Suinicoltura in Evoluzione: come convertire le attuali tendenze in opportunità?
9 Febbraio 2025

Di: Marika De Vincenzi

È una fase complessa per il settore suinicolo. A contribuire all’incertezza è la
concomitanza di più fattori.

Innanzitutto, la diffusione della PSA: in quanto tempo si riuscirà a debellare? Si riapriranno i canali dell’export ad oggi bloccati? In caso contrario, quale sarà l’impatto sui listini, sugli allevamenti coinvolti e sulle zone di restrizione?

Le macellazioni in Italia stanno aumentando: +0,4% fra Gennaio e Novembre 2024, ma con una riduzione significativa dei suini destinati per le produzioni Dop e Igp: (da 7.398.020 a 7.024.167 capi), pari al -5%. Questo perché i costi di produzione sono aumentati e le prospettive potrebbero essere di una ulteriore crescita, trascinata dai costi della razione alimentare e dall’energia.

Parallelamente, la crisi delle famiglie e l’aumento dei prezzi al banco stanno scoraggiando i consumi di carne suina fresca (-1,3% rispetto al 2023), prosciutto crudo (–2,8%), salame (–3,4%) e mortadella (–2%).

Se il prezzo della carne suina al Consumatore sta aumentando, non è così lungo la filiera. Il prezzo della carne fresca in CUN sta registrando dei decrementi, conseguenza di un aumento delle importazioni italiane (+8,14% tendenziale in volume fra Gennaio e Ottobre 2024, contro solo un +1,31% in valore) da Paesi autosufficienti, come Germania, Spagna e Olanda. I prezzi competitivi della carne importata contribuiscono a deprimere i prezzi interni. Ad appesantire il quadro, un incremento delle produzioni europee: 415.000 tonnellate nelle macellazioni di suini tra Gennaio e Ottobre 2024, rispetto all’anno precedente.

Quanto al sistema delle DOP, le sigillature (le cosce destinate alla stagionatura per la produzione dei prosciutti crudi DOP come il Prosciutto di Parma e San Daniele) hanno raggiunto livelli minimi, con cali rispettivamente del 7,9% e 6,8% rispetto al 2023.

L’aumento dei costi di produzione dei suini, unitamente alla presenza di PSA, alla difficoltà di manodopera, all’invecchiamento degli Allevatori rischiano di essere fattori in grado di generare ulteriore disaffezione e indebolire una filiera che, invece, dovrebbe trarre la propria forza dal marchio DOP.

Come trasformare queste sfide in opportunità per rilanciare il settore?

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Speck Alto Adige: la tradizione cresce e si innova [intervista a Recla, Presidente del Consorzio]
4 Febbraio 2025

Paul Recla – Presidente del Consorzio Speck Alto Adige

Nel paniere 2025 dell’Istat – utilizzato per misurare l’inflazione – entra lo speck. Partiamo dalla cronaca per toccare i numeri del consorzio e fare il punto con il presidente Paul Recla.

Ventisei aziende locali consorziate, una produzione annuale di 2,8 milioni di Speck Alto Adige Igp, un valore stimato che si colloca fra i 160 e i 170 milioni di euro, una marcata attenzione al territorio e al ricambio generazionale. I numeri del Consorzio Speck Alto Adige, riassunti dal presidente Paul Recla, sono la testimonianza di un prodotto apprezzato in Italia e nel mondo (il 32% della produzione è destinato all’export, con mercati chiave come Germania, Stati Uniti, Francia, oltre 20 Paesi di destinazione). Una bandiera della salumeria Made in Italy apprezzata nel mondo, grazie alla qualità e alla sostenibilità, un faro prezioso che deve illuminare la filiera in un’area dal delicato equilibrio come quello della montagna. Controlli rigorosi completano il quadro.

Presidente Recla, come è cambiato il modo di allevare suini e produrre speck negli anni? Sono cambiati anche i numeri?

42% quota di produzione IGP raggiunta nel 2024

“Nel corso degli anni abbiamo assistito, da un lato, a un incremento della produzione per rispondere a una domanda crescente; dall’altro, abbiamo sempre mantenuto il focus sulla qualità, che per noi è un valore imprescindibile. Un aspetto significativo è l’aumento della quota di produzione certificata Igp, che ha raggiunto il 42% nel 2024. Questo risultato dimostra il nostro impegno a garantire che ogni baffa di speck mantenga gli standard di qualità più elevati, rispettando al tempo stesso i metodi tradizionali di produzione che contraddistinguono il nostro prodotto”.

Digitalizzazione e Intelligenza Artificiale: come potrebbero essere di aiuto per la vostra filiera?

“In termini di salvaguardia del marchio, i controlli di qualità sullo Speck Alto Adige Igp sono effettuati dall’istituto indipendente IFCQ Certificazioni e riguardano l’intera filiera, dalla materia prima al prodotto finito.

Nel 2023 è stato lanciato il nuovo portale di certificazione dell’ente di controllo, elaborato dal fornitore di servizi IT Beantech, e utilizzato da tutti i produttori. Il suo ammodernamento ha consentito l’adeguamento alle nuove possibilità tecnologiche, in risposta anche alle esigenze dei produttori.

Inoltre, considerata una maggiore presenza dello Speck Alto Adige Igp su internet e dei relativi controlli sul marchio, il Consorzio collabora da qualche tempo con l’azienda Griffeshield, il cui algoritmo automatico consente il monitoraggio delle piattaforme di e-commerce in tutto il mondo per la verifica della corretta denominazione Speck Alto Adige Igp e del marchio protetto, nonché per l’eventuale sanzionamento”.

Il bacino produttivo dello Speck Alto Adige Igp è caratterizzato da un’area di montagna. Come mantenere vive le imprese agricole, in uno scenario che ha particolari difficoltà di ricambio generazionale?

La sfida quotidiana di mantenere vive le imprese agricole in montagna

“Mantenere vive le imprese agricole in un territorio come il nostro è una sfida che affrontiamo con determinazione quotidianamente. Lavoriamo a stretto contatto con le istituzioni locali per garantire politiche di sostegno economico e incentivi dedicati alle piccole imprese. Parallelamente, valorizziamo l’unicità del nostro prodotto e del nostro territorio, promuovendo lo Speck Alto Adige Igp come simbolo di qualità e tradizione. Un altro elemento fondamentale è la formazione: investiamo nei giovani, offrendo loro percorsi di apprendimento e affiancandoli nel loro ingresso nel Consorzio”.

La suinicoltura e il mondo dei salumi non è sempre ben visto sul piano della nutrizione e delle diete alimentari. Come dovranno essere impostate le nuove campagne di comunicazione?

Trasparenza, Educazione e Sostenibilità al centro della nostra Comunicazione

“Le campagne di comunicazione devono affrontare queste sfide puntando su trasparenza, educazione e sostenibilità. Da un lato, è importante informare i consumatori sui benefici nutrizionali del nostro prodotto, ad esempio per il suo alto contenuto proteico, che lo rende un alimento prezioso, nonché un secondo piatto e non soltanto un semplice ingrediente da affiancare ad altri prodotti. Dall’altro, con una comunicazione trasparente vogliamo sottolineare il nostro impegno per una filiera sostenibile e responsabile, evidenziando pratiche che rispettano l’ambiente e il benessere animale. Inoltre, collaboriamo con esperti nutrizionisti per garantire una comunicazione autorevole, evidenziando la qualità e le proprietà nutritive che rendono unico lo Speck Alto Adige Igp. Il Consorzio Tutela Speck Alto Adige ha lanciato nel 2023 il Suo primo rapporto di sostenibilità”.

Peste suina africana: come si difende il territorio?

“La protezione del nostro territorio dalla peste suina africana è una priorità. Per questo, adottiamo misure di sicurezza rigorose lungo tutta la filiera. I controlli sanitari sono rigidi e frequenti, e lavoriamo con le autorità locali sulle restrizioni relative ai movimenti degli animali. La collaborazione tra enti pubblici e produttori è fondamentale per prevenire e affrontare eventuali emergenze in modo rapido ed efficace. Il nostro impegno costante è garantire che la produzione di Speck Alto Adige Igp resti sicura e protetta, tutelando al contempo la salute degli animali e l’integrità del nostro prodotto”.

Consumi Retail di Carne e Salumi
3 Febbraio 2025

Di: Marika De Vincenzi

Nel 2024 sono cambiati i consumi di carne, con la carne avicunicola fresca che si conferma la più consumata e occupa il 42% del carrello della spesa, seguita dalla carne suina fresca (18%) e dalla carne bovina fresca (14%). Tra i salumi, il prosciutto cotto domina con il 10% con una preferenza crescente per il peso imposto (trascinato prevalentemente dal fattore comodità), seguito da salame e mortadella (entrambi al 4%) e dal prosciutto crudo (Dop e non Dop, entrambi al 3%).

Nel dettaglio, nell’ultimo trimestre la Carne Bovina ha visto una diminuzione nei consumi, sia a peso variabile (-3.3%) che complessivamente (-1.7%), ma la crescita nei consumi a peso imposto (+4.6%) suggerisce una preferenza per acquisti di porzioni predefinite. L’aumento dei prezzi (+2,4%) potrebbe aver portato a una contrazione della domanda.

Freccia verso l’alto per i consumi Avicunicoli, con l’incremento annuale degli acquisti nell’ordine del 3,7%, grazie anche a una frenata dei prezzi al consumo (-3,2%).

La Carne Suina Fresca ha subito una contrazione dell’1,3% su base annuale, con l’ultimo trimestre che ha invece segnato una certa stabilità. Effetto elastico dovuto al lieve incremento dei prezzi (+1,2%), in parte effetto di una riduzione dell’offerta di carne suina.

Quanto al Prosciutto Crudo DOP, il lieve scostamento verso l’alto dei consumi a peso variabile dell’ultimo trimestre (+0,6%) e l’espansione dei consumi a peso imposto (+2,3%) suggeriscono una crescente preferenza per il prosciutto crudo Dop di alta qualità. Nonostante ciò, c’è una leggera riduzione nei consumi complessivi nel lungo periodo, probabilmente a causa dell’aumento dei prezzi (+2,2% annuale, ma con un -0,1% sul prezzo dell’ultimo trimestre).

L’aumento del prezzo del Prosciutto Crudo non DOP (+1,2% solo nel periodo Ottobre-Dicembre 2024) potrebbe aver orientato il consumatore a preferire prodotti Dop, tanto che le quantità consumate, soprattutto a peso variabile, sono diminuite.

Perché cambiano i consumi alimentari? Ad influenzare il trend dei consumi sono inevitabilmente più fattori, di natura economica, sociale, per salubrità e/o benessere, ma anche per disponibilità di mercato o di cultura e abitudini alimentari, suscettibili delle più diverse influenze.

La strada per le catene di approvvigionamento Made in Italy sembrano però chiare nella loro missione: produrre qualità certificata e riconosciuta, garantire processi produttivi sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale e con ritorni economici in equilibrio per tutti gli attori della filiera, offrire convenienza e salubrità.

TESEO.clal.it – Dashboard Suini
TESEO.clal.it – Dashboard Bovini

Dobbiamo trovare soluzioni per proteggere le DOP [intervista ad Aldo Levoni]
29 Gennaio 2025

Aldo Levoni
Castellucchio, Mantova – ITALIA

Aldo Levoni – Amministratore Delegato Levoni SpA

Il nodo della Peste suina africana, il mercato attuale e le probabili evoluzioni nei prossimi mesi, ma anche le difficoltà dei grandi salumi a denominazione. Aldo Levoni, amministratore delegato della Levoni spa, realtà blasonata del Made in Italy, parla a tutto campo nell’intervista a Teseo, che proponiamo di seguito.

Dal punto di vista di Levoni Spa, quali misure potrebbero essere adottate lungo la filiera per gestire l’impatto della Psa e sostenere sia gli allevatori che l’intero settore?

“Bisogna essere fermi nell’azione di contrasto alla Peste suina africana e non vi è alcun dubbio che bisogna mettere in campo tutte le azioni necessarie per debellare la Psa il più presto possibile. Ritengo che la strategia adottata oggi dal commissario straordinario Giovanni Filippini sia quella giusta e che lo stesso debba essere incentivato da tutta la filiera. Sappiamo che serve tempo, ma la strada è stata tracciata ora in modo corretto. Servirà tempo, ma dobbiamo tutti lavorare nella stessa direzione, in modo che le strategie possano avere il loro effetto. Il comparto sta cercando soluzioni per riaprire i mercati esteri, ma sappiamo anche che vi sono alcuni Paesi che non daranno il loro via libera fino a quando la Psa non sarà completamente eradicata”.

Avete calcolato l’impatto della Psa sull’export?

“Assica aveva stimato nelle scorse settimane una perdita solo nell’export di salumi di oltre 20 milioni di euro al mese. Ma la preoccupazione non si limita a tali numeri, perché i rischi sono di natura occupazionale, vi sono aziende che corrono il rischio di entrare in grave crisi, per non dimenticare il fatto che potrebbero esserci altri mercati che potrebbero decidere di restringere le importazioni, con ulteriore danno alla filiera”.

Nei giorni scorsi è comparso un caso di afta epizootica in Germania. A suo parere, quale potrebbe essere l’impatto sul settore in Italia?

“Sono situazioni che potrebbero portare un beneficio alla filiera italiana a discapito di quella tedesca, perché se dovesse bloccarsi o rallentare l’import di carne suina dalla Germania potrebbe prendere più valore la carne italiana. Tuttavia, in Unione Europea siamo un mercato unico e la soluzione non è speculare sulle difficoltà altrui, ma portare avanti strategie comuni e piani di azione condivisi. L’obiettivo deve essere quello di debellare le malattie nel più breve tempo possibile e nel modo più efficace”.

Come commenta l’attuale fase di mercato?

Chi sta soffrendo è la trasformazione

“I primi due anelli della filiera, cioè l’allevamento e la macellazione, stanno andando abbastanza bene, perché i prezzi di realizzo di queste due componenti della catena di approvvigionamento sono abbastanza buoni, soprattutto per l’allevamento che, anche se in fase ribassista dei listini, sta comunque performando molto bene. Chi invece soffre, in questa fase, è la trasformazione, quindi dobbiamo fare in modo che i player di quello specifico segmento riescano a recuperare marginalità”.

E cosa prevede per i prossimi mesi?

“In Italia penso che vedremo un mercato simile a quello dell’anno scorso, anche perché le produzioni zootecniche saranno in linea con il 2024, e se anche la situazione legata alla Psa dovesse risolversi, credo che per quest’anno non cambierebbe la situazione al punto da modificare il numero di capi allevati e influire sulle dinamiche di mercato. Prevedo che il livello dei prezzi delle materie prime sia leggermente inferiore all’anno scorso. Le produzioni zootecniche dovrebbero, come detto, rimanere stabili o in leggero calo. In sintesi, non vedo significativi cambiamenti per il 2025”.

Quali strategie ritiene cruciali per rilanciare la produzione di Prosciutto Dop?

“Penso che la questione legata allo stato di salute del Prosciutto Dop sia il problema più rilevante che abbiamo in Italia oggi. A differenza di Dop come Grana Padano e Parmigiano Reggiano o altre Indicazioni Geografiche Protette nel campo dei prosciutti, che hanno segmentato l’offerta produttiva e che hanno introdotto delle differenziazioni specifiche di prodotto, aumentando il valore del prodotto, i Prosciutti Parma e San Daniele sono delle produzioni che, se guardiamo agli ultimi anni, non hanno incrementato il loro valore rispetto ai maggiori costi di produzione. Inoltre, sono diminuite le quantità prodotte, come evidenziato anche sul sito di Teseo, ma questo rallentamento complessivo comporta conseguenze di natura economica”.

In che modo?

I consorzi hanno meno denaro per promozione e valorizzazione

“I consorzi di tutela hanno di conseguenza meno denaro da investire per la promozione e la valorizzazione del prodotto e questo scenario genera inevitabilmente una spirale molto pericolosa, perché meno si riesce a sostenere il valore e più si riducono i margini. E infatti in questi anni la marginalità è stata negativa. Una situazione che porta a ridurre le quote di produzione a favore di altre produzioni non Dop o ottenute con materia prima estera. È una spirale dalla quale non si capisce come uscirne. L’industria privata non riesce da sola a dare valore alla produzione e devono essere i consorzi a individuare delle diverse strategie, che in questi anni non ci sono state oppure non hanno funzionato. È una situazione di sofferenza piuttosto evidente e se continua così, il Prosciutto di Parma e di San Daniele sono destinati a sparire”.

È un quadro pessimista…

Valore oggettivo e differenziazione

“Purtroppo non vedo soluzioni all’orizzonte e non ne sono state avanzate nell’ultimo periodo. L’unica soluzione è che il prodotto abbia il valore che deve oggettivamente avere. È chiaro che siamo di fronte a una Dop che ha come concorrenti delle produzioni ottenute con materia prima nazionale o estera che costano meno e che per il consumatore hanno lo stesso valore. Magari sono proprio gli stessi produttori della Dop che hanno un segmento non Dop, talvolta stagionato nelle stesse sedi. Ma dobbiamo essere molto attenti sul tema, perché se non si riesce a differenziare un prodotto da un altro, il consumatore sceglie quello che costa meno. E invece dovrebbe non avere dubbi e orientarsi verso i prosciutti Dop”.

Chi trasforma dovrebbe avere solo linea Dop e non quella parallela non Dop?

“Sì. Oggi la diminuzione dei numeri è lasciata alla decisione della singola azienda. Ma se crediamo in un prodotto unico come il Prosciutto di Parma e San Daniele Dop, dobbiamo lavorare per rilanciarlo e uscire da una situazione difficile. Può essere che oggi chiuda un produttore storico, magari piccolo in termini dimensionale, ma che produce alta qualità e che, parallelamente, vada avanti chi realizza all’interno dello stesso sito produttivo altri prosciutti non Dop, ma di questo passo avremo sempre meno qualità all’interno delle Dop. Se i soci dei consorzi producono altro, inevitabilmente diminuirà l’interesse per le Dop e non vedo, francamente, come potremo dare valore al prodotto. La situazione che si è venuta a creare è frutto di anni di gestione dove si è permesso a tutti di introdurre anche altre produzioni, concorrenziali con le Dop. E oggi dobbiamo trovare soluzioni per proteggere le Dop”.

Per una promozione efficace, pensa che l’aggregazione di prodotti agroalimentari di qualità, anche di origine diversa, intorno a progetti internazionali possa essere efficace? In passato nel contesto di promozione “It’s Europe” vennero siglate collaborazioni ad esempio tra formaggi, salumi e vini di diversi Paesi.

“Sì, fare squadra e massa critica intorno a prodotti di qualità sicuramente aiuta. Non si sono visti molti progetti sovranazionali, ma potrebbero rivelarsi un tassello efficace in una strategia più ampia che il comparto deve ripensare completamente. Ma oggi non vedo in chi governa i consorzi che ci siano la volontà e le competenze per invertire la rotta”.

Il Commento: Il settore mangimistico si trova a un punto di svolta [Carra, A.D. Carra Mangimi]
27 Gennaio 2025

Michele Carra – Amministratore Delegato di Carra Mangimi S.P.A. e Vicepresidente di Assalzoo

“Il 2025 si è aperto con un quadro complesso per il settore dei mangimi. L’aumento dei prezzi di mais e orzo, dovuto alla scarsa qualità del raccolto, e la ricerca della maggior qualità hanno messo sotto pressione gli allevatori. Anche per i mangimisti il quadro non è semplice, in quanto all’incremento dei listini delle materie prime si aggiungono l’esplosione dei costi dei premix oligo-vitaminici, così come della lisina, un amminoacido utilizzato nella formulazione dei mangimi, che ha subito una crescita dei costi in seguito all’incremento dei dazi dell’UE sulla Cina”.

A tracciare il quadro è Michele Carra, amministratore delegato di Carra Mangimi di Sorbolo (Parma) e vicepresidente di Assalzoo.

“Dopo un periodo di relativa calma, i prezzi dei cereali sono tornati a salire – precisa Carra -. Da un lato tale dinamica potrebbe stimolare la produzione di cereali in Italia, visto anche che nel giro di un po’ di anni l’Italia è passata dal produrre 10 milioni di tonnellate di mais a poco più di 3 milioni di tonnellate e che i disciplinari delle Dop impongono che almeno il 50% della razione alimentare provenga dal territorio di produzione della Indicazione Geografica stessa, ma dall’altro lato gli aumenti registrati incidono pesantemente sui profitti degli allevatori”.

Il comparto suinicolo, sottolinea Carra, “negli ultimi anni ha compiuto notevoli passi avanti verso il benessere animale e la sostenibilità, con una drastica diminuzione dell’uso di antibiotici”. Restano da affrontare numerose sfide, che coinvolgono tanto gli allevamenti di grandi dimensioni quanto i piccoli. “È necessario sostenere le aziende di piccole e medie dimensioni e le imprese familiari, che grazie a una maggiore flessibilità e a una marcata attenzione al benessere animale sembrano essere quelle meglio attrezzate per garantire produzioni di qualità, indispensabili per le Dop”.

Nel 2025, purtroppo, “c’è ancora forte preoccupazione per la Peste suina africana, che sta creando notevoli difficoltà agli allevatori che si trovano nelle zone di restrizione, dove i prezzi dei maiali sono esageratamente bassi e dove è necessario indennizzare tempestivamente i produttori, pena un’ondata di chiusura di allevamenti”.

Lo stesso settore mangimistico si trova a un punto di svolta. “Con un approccio coordinato e lungimirante – assicura il vicepresidente nazionale di Assalzoo – è possibile superare le difficoltà attuali e costruire un futuro sostenibile per l’allevamento e la cerealicoltura nazionale”.

Il Commento: L’obiettivo del 2025: una carne suina di qualità, salubre e sostenibile [Elisa Pedrazzoli, Export Manager]
20 Gennaio 2025

Elisa Pedrazzoli, Export Manager del Salumificio Pedrazzoli
Elisa Pedrazzoli, Export Manager del Salumificio Pedrazzoli

“L’obiettivo del 2025? Ampliare la platea dei consumatori di carne suina, offrendo loro quei requisiti che vorrebbero trovare in un allevamento: salubrità, benessere animale, sostenibilità ambientale, una dimensione equilibrata, non eccessivamente grandi, tutti elementi che costituiscono le premesse per avere un prodotto a base di carne posizionato su un livello qualitativo più alto”.

La pensa così Elisa Pedrazzoli, export manager del salumificio Pedrazzoli, di San Giovanni del Dosso (Mantova) con 75 dipendenti, un fatturato di circa 27 milioni di euro e una quota export pari al 60%, da anni orientato verso produzioni di alto profilo sul fronte della qualità e con una filiera biologica garantita attraverso un approvvigionamento interno.

È necessario operare per “un ritorno al passato non come idea bucolica di agricoltura, ma per continuare a proporre un suino di qualità a tutto tondo, in grado di assicurare redditività a tutti gli anelli della filiera”.

Accanto agli obiettivi, gli auspici per il 2025 appena iniziato. “Sul fronte dei prezzi ci auguriamo che non si registrino altre impennate dei listini e confidiamo magari che il mercato si riposizioni riducendo un po’ i valori, perché il costo dei maiali è salito negli ultimi mesi su valori complessi per chi macella e trasforma”, prosegue Elisa Pedrazzoli.

Fondamentale, però, “per definire una visione di lungo periodo è instaurare un dialogo costante lungo la catena di approvvigionamento (CA)”.

Il Commento: Sfide, obiettivi, buoni propositi per rilanciare la filiera suinicola nel 2025 [Antenore Cervi, Suinicoltore]
13 Gennaio 2025

Antenore Cervi, Allevatore e referente nazionale per il settore Suini di CIA
Antenore Cervi, Allevatore e referente nazionale per il settore Suini di CIA

Antenore Cervi, Allevatore reggiano e referente nazionale per il settore Suini di CIA-Agricoltori Italiani, mette in fila quattro priorità.

  1. Emergenza Peste Suina Africana (PSA)
    “Il primo obiettivo è uscire dalla Peste suina africana, dopo la conferma nei giorni scorsi di un nuovo caso a Piacenza – dichiara Cervi -. Bisogna uscire in fretta dall’emergenza e fare in modo che siano previsti indennizzi adeguati agli Allevatori, non soltanto quelli colpiti direttamente dalla Psa, perché vi sono anche danni collaterali legati alle restrizioni e oggi più che mai assistiamo ad allevamenti che chiudono in maniera definitiva”.

  2. Difesa delle DOP, a partire dal Prosciutto di Parma
    “I numeri di oggi ci dicono che abbiamo raggiunto i minimi storici nella produzione di cosce per il Prosciutto di Parma, senza ottenere alcun beneficio per la filiera – osserva -. I consumi non sono brillanti e temo che nel 2025, dopo un anno soddisfacente per gli Allevatori, i listini subiscano un arretramento che finirà per mettere in crisi di nuovo la parte produttiva.
    Dovremmo investire con politiche di sostegno ad ampio raggio, prendendo come esempio i casi virtuosi delle DOP lattiero casearie e del comparto avicolo, dove si registrano da anni scenari di sostanziale stabilità, quando non di crescita strutturale”.

  3. Burocrazia
    “Nel 2025 gli Allevatori dovranno fare i conti con nuovi adempimenti in materia di tracciabilità, biosicurezza, impatto ambientale, trattamenti sanitari. Tutte richieste legittime, beninteso, ma dobbiamo lavorare per alleggerire la burocrazia, che ha un peso eccessivo in termini di tempo e di oneri sulle spalle degli Allevatori”, riconosce Cervi.

  4. Scenario internazionale
    “L’ultimo tema, in uno scenario che meriterebbe un elenco decisamente più lungo”, prosegue il referente di Cia-Agricoltori Italiani, “è legato al quadro internazionale, dove fra guerre, instabilità, incognita dazi ci potremmo trovare di fronte nuove ondate di volatilità sui mercati, a partire dai rincari dell’energia, passando per i prezzi delle materie prime, col rischio che un aumento del costo dei cereali vada a pesare sui bilanci degli allevamenti. Per questo ritengo strategico puntare su una nuova fase di investimenti nell’ambito delle rinnovabili agricole e per rafforzare le filiere cerealicole, migliorando il tasso di autoapprovvigionamento”.

La tradizione suinicola italiana significa cultura, tradizione
30 Dicembre 2024

Di: Marika De Vincenzi

La riscossa del Prosciutto Crudo DOP va in scena nel trimestre fra Settembre e Novembre 2024: aumentano i consumi tendenziali dell’1,8% (a “peso imposto” il dato raggiunge il +2,9%), mentre diminuiscono i consumi di Prosciutto crudo NON DOP (-0,3%).

Scenario in crescita anche per la Carne suina fresca, che nel periodo Settembre-Novembre 2024 registra un incremento delle vendite nel Retail dello 0,3%, con un +4,7% nel segmento del “peso imposto”.

Difficile affermare se si tratta di una ripresa più strutturata oppure solo un lampo. Sicuramente le tendenze future legate ai prezzi, all’andamento dell’inflazione e al potere di acquisto delle famiglie saranno variabili da considerare. Così come l’immagine della carne rosa e dei salumi.

Demonizzare il mondo del suino anche nel futuro, come purtroppo è già avvenuto, sarebbe un grave errore, perché la tradizione suinicola italiana significa cultura, tradizione e la qualità organolettica dei prodotti è di gran lunga migliorata rispetto al passato (a partire dalla riduzione delle percentuali di sale). 

Volumi in crescita anche per la Carne Bovina e quella Avicunicola nel trimestre Settembre-Novembre 2024, con incrementi a volumi rispettivamente dell’1,2% e del 2,7% rispetto allo stesso periodo del 2023.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

Il Commento: Un Natale tra inflazione e ricerca di stabilità [Giada Roi, Terremerse]
23 Dicembre 2024

“Sarà un Natale sotto tono dal punto di vista dei consumi. Non credo ci saranno impennate improvvise, anche perché i suini avevano raggiunto un prezzo assurdo. Siamo reduci da prezzi di mercato dei suini e della carne suina che hanno corso per buona parte dell’anno, mettendo sotto pressione la parte industriale e con le famiglie in difficoltà per gli effetti dell’inflazione. La conseguenza è stata una progressiva crescita delle importazioni di carne suina, che difficilmente si ridurranno, almeno in tempi brevi”.

Così GIADA ROI, Responsabile acquisti e commerciale carni per la Gdo Italia di Terremerse, la Cooperativa Ravennate che si occupa anche di carni suine, riassume gli ultimi mesi di mercato e valuta le tendenze dell’imminente Natale.

La catena di approvvigionamento, per Giada Roi, “deve sforzarsi per ritrovare equilibrio, individuare un target price che si traduca in un prezzo giusto e accettabile a tutti i livelli della filiera”.

Difficile, secondo le previsioni di Giada Roi, che nelle prossime settimane si assista ad una nuova impennata dei prezzi dei maiali e delle carni suine, così come c’è stata in passato.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi

Il Commento: Pesa il fattore ‘costo’… [Lorenzo Levoni, Alcar Uno]
16 Dicembre 2024

Lorenzo Levoni – Amministratore Delegato Alcar Uno

“Non è facile prevedere l’andamento del mercato delle prossime settimane, ma dopo il non formulato della settimana scorsa, il calo di 8 centesimi al chilogrammo registrato ieri in CUN a Mantova significa una flessione media di 4 centesimi alla settimana. Quello che è certo è che il prezzo dei suini aveva raggiunto livelli elevatissimi, trascinando verso l’alto anche i listini delle carni fresche, che hanno toccato valori pressoché invendibili”.

La cronaca degli ultimi mesi è riassunta magistralmente in poche frasi da Lorenzo Levoni, Amministratore Delegato dell’azienda emiliana ALCAR Uno, che non nasconde le preoccupazioni per consumi in calo e delinea le ultime evoluzioni in termini di aumento delle importazioni dall’estero di carne suina.

“In questa fase stiamo vedendo che il mercato si sta ridimensionando molto rapidamente – prosegue Levoni – e in parte è la conseguenza del fatto che molti utilizzatori finali, retailer e operatori del food service hanno iniziato a utilizzare carne estera per contenere i costi. E quando i player finali cominciano a rivolgersi all’estero non è così automatico tornare a utilizzare carne di suino nato, allevato e macellato in Italia”.

Anche la prevista carenza di maiali allevati in Italia, paventata da più parti, a conti fatti non si è verificata. “Ci sono stati dei cali dei ristalli, anche in conseguenza alle misure strategiche per il contenimento e l’eradicazione della Peste suina africana, ma l’aumento della biosicurezza ha ridotto la mortalità negli allevamenti e portato ad un maggiore incremento di peso e una maggiore produzione. Anche la Prrs ha ridotto la propria virulenza, portando ad un aumento delle produzioni”.

Resta il nodo dei Consumi, che sono come detto in diminuzione. “Pesa il fattore costo, che ha una corrispondenza inversamente proporzionale alla diminuzione dei consumi, con un’aggravante, data dal diminuito potere di acquisto delle famiglie italiane ed europee – afferma Levoni -. Tutto questo sta pesando anche nel segmento della ristorazione e una società melting-pot sta cambiando le abitudini di consumo, che frenano le vendite di salumi e carne suina”.

Anche l’opinione pubblica, spesso schierata contro la zootecnia, “porta a pensare che vi sia la volontà di produrre meno in Italia, cosa che ad oggi non avviene perché è migliorata la resa, ma a vantaggio di una importazione che sembra vada bene a tutti”.

TESEO.clal.it – Suini: prezzi dei tagli freschi