Mercato mondiale della carne vivace
14 Marzo 2022

Rispondere ai cambiamenti alimentari con l’allevamento

La FAO stima per il 2021 una crescita dei consumi mondiali di carne dell’1%, raggiungendo 350 milioni di tonnellate. D’altronde, l’allevamento è uno dei maggiori fattori di crescita della produzione agricola mondiale per rispondere ai cambiamenti alimentari di tanti Paesi, soprattutto in quelli emergenti dove i consumi di carne registrano aumenti annui del 5-6% ed i consumi di latte di oltre il 3%. La produzione agricola aggregata all’allevamento riguarda anche la fornitura di alimenti animali, in particolare cereali e semi oleosi.

Questa dinamica dei consumi comporta però anche un aumento dei gas climalteranti ad effetto serra quali metano ed ossidi d’azoto, il tutto aggravato da politiche distorsive o crisi di mercato. Si tratta ad esempio di fenomeni come la deforestazione nelle aree tropicali o lo sfruttamento intensivo dei suoli con la conseguente perdita di fertilità e l’aumento delle fonti inquinanti. Inoltre, la rapida crescita nei consumi di carne in alcuni Paesi ha portato alla espansione dei traffici commerciali con la relativa logistica. Questo é continuato anche durante la pandemia COVID-19.

In risposta a tali fenomeni e criticità, alcuni propongono con sempre maggior insistenza le proteine alternative a quelle animali, il cui mercato si prevede in considerevole aumento nei prossimi anni, per le quali occorrono però tecnologie sofisticate e notevoli risorse naturali e finanziarie, difficilmente disponibili nei Paesi meno avanzati.

Il problema dell’impatto ambientale dalle produzioni animali deve comunque essere affrontato, ed in tempi rapidi, in primo luogo riducendo le emissioni di metano dai ruminanti col miglioramento dell’efficienza alimentare. Occorre poi migliorare anche l’efficienza nelle coltivazioni.

Cargill, il gigante mondiale delle commodity, Tyson Foods Inc, la maggiore azienda per la carne di pollo, la brasiliana JBS SA, leader mondiale della carne e la National Beef Packing Co, azienda controllata dalla brasiliana Marfrig Global Foods SA, sono i quattro operatori che macellano all’incirca l’85% del bestiame da carne USA. Nel 1977 questa percentuale era appena il 25%, ma nel 1992 aveva raggiunto il 71%. La necessità di ridurre il costo unitario di macellazione ha portato a costruire impianti sempre più grandi soppiantando quelli di piccole e medie dimensioni, come dimostra il fatto che mentre nel 1977 l’84% di vitelli e manze erano macellati in impianti con una capacità inferiore al mezzo milione di capi all’anno, nel 1997 tale percentuale crollava al 20%.

Un sistema concentrato diventa anche più fragile, come dimostrano tre eventi che hanno colpito il settore: nel 2019 il macello di Tyson Foods nel Kansas è stato chiuso per quattro mesi a causa di un incendio; il Covid nel 2020 ha provocato la chiusura a singhiozzo di vari impianti per infezioni fra i lavoratori ed infine a maggio 2021 JBS ha subito attacchi informatici che hanno portato alla chiusura temporanea nei suoi macelli di bovini e suini.

Queste chiusure nelle attività di macellazione si ripercuotono pesantemente sugli allevatori che non riescono a vendere gli animali mentre a causa della minore offerta di carne i prezzi sul mercato aumentano a tutto beneficio degli operatori. L’esempio è l’incendio nel macello della Tyson, dopo il quale la differenza fra il prezzo degli animali e quello della carne raggiunse, secondo USDA, livelli record.

USDA intende proteggere gli allevatori da pratiche commerciali sleali

Secondo gli allevatori, questa concentrazione di fatto si traduce in una diminuzione della concorrenza ed in uno svantaggio competitivo fra chi deve vendere gli animali e chi commercializza la carne. Da varie parti, compreso un gruppo di Governatori, viene dunque proposta la creazione di un ufficio per verificare le pratiche anticompetitive nel settore della macellazione. USDA intende utilizzare una norma esistente tesa a proteggere allevatori ed agricoltori da pratiche commerciali svalorizzanti, utilizzando parte dei 4 miliardi di dollari destinati a consolidare il sistema alimentare USA.

L’equilibrio fra domanda ed offerta deriva anche dall’assenza di posizioni dominanti e pertanto occorrono autorità di sorveglianza e meccanismi regolatori per assicurare la trasparenza del mercato.

Fonte: Reuters

Avena solubile come succedaneo del latte
4 Marzo 2022

I succedanei del latte, a base di avena, soia, riso, cocco, mandorle ed altro, stanno prendendo sempre più piede: a livello globale si calcola che nel 2019 abbiano raggiunto un valore di 19,2 miliardi di dollari, con una crescita annua al 2027 del +11,4%. Un bicchiere di latte sarebbe responsabile di emissioni di gas effetto serra tre volte superiori a quelle dei succedanei, quindi con un minore impatto per terreno e risorse idriche.

Per contenere ancor di più l’impatto sull’ambiente, è stato lanciato sul mercato un prodotto a base di avena non più liquido ma in polvere sul principio del caffè solubile, risparmiando su packaging e logistica. Da una confezione di 375g si ottengono così quattro litri di bevanda. 

Risparmio del 70% sui costi di trasporto

La start-up tedesca Blue Farm all’origine di tale innovazione partendo da avena nazionale, ritiene possibile risparmiare in tal modo l’80% di confezioni ed il 70% nei costi di trasporto. Diversamente dalle bevande, il prodotto in polvere non contiene additivi come conservanti, stabilizzanti, zuccheri, oli od altro e potrebbe essere arricchito con minerali o vitamine secondo le richieste del mercato. 

A livello commerciale, il prodotto è presentato nel canale Direct-to-consumer (D2C) online, nei negozi di prodotti ecosostenibili, ma anche nel settore foodservice dove i ridotti volumi potrebbero risultare un fattore interessante. L’azienda intende espandersi in Europa grazie a capitali di investimento che ha intenzione di reperire sul mercato.

Non deve sorprendere questa evoluzione di prodotto: la tecnologia mette a disposizione grandi possibilità ed il marketing può fare il resto.

Fonte: Blue Farm

Avena: produzioni, rese ed aree coltivate in Italia
TESEO – Avena: produzioni, rese ed aree coltivate in Italia
Costi di trasporto nel Mondo
TESEO – Costi di trasporto nel Mondo

Contenere le spese in una importante realtà Siciliana [intervista]
22 Febbraio 2022

Giovanni Campo – Produttore Latte

Giovanni Campo
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 370, di cui 170 in lattazione
Destinazione del Latte: latte alimentare e formaggi

“Qui da noi stanno chiudendo un mare di aziende. Con un gruppo di allevatori stiamo cercando di ragionare per trovare una formula adeguata di indicizzazione del prezzo del latte, perché o si riesce a dare il giusto valore alla materia prima oppure, in una fase in cui materie prime, mangimi ed energia sono schizzati alle stelle, non sappiamo come fare. Molti giovani che si erano avvicinati al nostro mondo si sono scoraggiati e hanno abbandonato. Siamo molto preoccupati della situazione”.

Mantiene la calma mentre parla, Giovanni Campo, allevatore di Ragusa con 370 capi di razza Frisona (dei quali 170 in lattazione, con una produzione media di 37 chili di latte per capo al giorno) e 172 ettari coltivati tra proprietà e affitto, ma la situazione che descrive è lo specchio di un settore che si sta sfilacciando sotto il peso di costi di produzione che stanno mandando fuori giri le aziende agricole e, dato il costo dell’energia, stanno colpendo anche chi si occupa di trasformazione.

Giovanni Campo lavora nell’azienda di famiglia insieme al fratello Aldo, al figlio Samuele e due dipendenti e sta cercando, naturalmente, di contenere le spese. “Stiamo riducendo la rimonta, stiamo fecondando molto con il seme di tori da carne, qualche piccolo ritocco alla razione alimentare, che fortunatamente utilizzando molto foraggio è già performante in equilibrio con i costi”.

Quale potrebbe essere un prezzo più rispondente ai rincari che avete dovuto fronteggiare?

“Calcolatrice alla mano, non dico che dovremmo arrivare a prendere 50 centesimi al litro di base, ma quasi. Solo nel mese di gennaio il rincaro degli alimenti proteici ha pesato per almeno 2-3 centesimi al litro e non oso quantificare l’energia. Siamo in difficoltà e siamo preoccupati, perché anche se alcuni mangimifici ci stanno concedendo qualche dilazione di pagamento, non sappiamo quanto durerà l’ondata dei rincari, oltre all’incertezza della pandemia”.

Quanto ha pesato la pandemia?

“In un primo momento poco, ora pesa moltissimo. Non si può lavorare così e penso che l’industria stia soffrendo anche più di noi in questa fase, perché deve fare i conti con molte assenze in termini di manodopera e, oltretutto, ha a che fare con la distribuzione che, non potendo più di tanto ritoccare i prezzi al consumo per non rischiare la paralisi delle vendite, non rivede i contratti di fornitura con cooperative e industria”.

Avete energie rinnovabili?

“Abbiamo un piccolo impianto fotovoltaico in un’azienda vicina alla nostra sede principale, ma non dove abbiamo la base operativa. Stiamo valutando di installare sui tetti delle stalle un impianto fotovoltaico di circa 100 kw”.

Che investimenti avete pianificato in futuro?

“Abbiamo in programma l’ampliamento della stalla con l’installazione di due robot di mungitura e abbiamo previsto di costruire una stalla per le manze, che attualmente sono distaccate da dove siamo noi. Ma i prezzi per la realizzazione sono triplicati e abbiamo per ora sospeso gli interventi”.

Come coltivate i vostri terreni?

“Per la maggior parte sono coltivati a prato, dove riusciamo al massimo a fare uno sfalcio, poi seminiamo mais e frumento da foraggio d’inverno. I due sfalci ci vengono solamente nella parte irrigua. La mancanza d’acqua in alcuni periodi dell’anno e i cambiamenti climatici, che stanno concentrando le precipitazioni nei mesi autunnali, ci condizionano molto ed è un attimo compromettere una stagione e vedere che i costi vanno in tilt”.

Fate agricoltura di precisione?

“Non ancora, ma abbiamo acquistato un carro-botte con interratore, acquistato con la misura Agricoltura 4.0 e che ci consentirà di ditribuire i reflui zootecnici in base al fabbisogno del terreno”.

A chi conferite il latte?

“Consegniamo la materia prima alla cooperativa Progetto Natura, che in parte imbottiglia e trasforma e in parte conferisce a Lactalis, Zappalà e a qualche altro caseificio della zona”.

Abbiamo scommesso sulla biodiversità in stalla [intervista]
15 Febbraio 2022

Angelo Lissandrello - Produttore Latte
Angelo Lissandrello – Produttore Latte

Angelo Lissandrello
Ragusa, Sicilia – ITALIA

Capi allevati: 60, di cui 45 in lattazione
Destinazione del Latte: Ragusano DOP

Nella stalla di Angelo Lissandrello a Ragusa la parola d’ordine è “biodiversità”. Sono tre, infatti, le razze bovine che vengono allevate (Frisona, Bruna e Pezzata Rossa) con una consuetudine che affonda le proprie radici negli anni Novanta.

Un altro punto fermo è legato alla genetica. “Cerchiamo di migliorare la produzione di caseina BB, visto che il nostro latte è destinato alla produzione di Ragusano Dop, le percentuali di grasso e proteina e, fra i parametri ricercati in fase di selezione, non manca la robustezza degli arti e una morfologia dell’animale adatta al pascolo, con una buona rusticità – spiega Lissandrello -. Gli animali che non rientrano più negli obiettivi dell’azienda li incrociamo con tori da carne”.

La stalla ha dimensioni contenute, 60 capi in totale, dei quali 45 in lattazione, numeri sideralmente lontano dalle grandi aziende della Pianura Padana. Angelo Lissandrello, 47 anni, gestisce la stalla e i 50 ettari (20 di proprietà + 30 in affitto) coltivati a foraggio, con una parte lasciata incolta, insieme al fratello Emanuele, che di anni ne ha 42. Non hanno mansioni specifiche, perché “essendo solo in due, dobbiamo essere in grado di fare tutto, quando uno di noi non è presente”.

Come state affrontando i rincari di energia, materie prime e mangimi?

“Tra giugno e ora l’energia elettrica è cresciuta almeno del 40% e i mangimi sono aumentati di circa 6-8 centesimi al chilogrammo. A livello operativo stiamo operando la selezione dei capi e stiamo selezionando i capi, eliminando quelli meno performanti. Stiamo sostituendo il mangime con dei sottoprodotti. Abbiamo integrato la razione alimentare con la barbabietola e abbassato il contenuto di mais fioccato, per ridurre i costi. Abbiamo anche alleggerito la quantità di mangime somministrato”.

E non avete avuto ripercussioni sui volumi?

“No, stiamo producendo la stessa quantità di latte, perché diamo qualche chilo in più di foraggio, avendolo a disposizione”.

Qual è la produzione media per capo?

Preferiamo aumentare benessere e lattazioni rispetto alla resa

“Per scelta, avendo scommesso sulla biodiversità in stalla e facendo molto pascolo, le bovine non vengono spinte al massimo nella produzione, che si aggira di media sui 23-24 chili. Ma preferiamo avere più benessere animale e aumentare il numero di lattazioni che riformare anzitempo gli animali. In stalla raggiungiamo tranquillamente il numero di quattro lattazioni medie e abbiamo bovine di 13-14 anni”.

Che investimenti avete in programma?

“Pensavamo di realizzare un impianto fotovoltaico, ma dobbiamo calcolare attentamente i costi. La taglia che abbiamo individuato in questa prima fase si aggira sui 20 kW, eventualmente potenziabili in una fase successiva”.

Il latte è venduto alla cooperativa Progetto Natura per la produzione di Ragusano Dop, uno dei formaggi simbolo della regione. “Al di fuori però della Sicilia – afferma Lissandrello – purtroppo il Ragusano Dop non è un formaggio molto conosciuto, seppure abbia un fortissimo legame col territorio anche dal punto di vista del periodo di produzione, perché il latte viene lavorato prevalentemente nel periodo delle piogge, fra novembre e aprile, quando gli animali sono al pascolo”.

Lissandrello fa parte del consiglio di amministrazione del Consorzio del Ragusano Dop e ha in mente alcune strategie per rafforzare il mercato che, seppure si tratti una nicchia (nel 2020, secondo i dati Clal.it, la produzione è stata di 210 tonnellate, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente), merita di varcare i territori della Sicilia e del Grande Sud.

“La nostra missione è far conoscere il formaggio prima in Italia e poi all’estero, insistendo a promuovere il prodotto grazie alle ricette locali, magari sfruttando i molti programmi televisivi dedicati alla cucina”.

Le imprese alimentari contro il cambiamento climatico
21 Gennaio 2022

A seguito della Conferenza ONU sul clima di Parigi, nel 2018 il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) ha allertato sul fatto che per evitare effetti catastrofici dei cambiamenti climatici, l’aumento della temperatura mondiale non deve superare 1,5°C rispetto a quella dell’epoca pre-industriale. La sensibilità su questa tematica sta aumentando, anche perché il cambiamento climatico è una realtà sempre più percepita.

Di conseguenza le maggiori imprese alimentari mondiali, le cosiddette Big Food, da Nestlé a Mondelez, Danone, Unilever, General Mills, JBS ed altre, si sono recentemente poste degli obiettivi per ridurre le loro emissioni di gas climalteranti. Tutte queste aziende hanno adottato delle strategie operative e gestionali, assegnando investimenti sostanziosi per dimezzare le emissioni di gas effetto serra al 2030 e raggiungere la neutralità al 2050 (net-zero emissions).

Questo coinvolge anche i fornitori delle materie prime, che vengono incentivati per adottare pratiche di agricoltura rigenerativa, ridurre i consumi idrici, usare energia elettrica da sole fonti rinnovabili, eliminare la deforestazione. Gli agricoltori vengono assistiti nelle pratiche agro-ecologiche, comprese le azioni per la sequestrazione del carbonio e l’adozione di tecnologie per la mitigazione delle emissioni.

La comunicazione veicolerà questi investimenti di sostenibilità in tutti i prodotti aziendali per rispondere alle nuove sensibilità dei consumatori. Resilienza, efficienza, economia circolare, riciclo, tutela ambientale, rispetto ed inclusione sociale, sono le parole chiave e le motivazioni alla base delle nuove strategie aziendali.

Il problema è, però, come misurare le emissioni dirette ed indirette dei cicli produttivi per avere dati oggettivi e comparabili. In questo ambito stanno lavorando tanti centri di ricerca in tutto il mondo per fornire ai legislatori i riferimenti scientifici da cui deriveranno le normative che saranno alla base anche del mercato dei crediti di carbonio.

Il progetto Acqua & Energia sulla Homepage di Teseo

Il benessere animale vince sullo scaffale?
14 Gennaio 2022

Secondo i sondaggi condotti nel Regno Unito, il benessere animale è uno dei fattori che influenzano maggiormente le scelte d’acquisto dei consumatori. Nei fatti però sul punto vendita i fattori che determinano l’acquisto rimangono il prezzo o la modalità di presentazione del prodotto, unitamente alla sua origine. La pandemia ha accresciuto il desiderio di preferire prodotti locali o nazionali.

Al punto vendita il benessere animale diviene meno importante

Se per l’81% dei consumatori inglesi le tematiche ambientali sono al primo posto come importanza, solo il 26% le cita come riferimento per la scelta d’acquisto rispetto al 40% per i cibi ritenuti salutari. Il benessere animale è citato dal 18% degli acquirenti, ma il 34% dei vegani adduce questo fattore per la loro dieta alimentare. I consumatori associano il benessere animale a situazioni quali stabulazione libera o pascolo, anche se non esiste una chiara definizione di questi stati ad eccezione all’allevamento a terra per i polli, oppure alla produzione biologica. Resta però il fatto che ad esempio, sempre in UK, solo il 12% di tutta la carne di maiale posta in vendita è ottenuta da animali allevati liberi all’aperto, con un prezzo pari al doppio della media. Positivo comunque che il 71% dei consumatori ritenga gli allevatori molto affidabili, molto più dei supermercati o dei trasformatori, dato lo stretto legame con gli animali che allevano.

Quindi in generale i consumatori ritengono che le norme sulla qualità dei prodotti, compreso il benessere animale, siano appropriate e che lo schema di certificazione inglese introdotto nel 2000 identificato col bollino rosso “red tractor” garantisca sicurezza ed affidabilità.

Questa fiducia può essere però facilmente incrinata se avvengono comportamenti negativi. I consumi di carne sono calati del 44% quando i consumatori avevano appreso dai mezzi d’informazione situazioni improprie o fraudolente. Quindi diventa imprescindibile che tutta la filiera, dalla produzione al commercio, continui ad impegnarsi per garantire il fattivo rispetto degli standard di qualità, compreso il benessere degli animali.

In altri termini, oggi più che mai, occorre essere credibili!

Fonte: AHDB

Cina: la produzione di Mais OGM è all’orizzonte
10 Gennaio 2022

La Cina apre la strada alle coltivazioni transgeniche. L’intenzione sarebbe di approvare tre nuove varietà di mais geneticamente modificato oltre a sette di cotone, tutte prodotte da aziende nazionali. Finora nel Paese asiatico la semina di varietà di mais o soia OGM è vietata, ma ne è permessa l’importazione per l’uso nell’alimentazione animale.

Ridurre la dipendenza dall’import

La necessità di garantire la sicurezza alimentare e di ridurre la dipendenza dalle importazioni, ha spinto le aziende cinesi ad investire nel biotech per avere nuove varietà. Il piano per approvare varietà di mais e di cotone OGM è stato sottoposto a consultazione pubblica da parte del ministero dell’agricoltura, ma le aziende sementiere cinesi possiedono già tratti di mais OGM approvati dal governo come sicuri. Anche se non è ancora chiaro quando le nuove sementi potranno essere commercializzate, la prospettiva di dover far fronte ai nuovi scenari derivanti dai cambiamenti climatici stimola la ricerca nel campo del miglioramento genetico per avere piante resistenti ad un maggior numero di insetti od a condizioni ambientali sempre più avverse.

Aumentare la sicurezza alimentare

Da quando l’abate Mendel a metà ‘800 per primo scoprì le leggi sull’ereditarietà dei caratteri, è stato un susseguirsi di tecniche per il miglioramento genetico che hanno permesso di aumentare la sicurezza alimentare: dalla induzione delle mutazioni, alla ricerca degli ibridi, fino alle recenti metodologie molecolari con la possibilità di intervenire in modo mirato sul genoma cellulare, il cosiddetto genome editing. La possibilità di cambiare in modo chirurgico specifiche sequenze di DNA riproducendo in maniera mirata eventi molecolari che possono avvenire in natura in maniera casuale, apre la strada all’ottenimento in tempi brevi di nuove varietà più consone alle esigenze dell’agricoltura contemporanea secondo i dettami della sostenibilità.

Si è aperta una nuova era nel miglioramento genetico delle piante ed il fatto che ora anche la Cina prefiguri l’uso di sementi biotech, derivanti da azioni coordinate di produzione e di analisi di big data, ottenuti dalla sovrapposizione di livelli di caratterizzazione diversi, non può lasciare indifferenti.

Come sempre, il problema non risiede tanto nel nuovo strumento ma nell’uso che ne viene fatto e nel suo controllo.

TESEO.clal.it – Prezzo del Mais in Cina

Fonte: DRGNews

Vado avanti in campagna, nella mia terra [Intervista]
16 Dicembre 2021

Giovanni Murru – Pastore

Giovanni Murru
Assolo (OR), Sardegna – ITALIA

Capi allevati: 500 pecore di razza sarda, di cui 400 in mungitura
Destinazione del Latte: Pecorino Romano DOP e altri formaggi

“Mi sono diplomato all’Istituto tecnico aeronautico, stavo prendendo le licenze di volo per diventare pilota di linea. Ho studiato in Italia e in Inghilterra e la mia intenzione era di andare in Australia per terminare i corsi. Stavo studiando per l’esame teorico e ho ripreso a lavorare in azienda, come ho sempre fatto ogni estate. Poi una concatenazione di fattori, fra cui la prima crisi di Alitalia, che ha reso evidente che il mercato era saturo, mi ha spinto a compiere altre scelte. I miei genitori non volevano che diventassi pastore e allevatore, perché è una vita molto sacrificata, ma lavorando con loro ho capito quanto avevano creato insieme, gli sforzi che avevano compiuto e i risultati raggiunti. Così ho deciso di fermarmi e andare avanti in campagna, nella mia terra”.

È una storia da film, un cambio di rotta che, date le circostanze, è una virata a 360 gradi quella di Giovanni Murru, 31 anni, allevatore di Assolo (Oristano), che ha saputo traslare la passione per il volo anche nell’azienda agricola di famiglia, 140 ettari in regime biologico e un gregge di 500 pecore di razza sarda allevate, delle quali 400 in mungitura, per una produzione di 80.000 litri, conferiti alla cooperativa CAO per la produzione di Pecorino Romano e altri formaggi. Insieme a Giovanni lavorano il fratello Davide e il papà Alberto, da poco in pensione.

I numeri sono quelli di un’azienda di dimensioni ragguardevoli, ma torniamo al volo, antico amore che ha trovato applicazione anche in azienda. “Da circa un anno utilizziamo un drone per monitorare il terreno e il gregge – racconta Giovanni Murru -. Grazie al consiglio di un amico, l’esperienza col drone è iniziata quasi per gioco: avevo infatti l’esigenza di controllare un gruppo di pecore che partorisce più tardi rispetto alle altre e che si colloca abitualmente al centro del gruppo aziendale”.

Con una superficie aziendale tutta accorpata e un’estensione di 140 ettari, controllare ogni giorno e, magari, anche più volte al giorno quel gruppo di pecore all’interno del pascolo arborato non era certo semplice.

Utilizziamo un drone per monitorare il terreno e per guidare il gregge

“Così abbiamo adottato le nuove tecnologie e il drone si è rivelato utilissimo per due funzioni – prosegue -. Da un lato per osservare lo stato dei terreni, le pecore e l’azienda in generale e dall’altro per guidare il gregge negli spostamenti, perché abbiamo scoperto che le pecore si lasciano guidare dal drone, come se avessero un pastore. Su una superficie grande come la nostra è stata un’innovazione di grande aiuto, ma è anche vero che noi abbiamo la fortuna di avere i terreni accorpati, che ha superfici frazionate ha sicuramente qualche difficoltà in più”.

Qual è stata la spesa per l’investimento?

“Noi abbiamo acquistato un mini drone, che costava poco più di 500 euro. Grazie alla definizione dell’immagine riusciamo a vedere se una pecora ha partorito, se ha l’agnello di fianco, controllare le infestanti nei campi, la temperatura degli animali e dei terreni. Se penso che l’evoluzione tecnologica aprirà la porta a nuove altre opportunità, che faciliteranno la gestione dell’azienda, favoriranno il benessere animale e la sicurezza, è un passo avanti inaspettato. È un investimento che consiglio a tutti i colleghi allevatori e agli agricoltori”.

Uno dei problemi dell’agricoltura è che spesso le connessioni internet sono scarse. Ha avuto problemi?

“Fortunatamente no e siamo in una zona dove il 4G è ampiamente diffuso, ma mi rendo conto che dove non c’è rete la possibilità di utilizzo si riduce. Mio padre era scettico ad adottare il drone, ma ne ha colto immediatamente le opportunità, tanto che recentemente, in tono naturalmente sarcastico, ha detto che possiamo fare a meno del trattore, ma non del drone”.

Quali altri investimenti in innovazione avete introdotto?

Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada

“Abbiamo adottato il sistema Sementusa Tech, per razionalizzare le riproduzioni in allevamento. Siamo alla terza campagna e i risultati sono positivi, perché attraverso una App riusciamo a monitorare lo stato di gravidanza delle pecore all’interno del gregge, con l’aiuto del veterinario, che si occupa delle ecografie e di controllare lo stato di salute e di benessere delle bovine. È stata una scelta che ci permette di gestire i gruppi di pecore in maniera più razionale e omogenea. Siamo molto aperti all’innovazione e vogliamo proseguire su questa strada, incrementando il numero dei capi e migliorando la genetica.

Fra gli investimenti realizzati, abbiamo diversificato il reddito con la produzione di energia rinnovabile grazie all’impianto fotovoltaico, un investimento di una decina d’anni fa, che ci ha permesso di togliere l’amianto dalle strutture.

Ci siamo spostati, inoltre, dalla produzione di ballette a rotopresse di fieno e ci siamo dotati di una rotaia per l’alimentazione. In futuro ci concentreremo sull’ammodernamento del parco macchine in chiave di agricoltura di precisione, per razionalizzare i costi ed essere più sostenibili. La nostra crescita avviene giorno per giorno”.

Siete da oltre 20 anni un’azienda a indirizzo biologico. Quali sono i vantaggi?

“Possiamo contare su qualche agevolazione all’interno del Programma di sviluppo rurale e riusciamo a vendere una parte del foraggio bio ad altre aziende che ne hanno bisogno, avendo noi una estensione che ci permette di avere più quantità di foraggio rispetto all’utilizzo aziendale. Per il resto non ci sono purtroppo molti altri vantaggi, perché il prezzo del latte ovino bio non sempre ha una remunerazione maggiore rispetto a quello convenzionale. Parliamo a volte di un 10% in più, ma non è sempre automatico. Stiamo valutando se nei prossimi anni tornare al convenzionale. Non sarà un cambiamento immediato, comunque. Ad oggi la nostra cooperativa non è strutturata per la produzione biologica e non pare essere un tema all’ordine del giorno”.

Come risponde ai rincari delle materie prime? Ha cambiato la razione alimentare?

“Con il fotovoltaico riusciamo a far fronte ai rincari della bolletta energetica, ma sul versante delle materie prime agricole abbiamo maggiori difficoltà, perché non possiamo cambiare la razione alimentare, soprattutto in questa fase in cui siamo nel bel mezzo dei parti e, se dovessimo diminuire l’apporto proteico andremmo a vanificare il lavoro dell’estate. In Sardegna dobbiamo fare i conti con il cambiamento climatico, l’estate appena trascorsa e l’inizio dell’autunno sono stati siccitosi e siamo senza erba. Non possiamo per questi motivi seminare e stiamo dando molto foraggio, che fortunatamente abbiamo, ma non è così per tutte le aziende. In particolare, alcuni allevatori hanno dovuto fronteggiare un’epidemia di blue tongue, che è ancora in corso e che sta causando gravi problemi”.

Fra voi allevatori parlate mai di come migliorare le produzioni e renderle più sostenibili sul piano ambientale?

“Sì, è un argomento che affrontiamo e sul quale stiamo pensando all’interno della nostra cooperativa di avviare un percorso di formazione a vantaggio di tutti gli allevatori, per confrontarsi sulle tecniche di allevamento e cercare di migliorare insieme, per il bene anche della cooperativa, della quale sono consigliere con grandissima soddisfazione, soprattutto per l’opportunità di crescita formativa che mi ha consentito”.

Come spiega prezzi alti nel Pecorino Romano Dop, nonostante una produzione complessiva maggiore?

“I consumi stanno trainando i prezzi, l’export ha ripreso e fra Gennaio e Settembre di quest’anno è cresciuto per il Pecorino Romano Dop di oltre il 20%, secondo i dati di Clal. La pandemia ha sostenuto il consumo in generale delle Dop. Il grattugiato è cresciuto a livelli esponenziali, anche se non sappiamo quanto durerà questa fase. Ma proprio ora che siamo in una fase complessivamente positiva dobbiamo programmare la produzione, così da governare il più possibile eventuali recessioni di mercato”.

La vostra cooperativa, CAO, storicamente diversifica le produzioni lattiero casearie. È un vantaggio?

Diversificare con altri formaggi della tradizione permette una maggiore stabilità

“Penso di sì. Fra l’altro la scelta di CAO di non produrre esclusivamente Pecorino Romano Dop parte da molto lontano, non è una scelta recente. Questo però ci ha permesso di avere una maggiore stabilità quando il mercato è altalenante. Diversificare con altri formaggi della tradizione paga maggiormente quando il prezzo del Pecorino Romano è più basso, mentre è talvolta penalizzante quando il mercato del Romano tira, ma a conti fatti ci permette di gestire le oscillazioni di mercato con maggiore equilibrio. Sarebbe una strategia da adottare più diffusamente all’interno della filiera, così da avere un approccio più consapevole di mercato, magari puntando a valorizzare stagionature più lunghe, evitare la sovrapproduzione e gestire sul territorio i servizi. Ad esempio, credo sia giunto il momento di vietare la possibilità di porzionare e confezionare il Pecorino Romano Dop al di fuori del proprio areale di produzione, come già avviene per il Parmigiano Reggiano. Anche sulle razze di pecore ammesse per la produzione di latte destinato alla Dop, personalmente applicherei maggiori restrizioni, consentendo solamente alle razze autoctone della Sardegna, del Lazio e del Grossetano di far parte del circuito del Pecorino Romano. Altrimenti rischieremmo di subire la concorrenza di altri formaggi ottenuto con latte di pecora, magari spagnoli, francesi o turchi. Dobbiamo identificarci e caratterizzarci ancora di più”.

L’export complessivo del Pecorino Romano Dop è cresciuto del 20,7% nei primi nove mesi del 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020. Come pensa di rafforzare ancora l’export?

“Dobbiamo promuovere il nostro formaggio all’estero, anche attraverso fiere ed eventi e difendendo la Dop. Come sistema lattiero caseario sardo dobbiamo viaggiare compatti, pianificare le produzioni e le campagne di internazionalizzazione”.

Aziende da Latte: struttura in Europa e Italia [VIDEO + Interviste]
6 Dicembre 2021

“I dati presentati nel video sono allarmanti, soprattutto se calati nel contesto geografico. La chiusura delle aziende da latte rappresenta un forte rischio di perdita di potenziale per il territorio.” Alessandra Cobalchini, allevatrice di Dueville – Vicenza, commenta così il breve video realizzato dal Team di CLAL sulla struttura delle Aziende da Latte in Europa ed Italia:

Alessandra Cobalchini

“Ogni azienda agricola porta con sé posti di lavoro” continua Alessandra. “Penso non solo a chi lavora direttamente in stalla, ma anche a figure dell’indotto (alimentaristi, rappresentanti, veterinari…) Alla concentrazione della produzione in grandi stalle consegue un impoverimento della varietà di queste figure. Purtroppo è un processo inevitabile.In Veneto, migliorare la competitività è particolarmente difficile, perché mancano sia la terra che l’interesse nel fare investimenti a lungo termine, considerato anche il limitato ricambio generazionale.”

Giovanni De Vizzi

“Molte aziende [italiane] soffrono la scarsa disponibilità di terreno” rilancia Giovanni De Vizzi, allevatore di Castiraga Vidardo – Lodi. “In caso di applicazione della nuova normativa nitrati, il carico di animali per ettaro spesso non adeguato porterà ad un calo di animali e, quindi, di produzione quantificabile a circa un 5-7% della attuale produzione italiana.”

Manuel Lugli

“In Lombardia è ancora in atto una concentrazione della produzione in aziende sempre più strutturate. Quando finirà questo trend?” si interroga l’allevatore mantovano Manuel Lugli. “Sarà il mercato a dirlo, un mercato lattiero caseario complesso per i molti vincoli e interessi contrapposti, ma che ha la possibilità di valorizzare prodotti trasformati soprattutto sull’export. In futuro, la dimensione e la forma delle nostre aziende dipenderà dalla nostra capacità di trasformare ed esportare le eccellenze casearie made in Italy nel mondo.”

Davide Pinton - Produttore Latte Bio
Davide Pinton

Davide Pinton, allevatore biologico di Schio – Vicenza aggiunge che “Il settore del latte è poco redditizio rispetto ai grandi sforzi che gli allevatori compiono ogni giorno, in vista anche dei continui rialzi dell’asticella richiesti dalla legge. Lo Stato recepisce questa difficoltà, ma gli aiuti coprono solo in parte le mancanze finanziarie del sistema.

Stiamo vivendo uno dei peggiori momenti del settore. Sappiamo che il sistema soffre di una pesante inerzia ad alzare i prezzi alla stalla, ma non ritengo giusto che il produttore sia l’anello debole. Vedo l’allevatore schiacciato pesantemente tra costi produttivi da una parte e prezzi bassi dall’altra. 

Sembra, però, che a molti allevatori questo non importi. Che sia giusto così perché è sempre stato così. Non è giusto così!”

“Purtroppo molti allevatori non si impegnano per risolvere le varie problematiche che affliggono la categoria, in primis, la poca integrazione con la società” conclude Alessandra. “I consumatori sono visti come pretenziosi, ma non si cerca di comunicare con loro. Le esigenze di alcune aziende non si allineano con quelle del consumatore: a volte perché mancano i soldi, altre volte perché manca la volontà. Anche gli allevatori devono essere in grado di offrire un cambiamento.”

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Cosa perdiamo quando chiude una stalla
30 Novembre 2021

La storia è sempre quella: una stalla da rinnovare, la difficoltà a reperire manodopera, un’azienda troppo piccola per ammortizzare i costi,… non resta che chiudere. È una storia che si ripete spesso nei Paesi dove un’agricoltura sempre più professionalizzata deve fare i conti col mercato. Quando però si tratta di un’azienda di 150 vacche che ha iniziato l’attività nel 1930 e che era rimasta la sola a vendere ai negozi il latte che confezionava direttamente, la storia un po’ cambia.

Non è facile produrre latte in Alaska, con lunghi e rigidi inverni, terreni poveri ed il problema di competere sul prezzo col latte proveniente da chilometri di distanza. Produrre latte era un’attività diffusa all’inizio del secolo scorso ed attirava coltivatori dall’Europa come la famiglia Havemeister arrivata nel 1920 dalla Germania, ma nel dopoguerra il lavoro divenne difficile, malgrado aiuti e sovvenzioni.

Ciò che era sostenibile fino a qualche decina d’anni fa, adesso è superato, desueto, antieconomico. Mantenere una stalla costa, ma assicura il presidio del territorio, valorizza i foraggi ed i prodotti dei terreni aziendali che vengono coltivati ed arricchiti dalla sostanza organica che la stalla produce, migliorandone la fertilità e contribuendo alla biodiversità del territorio.

La stalla non è semplicemente un’attività economica, è ben altro, in primo luogo una storia di persone e di animali.

La famiglia Havemeister chiude la sua stalla in Alaska dopo 90 anni di duro lavoro. Una novantina delle 150 vacche vanno al macello, le altra in un’altra stalla, fra le poche rimaste aperte.

Ed i consumatori troveranno nel loro negozio di fiducia latte prodotto e confezionato a centinaia di chilometri di distanza. Il tutto in virtù di un prezzo sempre più standardizzato, per cui o ti ingrandisci o chiudi. Per sempre.

Quante stalle a gestione familiare come quella in Alaska stanno chiudendo i battenti a causa dell’antieconomicità nel gestire una simile impresa, nonostante il valore insostituibile del presidio socio-ambientale che esprimono?

E dove sarebbe la tanto citata sostenibilità quando le zone meno vocate, come le nostre aree interne rurali, verranno gradualmente private dei suddetti presidi, costringendo le popolazioni locali, posto che decidano di non migrare, ad acquistare prodotti che hanno fatto chilometri e chilometri prima di raggiungere la tavola del consumatore?

Il parere di Ester

Ester Venturelli – Team di CLAL e TESEO

La chiusura di una stalla è un dato triste in quanto sinonimo di perdita di patrimonio, soprattutto culturale. Ancora di più se la stalla in questione è tra le poche stalle di un area non particolarmente vocata. 

Purtroppo, il PIL è stato l’indicatore principale dello sviluppo dei paesi dal secondo dopoguerra, il che ha portato ad avere una mentalità strettamente focalizzata su produttività e profitti, di cui ora vediamo gli effetti negativi. Tuttavia, tali obiettivi rimangono aspetti imprescindibili dell’azienda agricola, il cui scopo principale è il sostegno economico di chi ci lavora. 

L’ideale sarebbe una società che, più che la quantità, apprezza la qualità e valorizza un prodotto anche in base agli aspetti collaterali (cultura, ambiente, società). Nel caso di prodotti di cui il consumatore non riconosce questo valore aggiunto, tale ruolo dovrebbe spettare allo stato, non in visione assistenzialista, ma di giusto compenso per le esternalità positive. Questo permetterebbe alle aziende virtuose di continuare ad operare nella loro area.

Ester Venturelli, Market Analysis and Agricultural Policies, CLAL e TESEO

TESEO.clal.it – Numero di Aziende agricole con capi da latte bovino in Italia

Fonte: Anchorage Daily News