Investire in Biosicurezza per garantire produttività, sostenibilità e resilienza
18 Marzo 2026

Con l’espansione e l’intensificazione dei sistemi di allevamento, la diffusione dei patogeni causati dai cambiamenti climatici, i maggiori rischi di incidenza delle malattie infettive, la resistenza agli antimicrobici ed anche per norme sempre più severe in materia di allevamento, aumentano le necessità di investire in biosicurezza. Per prevenire, controllare e monitorare le malattie infettive, diventa sempre più importante investire nell’insieme integrato di pratiche, tecnologie e procedure di gestione per la tutela della salute animale.

Infatti, le conseguenze delle epidemie sono sempre più acute a livello economico, ambientale, di salute pubblica, arrivando anche a limitare l’accesso ai mercati per i prodotti di origine animale. Si stima che il mercato dei prodotti per l’adozione di soluzioni igieniche, diagnostiche e tecnologie di sorveglianza digitale, passerà da circa 3,0 miliardi di dollari nel 2026 ad oltre 6 miliardi di dollari entro il 2036, di cui il 36% rappresentato da disinfettanti e sanificanti, a riprova del ruolo fondamentale dell’igiene nella prevenzione delle malattie.

Le ragioni e le prospettive di crescita variano notevolmente nei diversi contesti mondiali: negli Stati Uniti derivano soprattutto dalla pressione dell’opinione pubblica per ridurre l’uso di antibiotici, mentre nei mercati europei come Francia, Germania, Regno Unito, risultano dai dati sull’analisi dei rischi, dai protocolli operativi e dagli adeguamenti normativi. L’India è il contesto dove il tasso di crescita annuo per gli investimenti in biosicurezza sarà maggiore in seguito agli sforzi volti ad aumentare la produttività lattiera ed a controllare le malattie endemiche, seguita dalla Cina in conseguenza dei mega allevamenti che impongono un controllo rigoroso sui movimenti degli animali e sugli input. Anche gli investimenti brasiliani saranno significativi, data la necessità di ottemperare gli standard internazionali di salute animale per espandere le esportazioni. 

Di conseguenza, le aziende che operano nel settore della sanità animale stanno sviluppando collaborazioni per fornire pacchetti combinati di vaccini, diagnostica, disinfettanti e strumenti di gestione dei dati con analisi predittiva nella modellizzazione delle malattie in modo da realizzare una piattaforma strategica per la salute a lungo termine del bestiame e la redditività delle aziende. Con il continuo sviluppo e la modernizzazione dei sistemi lattiero-caseari, la biosicurezza sarà fondamentale per garantire la produttività, la sostenibilità e la resilienza.

Fonte: eDairyNews

TESEO.clal.it – Monitoraggio delle patologie animali sulla Home Page di TESEO

Il Commento: Carni di alta qualità e innovazione [Stefano Giubertoni, CLAI]
13 Febbraio 2025

Stefano Giubertoni – Direttore della Cooperativa CLAI Sca

“Per le carni bovine continua il periodo di relativa difficoltà, con prezzi alti mai registrati dovuti alla scarsa disponibilità di bovini vivi in tutta Europa”. Quanto afferma il Direttore della Cooperativa CLAI Sca, Stefano Giubertoni, è una tendenza ormai in atto dall’inizio del 2024, che sta abbracciando tutte le categorie: vitello, vitellone, scottona e, in questa fase, anche le vacche, che sono tenute più a lungo in stalla in concomitanza di un prezzo del latte remunerativo. Il trend, prevede Giubertoni, “probabilmente non è ancora al suo limite massimo”.

Per quanto riguarda l’allevamento da ingrasso in Italia, “si devono fare i conti con i prezzi in continua ascesa dei ristalli provenienti dalla Francia, dovuto al fatto che ci sono sempre meno vacche nutrici. Uno scenario appesantito anche da nuove rotte commerciali, dalla Spagna al Nord Africa, area quest’ultima che è meta dei flussi di bovini vivi dall’Italia”.

Relativamente ai Consumi, prosegue Giubertoni, “assistiamo ad una contrazione nel mercato retail dovuta in primo luogo al prezzo ed alle politiche di vendita della grande distribuzione, con una riduzione degli spazi di vendita a favore di altre carni, diminuzione della pressione promozionale, ritardo nel recepire i vari aumenti dei listini”.

In futuro si dovrebbe mantenere elevata l’attenzione del mercato verso carni di segmento premium, accanto “ad uno sviluppo di format di ristorazione costruiti intorno alla carne e allo sviluppo anche di segmenti di carni di alta qualità, con un alto contenuto di servizio, soprattutto in GDO nel libero servizio”.

TESEO.clal.it – Prezzi delle carni bovine

Il Commento: Dobbiamo collaborare e pensare in grande [Giulio Gherri, Parmafood Group]
11 Marzo 2024

Giulio Gherri
Lesignano de’ Bagni (PR)

“L’agroalimentare italiano è simbolo di life-style e di qualità e le occasioni per raggiungere tutto il Mondo, i Giovani e le fasce di Consumatori che possono regalarsi l’alta qualità del Made in Italy non mancano, a due condizioni: che si faccia Squadra a livello di filiera, operatori industriali e istituzioni e che si faccia Innovazione”.

Parola di Giulio GHERRI, CEO di Parmafood Group, azienda che raggruppa lo storico business del mondo dei salumi con TERRE DUCALI (dal 1964), l’azienda Parma IS per la produzione di sandwhich, trasformazione di frutta e vegetali e preparazione di piatti pronti con cottura a bassa temperatura e confezionamento in skin-pack.

Azienda “con un’età media dei circa 300 collaboratori che non supera i 30 anni, perché servono Giovani per parlare al loro mondo”, afferma Gherri, valigia sempre in mano per partecipare a numerose fiere e rassegne internazionali (sono 13 quelle programmate nel 2024, da Dubai a Parigi, da Parma all’Arabia Saudita).

Altro elemento strategico per i fratelli Gherri è legato all’Innovazione. Fra i primi a stilare un bilancio di sostenibilità, con l’azienda del gruppo HPP hanno introdotto il sistema di “High Pressure Processing”, “tecnologia conosciuta come pastorizzazione a freddo, che abbatte i patogeni, principalmente Salmonella, Listeria ed Escherichia coli e permette di aumentare la shelf-life dei prodotti, senza minimamente alterare le caratteristiche organolettiche, nutrizionali e di colore e sapore”.

Migliorando la shelf-life, è possibile raggiungere mercati più lontani con l’appeal del Made in Italy: salumi, naturalmente, ma non solo. “Dobbiamo collaborare, fare squadra, pensare in grande perché le opportunità per il Made in Italy agroalimentare ci sono”.

La tua Azienda è pronta per l’Intelligenza Artificiale?
16 Gennaio 2024

Premesso che nulla e nessuno potrà mai sostituire l’occhio e la mano dell’allevatore, cioè la sua esperienza, è opportuno chiedersi se ed in che modo le nuove tecnologie dell’intelligenza artificiale, quali ChatGPT, possano servire per migliorare benessere animale e produttività nell’allevamento da latte. Oggi in azienda i sensori sono presenti nei robot di mungitura, nei sistemi automatici di miscelazione ed alimentazione, nei boli ruminali; esistono poi sensori per la previsione del parto e strumenti per il controllo dello stato generale delle bovine. Di conseguenza viene prodotta una grande serie di dati, che andrebbero letti ed analizzati in modo appropriato per avere informazioni utili ad aumentare l’efficienza aziendale. Il rischio è che solo una parte di tali dati venga sfruttata in modo appropriato, perdendo tante potenzialità.

Vacche più sane, maggiore qualità del latte, minori costi

L’innovazione chiave apportata da Chat GPT (e dai suoi concorrenti) consiste nel poter raccogliere ed analizzare enormi quantità di dati per ottenere informazioni facili da usare per l’allevatore.
Questa tecnologia permette innanzitutto di monitorare prontamente lo stato di salute degli animali e di avere un quadro chiaro sulla composizione del latte.
Permette poi di stabilire piani di razionamento precisi e personalizzati per una alimentazione ottimale analizzando in tempo reale i dati sul valore nutrizionale dei componenti la razione, insieme a quelli prodotti dai sensori sugli alimentatori e miscelatori. La nutrizione di precisione porta a vacche più sane, ad una maggiore qualità del latte e ad una riduzione dei costi di produzione.

ChatGPT può quindi semplificare la gestione aziendale aiutando gli allevatori ad organizzare le operazioni quotidiane in modo più efficiente, effettuando rapidamente le decisioni gestionali ed in generale offrendo suggerimenti per migliorare la produttività complessiva.
Può poi servire per far comunicare l’allevatore col mondo esterno all’azienda agricola generando contenuti informativi e coinvolgenti, come post su blog o aggiornamenti sui social media. Quindi il modello informatico può aiutare gli allevatori ad informare ed educare i consumatori sulle pratiche agricole sostenibili, sul benessere degli animali e sui benefici nutrizionali dei prodotti lattiero-caseari. Dato poi che i sistemi di IA parlano direttamente con altri sistemi di IA, ChatGPT potrebbe aiutare gli allevatori a prendere decisioni di mercato, dagli input per gli alimenti animali ai contratti per il latte, cogliendo il momento migliore per acquistare e vendere.

Bisogna però sempre tener presente che, sebbene il ChatGPT abbia un grande potenziale, si tratta pur sempre di una tecnologia per assistere gli allevatori piuttosto che sostituirsi ad essi. Ciò comporta la necessità di conoscere la nuova tecnologia per poterne giudicare l’utilità dell’inserimento in azienda. Poi, in caso positivo, occorre dotarsi delle necessarie professionalità per usare tali nuovi strumenti, il che probabilmente è il problema maggiore derivante dalle nuove tecnologie.

Fonte: Dairy Herd

Agricoltura predittiva con l’Intelligenza Artificiale
6 Luglio 2023

Sono poche le attività che possono vantare una tradizione produttiva come l’agricoltura, compreso l’allevamento da latte, la cui storia si fa risalire fino ad undici mila anni fa. È un’attività che ha coinvolto persone, modellato ambienti, sviluppato economie e che si è costantemente evoluta grazie alle tecnologie derivanti dalle nuove conoscenze.

Non deve dunque sorprendere se ora le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale (AI-Artificial Intelligence) possono offrire nuovi sviluppi a questa attività che si è sviluppata nello scorrere dei secoli col progredire delle conoscenze umane. Le nuove tecnologie possono spaziare dai software predittivi, ai modelli meteorologici, ai droni, a strumenti come i robot per risolvere i problemi di carenza di manodopera.

L’IA aumenta l’efficienza e la tracciabilità

Nell’allevamento, l’intelligenza artificiale permette di monitorare lo stato sanitario del bestiame, aumentare l’efficienza produttiva e la tracciabilità, identificando ogni singolo animale attraverso il riconoscimento facciale delle impronte sul musello. In tal modo si può passare dall’attuale modello reattivo, cioè rilevando i fenomeni per poi intervenire -ad esempio nell’allevamento il veterinario rileva i sintomi dell’animale per valutare il suo stato di salute ed applicare la terapia- ad un modello predittivo, in modo da poter intervenire quando si rilevano le condizioni che possono portare ad alterazioni delle condizioni produttive. Nel primo caso si opera in modo invasivo attraverso interventi che sono dispendiosi e stressanti per l’animale, come esami, prelievi del sangue o sensori impiantati nell’organismo. Le nuove tecnologie con telecamere non invasive ed algoritmi che sviluppano l’apprendimento automatico per aiutare gli allevatori a monitorare la biometria (frequenza cardiaca, temperatura corporea, ecc.), raccogliendo informazioni critiche sul volume e sulla qualità del latte, sullo stress da calore e sul benessere generale, consentono un monitoraggio più efficiente operando anche su ampi gruppi di animali, ed a costi inferiori.

Il passaggio all’agricoltura predittiva attraverso l’intelligenza artificiale è fortemente sostenuto negli USA, dove la legge dello scorso anno per contrastare l’inflazione, l’Inflation Reduction Act, ha stanziato ben 19,5 miliardi di dollari per sostenere la transizione verso un modello che permette di operare con precisione, riducendo sostanzialmente i rischi e le perdite ed aumentando la qualità e la sicurezza delle produzioni.

Anche le nostre produzioni tradizionali debbono considerare queste nuove tecnologie. Tanto è stato investito in comunicazione e marketing per affermarle nel mondo, con grande successo. Non sarebbe ora opportuno trasferire parte di tali risorse in attività di ricerca per continuare a farle evolvere mantenendo il divario qualitativo che spetta loro?

Immagine creata con l’Intelligenza Artificiale

Fonte: modern farmer e Tasting Table

Sostenibilità e tecnologia
12 Giugno 2023

Per rispondere alle esigenze di sostenibilità, il settore lattiero-caseario deve rispondere a tre sfide: ridurre l’impronta di carbonio, assicurare la disponibilità costante di acqua; disporre di una forza lavoro qualificata.

I critici delle produzioni animali non prendono in considerazione tanto la durabilità, ossia il valore di trasmettere alle generazioni future un’azienda che rappresenta anche un patrimonio sociale per il territorio in cui opera, ma tendono a misurare la sostenibilità in termini del rating generico ESG che misura l’impatto ambientale, sociale e di governance di imprese od organizzazioni che operano sul mercato. Da questo punto di vista le aziende più efficienti sono quelle con le maggiori rese, disponibili ad innovare attraverso l’adozione delle migliori tecnologie. E proprio la tecnologia fa parte del modo in cui i produttori possono rispondere in modo efficace alle richieste di un miglior rating di sostenibilità.

L’uso della robotica è sempre più diffuso

Innanzitutto, è possibile razionalizzare l’uso dell’acqua per le necessità dell’allevamento attraverso tecniche efficaci di riciclo, purificazione e potabilizzazione. La produzione di metano dal letame attraverso i digestori permette di evitare la dispersione in atmosfera di un gas ad effetto serra e di rendere l’azienda agricola indipendente dal punto di vista energetico, insieme a pannelli solari e, quando possibile, turbine eoliche. Resta poi il problema del lavoro, soprattutto di reperire personale qualificato in grado di utilizzare mezzi tecnologici sempre più diffusi e sofisticati. Chi segue gli animali deve poter avere la comprensione del loro benessere; l’uso della robotica continua ad aumentare, dalla mungitura, alla pulizia delle stalle, all’automatizzazione dell’alimentazione, all’uso dei sensori per identificare la qualità del latte e gli indicatori di salute delle vacche in tempo reale. Negli allevamenti USA stanno venendo avanti anche le vaccinazioni robotiche.

Il successo di queste tecnologie, oltre che migliorare la produttività, consiste nel mettere a disposizione degli operatori agricoli la possibilità di un processo decisionale migliore e più rapido.  

La mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte

Si calcola che nel mondo ci siano circa 300 milioni di vacche da latte. Se tutte avessero la produttività di quelle allevate nei Paesi dove si usano tecnologie avanzate, la mandria mondiale potrebbe ridursi di decine di volte. Gli attivisti ambientali potrebbero forse esserne soddisfatti, ma quali sarebbero le conseguenze, come ad esempio la mancanza di concime organico per i suoli e le coltivazioni? Per non parlare poi del valore sociale che l’allevamento ricopre per tante popolazioni rurali nelle varie aree geografiche del mondo. Indubbiamente, le migliori aziende agricole sono quelle che stanno adottando più rapidamente le nuove tecnologie e che probabilmente continueranno a mantenere un vantaggio rispetto alle loro controparti meno performanti.

Occorrono però anche tecnologie appropriate per migliorare  produttività e  condizioni di allevamento in grado di garantire l’equilibrio con gli aspetti sociali ed economici delle comunità locali.
In altre parole, la tecnologia per l’uomo e non viceversa.

CLAL.Teseo.it – Italia: Kg di Latte per Capo nelle principali Regioni produttive

Fonte: Dairy Herd

Agricoltura verticale: soluzione moderna e sostenibile
22 Marzo 2023

Si stima che entro il 2050 due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. L’agricoltura verticale potrebbe contribuire ad affrontare le nuove criticità, per nutrire in modo sostenibile questa crescente popolazione urbana, riducendo la domanda di terreni agricoli ed accorciando la distanza tra la produzione ed il consumo di cibo?

La pratica di produrre alimenti in strati impilati od in superfici inclinate verticalmente, a volte integrati negli edifici, senza suolo né luce solare, è oggetto di studio e sperimentazione da diversi anni in tutto il mondo nel contesto delle iniziative di agricoltura urbana. E’ una tecnica già in uso per produrre principalmente verdure ed ortaggi, come lattuga, spinaci, cavoli, pomodori, peperoni, fragole, basilico.

Le fattorie verticali sono però avide di energia. Il bilancio economico è delicato, ma una parte dei costi energetici può essere compensata dai risparmi derivanti dalla sostanziale riduzione dei prodotti agrochimici e degli scarti, nonché dei costi di trasporto e stoccaggio.

Soluzioni innovative per una agricoltura moderna

Poiché quasi la metà delle calorie che consumiamo proviene da cereali come il riso ed il grano, che non vengono coltivati in verticale, questa tecnica produttiva non riuscirà certo a sfamare il mondo. Tuttavia, l’agricoltura verticale propone soluzioni innovative per una agricoltura moderna, contribuendo al contempo alla sostenibilità urbana. Occorre migliorarne le prestazioni e diminuirne i costi. Senza considerare la coltivazione in condizioni estreme, come ad esempio le missioni spaziali, l’approccio deve essere considerato per alcune colture che permettono di fornire cibi freschi in località dove la terra è scarsa e costosa, come le metropoli. La cosiddetta agricoltura urbana, compresa l’agricoltura verticale, ha il potenziale per contribuire ad una produzione alimentare redditizia, alla gestione sostenibile delle risorse naturali, all’azione sul clima e ad uno sviluppo territoriale equilibrato. Ovviamente considerando sempre la sua particolare fragilità insita nel fatto di dover realizzare ambienti artificiali di coltivazione.

Negli Stati Uniti l’agricoltura verticale è inclusa nella politica agricola federale dal 2018. Nella UE, nel contesto del nuovo piano d’azione per l’economia circolare della Commissione Europea, in cui cibo, acqua e nutrienti rappresentano una delle catene del valore sostanziali e della strategia “farm to fork” del 2020 che é al centro del Green Deal europeo, l’agricoltura verticale potrebbe dare un proprio contributo riducendo l’uso di prodotti agrochimici e di acqua, contrastando il degrado del suolo, la deforestazione e l’eutrofizzazione delle acque.

A fronte delle nuove tecniche occorre avere un quadro normativo appropriato per definirne gli ambiti e, soprattutto, la titolarità essendo l’accesso al cibo un patrimonio ed un diritto universale.

Fonte: European Parliament

L’agricoltura fotovoltaica per produrre cibo ed energia
12 Dicembre 2022

Cliccando su Google le parole “solare” e “agricoltura” ci si imbatte in una soluzione in grado di affrontare contemporaneamente la crisi alimentare e quella energetica: l’agri-voltaico.

In questo tempo, il mondo è colpito da una serie di shock destabilizzanti. Gli oltre due anni di pandemia e la successiva guerra in Ucraina, con effetti globali sui mercati delle materie prime, sulle catene di approvvigionamento e sull’inflazione, hanno provocato un’impennata dei prezzi di cibo ed energia. Se si aggiungono poi anche i possibili effetti devastanti dei cambiamenti climatici sulle rese dei  raccolti nei prossimi anni, appare evidente che l’insicurezza alimentare ed energetica diventano un rompicapo in tutto il mondo.

I sistemi agroalimentari sono parte della soluzione per adattarsi ai cambiamenti climatici

Secondo il Forum Economico Mondiale, con i giusti investimenti, l’innovazione ed una concreta collaborazione fra i vari soggetti pubblici e privati, i sistemi agroalimentari potrebbero diventare una delle soluzioni più promettenti per contrastare i cambiamenti climatici e fornire nutrimento a tutti, contrastando la povertà. Ad esempio la sola agricoltura di precisione adottata su larga scala potrebbe ridurre di oltre il 5% l’uso delle risorse idriche e la produzione di energia rinnovabile potrebbe generare fino a 100 miliardi di dollari di reddito aggiuntivo per gli agricoltori entro il 2030. Esistono diverse tecnologie agroalimentari, tra cui i progressi nel digitale e nei dati, le soluzioni di energia rinnovabile ed anche le proteine alternative che, se industrializzate, potrebbero sostenere la sicurezza e l’efficienza del sistema alimentare.

L’agricoltura agri-voltaica integra gli impianti solari fotovoltaici con la coltivazione agricola, in modo che la stessa area di terreno possa essere utilizzata per entrambe le attività, permettendo nel contempo di ridurre le emissioni di gas serra, proteggere la biodiversità, ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e migliorare la produttività agricola.

In sostanza si imita quanto fatto da tempo col principio dell’agroforestazione

L’elemento comune e distintivo dell’agri-voltaico è la condivisione della luce solare attraverso la fotosintesi ed il fotovoltaico. In sostanza si imita quanto fatto da tempo col principio dell’agroforestazione coltivando sullo stesso pezzo di terra colture con diverse esigenze di luminosità. L’ombreggiatura solare riduce l’evapotraspirazione, mantenendo il suolo idratato. Secondo l’associazione SolarPower Europe, la schermatura solare potrebbe far risparmiare dal 14 al 29% di acqua contrastando la siccità. Esistono vari tipi di agri-voltaico, tra cui pannelli fotovoltaici a terra, pannelli fotovoltaici sopraelevati e serre solari, che si combinano con diversi tipi di colture, in funzione del clima locale, delle coltivazioni e dei modelli di utilizzo del suolo. Anche nelle grandi estensioni a pascolo, i pannelli fotovoltaici possono possono essere utili come ombreggiatura e riparo per gli animali.

In un mondo in cui le risorse diminuiscono ed i bisogni aumentano, la terra è sempre più preziosa per la produzione di questi due beni. La risposta potrebbe essere semplice: combinare le due cose. Elementare Watson, direbbe Sherlock Holmes!

Fonte: Energy Monitor

Rischi informatici per l’agricoltura di precisione
13 Settembre 2022

Essendo giunto il tempo in cui occorre massimizzare l’efficienza produttiva, si espande la cosiddetta agricoltura di precisione che utilizza i dati raccolti da GPS, immagini satellitari, sensori collegati a Internet ed altre tecnologie per coltivare ed allevare in modo più razionale. Le moderne tecnologie informatiche per efficientare il processo decisionale e le operazioni di gestione della produzione agricola consentono di usare terra, acqua, carburanti, fertilizzanti, pesticidi, così come di intervenire in allevamento, per produrre di più e minimizzare l’impatto sull’ambiente, in modo da aumentare le rese e ridurre i costi. Tutto positivo? No di certo, perché queste nuove tecnologie possono subire attacchi informatici dagli effetti dirompenti.

Questi attacchi stanno già avvenendo. Negli USA, ad esempio, lo scorso anno un ransomware, cioè un virus informatico che prende il controllo del computer e chiede un riscatto per ripristinarne il normale funzionamento, rivendicato dal gruppo russo REvil ha costretto un quinto degli impianti di lavorazione della carne bovina ad interrompere la lavorazione, con un’azienda che ha pagato quasi 11 milioni di dollari ai terroristi informatici.  Allo stesso modo, una cooperativa di stoccaggio di cereali in Iowa è stata presa di mira da un gruppo chiamato BlackMatter. Sebbene gli attacchi abbiano colpito finora grandi imprese con l’obiettivo di estorcere denaro, non si può escludere il pericolo che in questo tempo di tensioni internazionali anche le aziende agricole possano essere un obiettivo allettante per gli hacker.

Ad esempio, un aggressore potrebbe cercare di sfruttare le vulnerabilità delle tecnologie di applicazione dei concimi, degli antiparassitari o dei diserbanti, che potrebbero portare un agricoltore ad usarne troppi o troppo pochi, ritrovandosi quindi con un raccolto inferiore alle aspettative o con sprechi ed impatti ambientali negativi. Lo stesso potrebbe avvenire per gli impianti di mungitura robotizzati e comunque per tutti i casi in cui opera un computer.

Il settore agricolo tarda a riconoscere i rischi di cybersecurity

A differenza di altri settori strategici come la finanza e la sanità, il comparto agricolo però tarda a riconoscere i rischi di cybersecurity e ad adottare misure per contrastarli. Manca poi anche una attenzione da parte delle autorità pubbliche. Così, mentre altri settori operativi hanno sviluppato numerose contromisure e best practices per la sicurezza informatica, lo stesso non si può dire per il settore agricolo.

Oltre all’urgente necessità di linee guida e risorse da parte dei governi, occorre agire nella ricerca attraverso sforzi multidisciplinari che riuniscano i settori  dell’agricoltura di precisione, della robotica, della sicurezza informatica e delle scienze politiche, in modo da identificare soluzioni appropriate per la cybersicurezza. Questo riguarda in particolare la produzione di impianti ed attrezzature agricole che debbono essere progettati non solo per massimizzare le rese ma anche per ridurre al minimo l’esposizione ai cyberattacchi.

TESEO.clal.it –  Mondo: Rese per cereale dei principali Paesi produttori.

Fonte: The Conversation

Una OP che coltiva dolcezza [Intervista]
18 Luglio 2022

Francesca Nadalini
Santa Croce di Sermide, Mantova – ITALIA

Francesca Nadalini – Nadalini Soc. Agr. S.S.

Chi pensa che il terroir sia un’espressione da addetti alle degustazioni e solo riferito ai vini non ha ancora parlato con Francesca Nadalini, imprenditrice ortofrutticola di Santa Croce di Sermide e vicepresidente della Op Sermide Ortofruit (una realtà con 42 soci e un fatturato di 26 milioni di euro), e forse non ha ancora sentito parlare del marchio “Valli Salse”, brand dietro cui sta naturalmente la Op sermidese e che caratterizza un’area specifica di circa 1.500 ettari che la Op ha saputo individuare e valorizzare. E proprio qui si troverebbe una composizione specifica del terreno, con una particolare salinità (anticamente l’area era coperta dal mare), caratteristiche minerali uniche, composizione argillosa che permette alle radici di trarre nutrienti da quello che si può appunto definire – esattamente come per il vino – il terroir.

Usciamo dai tradizionali canoni di intervista (non parliamo di lattiero caseario e nemmeno di suini o cereali) per celebrare uno dei frutti simbolo dell’estate – il melone, ma arriverà anche l’anguria sotto i riflettori di Teseo – e per raccontare il grado di innovazione che sta alla base di un prodotto che è per molti altri aspetti ancora tradizionale. Almeno così lo interpreta Francesca Nadalini, famiglia di tradizione agricola proprio nel settore del melone, del cocomero e della zucca.

I numeri attuali dicono che l’azienda coltiva 330 ettari, dei quali circa 220 proprio con le tre colture orticole simbolo del territorio e, per la rotazione, un centinaio di ettari di grano, “che lascia il terreno secco e lo libera presto”.

Partiamo dalla cronaca. In occasione di un recente incontro di TESEO abbiamo assaggiato i suoi meloni fantastici. Come sta andando la stagione?

“Quest’anno abbiamo dovuto fare i conti con una stagione siccitosa, particolarmente calda, con l’ultima fase senza grande escursione termica con la notte. Questo ha fatto sì che ci sia stata una concentrazione del prodotto, seguita in alcune fasi, come quella attuale, da scarsità produttiva. Il melone è indubbiamente di qualità, ma l’accalcamento delle produzioni ha portato a una concentrazione dell’offerta, con prezzi che erano partiti molto bene e che oggi sono decisamente più contenuti. Ma con i cambiamenti climatici, dalla siccità alla grandine, temo che purtroppo dovremo farci i conti sempre più spesso”.

Come vi organizzate contro i rischi climatici?

“Abbiamo cercato di fare impianti solidi come serre, coperture, costruzioni e anche in campo aperto coltiviamo nelle migliori condizioni perché tutto proceda per il meglio, ma non basta. E con le assicurazioni non sempre si trova un punto di incontro, perché le nostre valutazioni sono anche di tipo qualitativo”.

Che tipo di investimenti ha fatto negli ultimi anni e quali nuove tecnologie ha introdotto?

“Negli ultimi anni abbiamo investito su attrezzature 4.0, dai macchinari semoventi per i trattamenti in campo dotati di tracciatura digitale e la guida satellitare, fino ai droni per rilevare la temperatura interna alle serre e ai sensori che servono calibrare l’irrigazione, che è a goccia per ottimizzarne l’utilizzo in campo.

Inoltre, abbiamo investito per l’ampliamento strutturale del magazzino, allargando la zona di servizio per i dipendenti e inserendo un’area specifica per la lavorazione di prima gamma evoluta del cocomero, così da poter tagliare il prodotto a fette e confezionarlo”.

Sul cocomero avete scelto di mantenere le pezzature giganti. Come mai?

“Il mercato è cambiato negli anni. Si sono affacciate le angurie medie, che noi non coltiviamo perché ad oggi riteniamo non essere ancora soddisfacenti a livello qualitativo. Poi sono arrivate le mini-angurie, che abbiamo voluto provare, ma che hanno costi di produzione elevati che raramente il mercato riconosce. Per cui abbiamo continuato a valorizzare le angurie grandi, del peso dai 12 ai 20 kg e abbiamo promosso la tradizione, ma con la possibilità per il consumatore di scegliere la versione già tagliata a fette.”

Che cosa ha fatto la differenza in questi anni?

Innovazione tecnologica mantenendo la tradizione

“Sembrerà banale ma la marcia in più è arrivata dalla coniugazione della tradizione con l’innovazione: andare avanti ma mantenere le cose buone dell’esperienza già avuta. Vale a dire l’innovazione tecnologica, introducendo strumenti come la lettura automatica del grado zuccherino, i sensori in campo, l’utilizzo dei droni per visionare impianti con altri occhi. Ma allo stesso tempo mantenere le tradizioni dal punto di vista colturale, per rispettare la caratteristica e la fisiologia delle piante, gli impianti, la coltivazione, tutto per non stravolgere l’evoluzione del frutto. Paradossalmente, un intervento eccessivo in alcune fasi di coltivazione cambia gusto, retrogusto e peculiarità del prodotto, penalizzandoci sul mercato. Aver mantenuto la tradizione in questo ambito è stata, per le aziende di Sermide, un’arma vincente.

Un altro aspetto che ha fatto la differenza è stato il gruppo, con la nascita del consorzio e del marchio del melone mantovano IGP, ma anche la costituzione della Op Sermide, alla quale aderiscono tutti imprenditori di lungo corso, insieme alle nuove generazioni. Rimanere in rete ci permettere di condividere un percorso, di migliorare sul fronte della specializzazione e di rimanere coesi, perché senza il gruppo non si può evolvere”.

A livello di tecnica colturale utilizzate fertilizzanti organici?

“Quando lo troviamo disponibile utilizziamo ancora il letame, ma per lo più utilizziamo compost da umido organico in un’ottica di economia circolare, che rappresenta una fonte di sostanza organica e perché è la texture ottimale per l’apparato radicale. Rende più soffice il terreno e aiuta la partenza delle radici, che sono la chiave della naturalità della pianta. Se la pianta non radica bene, infatti, non riusciamo a portare a compimento la fruttificazione”.

Ha problemi di manodopera?

“Certo, come tutti, purtroppo. Ormai per tenere i dipendenti di anno in anno non devi solamente garantire un salario più alto, ma devi creare un rapporto personale che va oltre e che ti porta, talvolta, a svolgere funzioni di assistenza e consulenza che dovrebbero essere proprie di altri soggetti. In questo modo abbiamo ridotto moltissimo il turnover e così evitiamo con la formazione di ripartire da zero ogni anno. Ma ci sentiamo come Don Chisciotte contro i mulini a vento, il nostro settore è davvero poco considerato come opportunità professionale”.

Quali sono i vantaggi di una Op?

Nella OP mettiamo in comune interessi e opportunità

“La nostra Organizzazione di Produttori porta numerosi vantaggi, a volte non immediatamente percepiti, ma nel tempo sicuramente quantificabili, perché mette in comune interessi e opportunità a vantaggio degli imprenditori. Si possono fare acquisti di gruppo e ridurre i costi e insieme si ha più forza per garantire un servizio a vantaggio dei clienti e viceversa, perché grazie alla quantità riusciamo a dare continuità alle vendite. Inoltre il confronto tra di noi è fondamentale per leggere ed interpretare rischi e opportunità della produzione e del mercato”.

Molti agricoltori sono spaventati dagli effetti dei cambiamenti climatici, dalle incognite di mercato, dalla scarsa reperibilità della manodopera. Cosa è cambiato rispetto al passato?

I rischi dell’effetto domino

“Tutto, ma non voglio tornare sui problemi. Certo è che tutti questi fattori hanno ridotto la visione a noi imprenditori. Prima immaginavo un futuro a lunga gittata, adesso ci sono troppe incognite e ci si rende conto sempre di più che siamo tutti interconnessi nei vari settori produttivi, quindi l’effetto domino può avere conseguenze impressionanti (come sta succedendo per le criticità sulle materie prime)”.

Quale futuro immagina per il melone mantovano?

“Il Melone Mantovano IGP, quindi la produzione che si svolge nelle province di Mantova, Cremona, Bologna, Ferrara e Modena, ha sicuramente prospettive di crescita, a partire dalle zone Centro-Sud dove ancora non è molto conosciuto. In questi giorni è uscito uno spot sulle reti televisive nazionali prodotto dal Consorzio di Valorizzazione e Tutela, che serve per traghettare il messaggio che la dolcezza ha molti volti, ma un solo nome: quella del melone mantovano IGP”.