nei gusti dei consumatori. A gennaio  2026 si è registrata una timida inversione di rotta, con un primo aumento delle quotazioni, segnale di un possibile riequilibrio del mercato dopo la fase di forte pressione dovuta all’eccesso di offerta.

 

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

I dazi USA verso la Cina: un’opportunità per l’Europa?
10 Marzo 2025

Di: Marika De Vincenzi

Con l’intensificarsi dei dazi imposti dagli Stati Uniti sulla Cina, potrebbe aprirsi un varco per incrementare le esportazioni europee di Carne Suina e Bovina? In un clima di incertezza globale, l’ipotesi non è da escludere a priori.

Sebbene i principali fornitori, come il Brasile, continuino a giocare un ruolo significativo nel soddisfare la domanda cinese, anche grazie a una competitività sul piano dei prezzi, l’Unione Europea potrebbe beneficiare di un vantaggio competitivo legato alla qualità superiore e agli elevati standard di sicurezza alimentare dei suoi prodotti. Un aspetto per nulla trascurabile, anzi.

In un mercato sempre più attento agli aspetti legati alla salute e alla sicurezza alimentare, la carne europea potrebbe risultare preferita per le sue certificazioni e il rigoroso controllo delle normative sanitarie. Inoltre, gli accordi commerciali tra l’UE e la Cina potrebbero ulteriormente facilitare l’accesso al mercato cinese, incentivando una crescita delle esportazioni.

In questo contesto geopolitico in evoluzione, l’Europa ha l’opportunità di capitalizzare i vantaggi legati alla reputazione e alla qualità dei suoi prodotti, guadagnando quota nel mercato della carne suina e bovina in Cina. A patto, però, che i piani di rilancio dell’economia che Xi Jinping si appresta a varare possano esprimere la loro efficacia, facendo ripartire il gigante cinese.

Girasole: offerta debole sui mercati
14 Gennaio 2025

Di: Elisa Donegatti ed Ester Venturelli

La frantumazione di 100 Kg di Semi di Girasole, composti al 50% da grassi, produce circa 45 litri di Olio, utilizzato principalmente nell’alimentazione umana, per friggere e per la produzione di margarina (insieme ad altri oli vegetali).

La Farina di girasole, derivata dalla produzione dell’olio, viene utilizzata principalmente nella formulazione di mangimi. È particolarmente adatta per i ruminanti perché contiene una percentuale proteica che va da 24% a 42%, una bassa percentuale di grassi (1%) e, soprattutto, buone quantità di fibre (21%), superiori rispetto alle altre principali farine di semi oleosi. Per via dell’elevata componente di fibre, nel caso dell’alimentazione di suini e avicoli la Farina di Girasole può sostituire solo parzialmente la Farina di Soia.

Valutando la convenienza tra l’utilizzo di Farina di Soia o Farina di Girasole emerge che, storicamente, la Farina di Girasole risulta competitiva e viene considerata come valida opzione. Tuttavia, nelle ultime settimane, essendo diminuito significativamente il prezzo dei Semi di Soia e della Farina di Soia, la Farina di Girasole risulta avere un rapporto costo/proteine meno vantaggioso. I principali produttori di Farina di Girasole sono, in ordine, Russia, Ucraina e UE; Russia e Ucraina sono anche i primi esportatori mondiali. Secondo le stime USDA, tutti i principali produttori, nella stagione corrente, hanno avuto raccolti inferiori rispetto alla stagione passata e questo si riflette nella disponibilità di Farina e Olio di Girasole, anch’essa in diminuzione. Tuttavia la domanda mondiale (i principali importatori e consumatori sono Cina ed UE) non sembra diminuire quanto l’offerta. Questo dovrebbe portare ad un’erosione degli stock, con possibili aumenti di prezzo.

Teseo.clal.it – Confronto costo della proteina tra le farine di estrazione
I valori espressi dal grafico rappresentano il costo di 1000gr (1kg) di proteine fornite dalla materia prima considerata.