Le ultime quotazioni della Borsa Merci di Modena, piazza di riferimento nazionale per la Carne Bovina, danno trend in aumento per tutte le tipologie di animali (scottona, vitello, vitellone, vacca). Eppure, il settore in Italia sta facendo i conti con una perdita di autosufficienza(nel 2021 il tasso di autoapprovvigionamento era del 58,2%, nel terzo trimestre del 2024 è sceso a 44,7%, con la mandria che si è ridotta da 6,28 milioni nel 2021 a 5,77 milioni nel 2024). Un fenomeno causato da una serie di fattori, tra cui la redditività ridotta per gli allevatori, le sfide ambientali, l’invecchiamento degli allevatori e le difficoltà di ricambio generazionale.
Parallelamente, l’Italia ha incrementato significativamente le importazioni: +43,6% di bovini importati (t.e.c.) e +3,68% di carne importata (sempre in t.e.c.), con provenienza Regno Unito, Europa Orientale, America Latina. Allo stesso tempo, anche l’export di carne italiana è cresciuto: +23,51% da Gennaio a Novembre 2024, un dato che fa pensare, visto che appunto il tasso di autoapprovvigionamento italiano è deficitario.
“La ripresa del mercato dei suini? Temo si debba aspettare ancora un po’”. Previsione sintetica quella di Rudy Milani, presidente della Federazione nazionale di prodotto dei suini di Confagricoltura, con ogni probabilità con la speranza di essersi sbagliato e di vedere risalire i listini dei suini in anticipo.
Rudy Milani – Presidente Federazione Suina Confagricoltura, Suinicoltore
Il quadro, d’altronde, ad oggi vede “un mercato in flessione, in quanto gli acquirenti trovano la carne proveniente dall’estero a prezzi più bassi, unitamente a consumi non brillanti, aspetto che è abbastanza usuale in questa stagione dell’anno”, afferma Milani.
“Fortunatamente – prosegue – il numero di suini permane basso, mantenendosi quindi inferiore rispetto alla capacità produttiva degli allevamenti per effetto della PSA e dei problemi legati alla PRRS”.
Milani accende i riflettori sulla PSA, perché “se l’operato del Commissario straordinario Filippini non è in discussione in alcun modo da parte di Confagricoltura, bisogna adeguare le dotazioni finanziarie messe in campo per arginare i danni indiretti, in quanto sono ampiamente inadeguate rispetto alla vera entità del danno”.
Il calcolo, a spanne, “fra deprezzamento dei suini nelle aree di restrizione, mancati redditi da parte degli allevamenti, cassa integrazione per i dipendenti, investimenti per la biosicurezza, porta a mettere a disposizione almeno 50 milioni di euro”.
Purtroppo, “da Novembre 2023 per gli allevamenti suinicoli della provincia di Pavia e da Agosto 2024 per la provincia di Lodi”, stima Rudy Milani, “i prezzi imposti ai maiali si aggirano intorno a un euro al chilogrammo, vale a dire su valori insostenibili per le aziende agricole. A tutto ciò bisogna aggiungere che gli allevamenti in Soccida non si vedono rinnovare i contratti e i rischi concreti sono di esporre numerose aziende al fallimento. E parliamo di una zona di restrizione nel Nord Italia che coinvolge circa 500mila maiali, numeri sufficienti per definire la situazione di estrema gravità”.
Mario Cichetti – Direttore Generale del Consorzio del Prosciutto di San Daniele
“Dovremmo discutere all’interno della filiera suinicola per superare una situazione apparentemente inspiegabile: negli ultimi due anni è certamente diminuito il numero di suini conformi per i grandi Prosciutti DOP, ma è anche fortemente rallentata la domanda di cosce per DOP da parte dei produttori a causa degli alti prezzi da queste raggiunti. In questo modo rischiamo di far collassare il sistema dei prosciutti DOP e di spingere gli stagionatori, loro malgrado, a cercare di diversificare la propria produzione, affiancando alle tradizionali DOP anche Prosciutti crudi non DOP. Bisogna quindi intervenire sui meccanismi e le tempistiche di formulazione del prezzo”.
Parte dalla prolungata situazione di tensione dei prezzi sul mercato del fresco Mario Cichetti, Direttore del Consorzio Prosciutto di San Daniele, per avanzare alcune proposte costruttive, relativamente alle quali invita tutti gli operatori della catena di approvvigionamento a discutere.
“Si parla molto di Peste suina africana (PSA) e ritengo sia un dovere migliorare la Biosicurezza e debellare la malattia, ma bisogna anche riconoscere che l’impatto della PSA sulla filiera dal punto di vista economico e numerico è stato assolutamente basso – dice Cichetti -. Semmai, ad aver pesato sul numero dei suini tanto in Italia quanto in Europa è stata la PRRS, che si è diffusa a macchia di leopardo con effetti negativi sul numero di suini”.
Fatto sta che l’andamento dei prezzi non rispecchia più le leggi della domanda e dell’offerta. “Altrimenti – puntualizza il Direttore Generale del Consorzio Prosciutto di San Daniele – con un’offerta stabile e una domanda che cala, dovremmo avere prezzi in flessione, mentre si stanno mantenendo alti, con una forte leva sulle quotazioni delle cosce”.
Per Cichetti sarebbe opportuno affrontare il tema della periodicità delle quotazioni. “Crediamo che una quotazione settimanale per un prodotto come il prosciutto, dove passano oltre due anni dal suinetto al termine della stagionatura, debba essere ricalibrata – spiega -.
In Europa vengono adottate formule negoziali di lunga durata con contratti di filiera o contratti calibrati sui suini da macelleria. Parliamo di quotazioni e contrattualistiche che oscillano da 4 mesi a un anno, con solo una piccola percentuale in contrattazione settimanale.
In Italia, invece, il 100% dei capi è soggetta a quotazione settimanale, un modello che non consente alla filiera del prosciutto di programmare e che genera una distonia tra domanda, offerta e valore del mercato e che, oltretutto, espone tutti gli attori a forti rialzi e forti ribassi”.
Stefano Giubertoni – Direttore della Cooperativa CLAI Sca
“Per le carni bovine continua il periodo di relativa difficoltà, con prezzi alti mai registrati dovuti alla scarsa disponibilità di bovini vivi in tutta Europa”. Quanto afferma il Direttore della Cooperativa CLAI Sca, Stefano Giubertoni, è una tendenza ormai in atto dall’inizio del 2024, che sta abbracciando tutte le categorie: vitello, vitellone, scottona e, in questa fase, anche le vacche, che sono tenute più a lungo in stalla in concomitanza di un prezzo del latte remunerativo. Il trend, prevede Giubertoni, “probabilmente non è ancora al suo limite massimo”.
Per quanto riguarda l’allevamento da ingrasso in Italia, “si devono fare i conti con i prezzi in continua ascesa dei ristalli provenienti dalla Francia, dovuto al fatto che ci sono sempre meno vacche nutrici. Uno scenario appesantito anche da nuove rotte commerciali, dalla Spagna al Nord Africa, area quest’ultima che è meta dei flussi di bovini vivi dall’Italia”.
Relativamente ai Consumi, prosegue Giubertoni, “assistiamo ad una contrazione nel mercato retail dovuta in primo luogo al prezzo ed alle politiche di vendita della grande distribuzione, con una riduzione degli spazi di vendita a favore di altre carni, diminuzione della pressione promozionale, ritardo nel recepire i vari aumenti dei listini”.
In futuro si dovrebbe mantenere elevata l’attenzione del mercato verso carni di segmento premium, accanto “ad uno sviluppo di format di ristorazione costruiti intorno alla carne e allo sviluppo anche di segmenti di carni di alta qualità, con un alto contenuto di servizio, soprattutto in GDO nel libero servizio”.
È una fase complessa per il settore suinicolo. A contribuire all’incertezza è la concomitanza di più fattori.
Innanzitutto, la diffusione della PSA: in quanto tempo si riuscirà a debellare? Si riapriranno i canali dell’export ad oggi bloccati? In caso contrario, quale sarà l’impatto sui listini, sugli allevamenti coinvolti e sulle zone di restrizione?
Le macellazioni in Italia stanno aumentando: +0,4% fra Gennaio e Novembre 2024, ma con una riduzione significativa dei suini destinati per le produzioni Dop e Igp: (da 7.398.020 a 7.024.167 capi), pari al -5%. Questo perché i costi di produzione sono aumentati e le prospettive potrebbero essere di una ulteriore crescita, trascinata dai costi della razione alimentare e dall’energia.
Parallelamente, la crisi delle famiglie e l’aumento dei prezzi al banco stanno scoraggiando i consumi di carne suina fresca (-1,3% rispetto al 2023), prosciutto crudo (–2,8%), salame (–3,4%) e mortadella (–2%).
Se il prezzo della carne suina al Consumatore sta aumentando, non è così lungo la filiera. Il prezzo della carne fresca in CUN sta registrando dei decrementi, conseguenza di un aumento delle importazioni italiane (+8,14% tendenziale in volume fra Gennaio e Ottobre 2024, contro solo un +1,31% in valore) da Paesi autosufficienti, come Germania, Spagna e Olanda. I prezzi competitivi della carne importata contribuiscono a deprimere i prezzi interni. Ad appesantire il quadro, un incremento delle produzioni europee: 415.000 tonnellate nelle macellazioni di suini tra Gennaio e Ottobre 2024, rispetto all’anno precedente.
Quanto al sistema delle DOP, le sigillature (le cosce destinate alla stagionatura per la produzione dei prosciutti crudi DOP come il Prosciutto di Parma e San Daniele) hanno raggiunto livelli minimi, con cali rispettivamente del 7,9% e 6,8% rispetto al 2023.
L’aumento dei costi di produzione dei suini, unitamente alla presenza di PSA, alla difficoltà di manodopera, all’invecchiamento degli Allevatori rischiano di essere fattori in grado di generare ulteriore disaffezione e indebolire una filiera che, invece, dovrebbe trarre la propria forza dal marchio DOP.
Come trasformare queste sfide in opportunità per rilanciare il settore?
Nel 2024 sono cambiati i consumi di carne, con la carne avicunicola fresca che si conferma la più consumata e occupa il 42% del carrello della spesa, seguita dalla carne suina fresca (18%) e dalla carne bovina fresca (14%). Tra i salumi, il prosciutto cotto domina con il 10% con una preferenza crescente per il peso imposto (trascinato prevalentemente dal fattore comodità), seguito da salame e mortadella (entrambi al 4%) e dal prosciutto crudo (Dop e non Dop, entrambi al 3%).
Nel dettaglio, nell’ultimo trimestre la Carne Bovina ha visto una diminuzione nei consumi, sia a peso variabile (-3.3%) che complessivamente (-1.7%), ma la crescita nei consumi a peso imposto (+4.6%) suggerisce una preferenza per acquisti di porzioni predefinite. L’aumento dei prezzi (+2,4%) potrebbe aver portato a una contrazione della domanda.
Freccia verso l’alto per i consumi Avicunicoli, con l’incremento annuale degli acquisti nell’ordine del 3,7%, grazie anche a una frenata dei prezzi al consumo (-3,2%).
La Carne Suina Fresca ha subito una contrazione dell’1,3% su base annuale, con l’ultimo trimestre che ha invece segnato una certa stabilità. Effetto elastico dovuto al lieve incremento dei prezzi (+1,2%), in parte effetto di una riduzione dell’offerta di carne suina.
Quanto al Prosciutto Crudo DOP, il lieve scostamento verso l’alto dei consumi a peso variabile dell’ultimo trimestre (+0,6%) e l’espansione dei consumi a peso imposto (+2,3%) suggeriscono una crescente preferenza per il prosciutto crudo Dop di alta qualità. Nonostante ciò, c’è una leggera riduzione nei consumi complessivi nel lungo periodo, probabilmente a causa dell’aumento dei prezzi (+2,2% annuale, ma con un -0,1% sul prezzo dell’ultimo trimestre).
L’aumento del prezzo del Prosciutto Crudo non DOP (+1,2% solo nel periodo Ottobre-Dicembre 2024) potrebbe aver orientato il consumatore a preferire prodotti Dop, tanto che le quantità consumate, soprattutto a peso variabile, sono diminuite.
Perché cambiano i consumi alimentari? Ad influenzare il trend dei consumi sono inevitabilmente più fattori, di natura economica, sociale, per salubrità e/o benessere, ma anche per disponibilità di mercato o di cultura e abitudini alimentari, suscettibili delle più diverse influenze.
La strada per le catene di approvvigionamento Made in Italy sembrano però chiare nella loro missione: produrre qualità certificata e riconosciuta, garantire processi produttivi sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale e con ritorni economici in equilibrio per tutti gli attori della filiera, offrire convenienza e salubrità.
Michele Carra – Amministratore Delegato di Carra Mangimi S.P.A. e Vicepresidente di Assalzoo
“Il 2025 si è aperto con un quadro complesso per il settore dei mangimi. L’aumento dei prezzi di mais e orzo, dovuto alla scarsa qualità del raccolto, e la ricerca della maggior qualità hanno messo sotto pressione gli allevatori. Anche per i mangimisti il quadro non è semplice, in quanto all’incremento dei listini delle materie prime si aggiungono l’esplosione dei costi dei premix oligo-vitaminici, così come della lisina, un amminoacido utilizzato nella formulazione dei mangimi, che ha subito una crescita dei costi in seguito all’incremento dei dazi dell’UE sulla Cina”.
A tracciare il quadro è Michele Carra, amministratore delegato di Carra Mangimi di Sorbolo (Parma) e vicepresidente di Assalzoo.
“Dopo un periodo di relativa calma, i prezzi dei cereali sono tornati a salire – precisa Carra -. Da un lato tale dinamica potrebbe stimolare la produzione di cereali in Italia, visto anche che nel giro di un po’ di anni l’Italia è passata dal produrre 10 milioni di tonnellate di mais a poco più di 3 milioni di tonnellate e che i disciplinari delle Dop impongono che almeno il 50% della razione alimentare provenga dal territorio di produzione della Indicazione Geografica stessa, ma dall’altro lato gli aumenti registrati incidono pesantemente sui profitti degli allevatori”.
Il comparto suinicolo, sottolinea Carra, “negli ultimi anni ha compiuto notevoli passi avanti verso il benessere animale e la sostenibilità, con una drastica diminuzione dell’uso di antibiotici”. Restano da affrontare numerose sfide, che coinvolgono tanto gli allevamenti di grandi dimensioni quanto i piccoli. “È necessario sostenere le aziende di piccole e medie dimensioni e le imprese familiari, che grazie a una maggiore flessibilità e a una marcata attenzione al benessere animale sembrano essere quelle meglio attrezzate per garantire produzioni di qualità, indispensabili per le Dop”.
Nel 2025, purtroppo, “c’è ancora forte preoccupazione per la Peste suina africana, che sta creando notevoli difficoltà agli allevatori che si trovano nelle zone di restrizione, dove i prezzi dei maiali sono esageratamente bassi e dove è necessario indennizzare tempestivamente i produttori, pena un’ondata di chiusura di allevamenti”.
Lo stesso settore mangimistico si trova a un punto di svolta. “Con un approccio coordinato e lungimirante – assicura il vicepresidente nazionale di Assalzoo – è possibile superare le difficoltà attuali e costruire un futuro sostenibile per l’allevamento e la cerealicoltura nazionale”.
Luca Mincione – Direttore Vendite e Acquisti Carne di CLAI
Il quadro per il settore dei Bovini da Carne è tutt’altro che roseo. Lo spiega il Direttore delle Vendite e Acquisti carne di CLAI, Luca Mincione. “La situazione del mercato bovino è molto difficile – afferma -: i prezzi dei ristalli sono elevati e per gli Allevatori è difficile approvvigionarsi di capi da ingrassare, una situazione che si aggiunge alla scarsa disponibilità di bovini di razze autoctone, che sono numericamente marginali nel panorama dei bovini allevati in Italia”.
Le prospettive, a ben vedere, non tendono a migliorare, visto che “la Francia ha avuto prima problemi di natura sanitaria e oggi predilige rotte commerciali più soddisfacenti dal punto di vista economico, che vanno verso il Marocco attraverso la Spagna, o in Algeria, Tunisia e Turchia”. Diventa a questo punto “strategico trovare nuove soluzioni”, secondo Mincione, con ristalli che guardino non solo alla Francia. “La GDO ha filiere prevalentemente impostate su linee di allevamento Francia-Italia, ma si è aperta anche a provenienze della carne allevata in Italia meno frequenti, anche se praticate da tempo: Irlanda, Germania e Croazia”.
Relativamente ai Prezzi di mercato, “gli Allevatori riescono a guadagnare, ma per i prossimi mesi dovrebbero verificarsi degli incrementi dei costi, a partire dai cereali, e in parte per l’aumento dei listini energetici”. Discorso diverso, invece, per i Macelli, “che devono fronteggiare aumenti esponenziali dei costi fissi e non sempre riescono a lavorare a pieno regime, dovendo così fare i conti con delle diseconomie di scala”.
Poi c’è l’aspetto dei rincari della carne al Consumo, proprio in una fase in cui il potere di acquisto dei Consumatori è diminuito. “Fino a che punto le famiglie potranno assorbire gli aumenti al banco vendita? Si orienteranno verso altre tipologie di carne? Con quale conseguenza per i bovini?”. Perché l’ultima parola, come sempre in tutti i mercati regolati da domanda e offerta, spetta al Consumatore.
Anche sul Vitello a carne bianca c’è incertezza, con addirittura la geografia produttiva europea che potrebbe subire delle modifiche. “In Olanda il numero di vitelli a carne bianca è diminuito del 20-25% rispetto al passato, per le politiche restrittive attuate nei confronti della zootecnia e i grandi gruppi stanno cercando di dirottare in altri Paesi le produzioni – dice Mincione -. In Italia, nonostante l’interesse manifestato da alcuni player, vi sono difficoltà legate alla burocrazia e agli aspetti amministrativi. Il mercato, pertanto, potrebbe subire delle evoluzioni”.
Elisa Pedrazzoli, Export Manager del Salumificio Pedrazzoli
“L’obiettivo del 2025? Ampliare la platea dei consumatori di carne suina, offrendo loro quei requisiti che vorrebbero trovare in un allevamento: salubrità, benessere animale, sostenibilità ambientale, una dimensione equilibrata, non eccessivamente grandi, tutti elementi che costituiscono le premesse per avere un prodotto a base di carne posizionato su un livello qualitativo più alto”.
La pensa così Elisa Pedrazzoli, export manager delsalumificio Pedrazzoli, di San Giovanni del Dosso (Mantova) con 75 dipendenti, un fatturato di circa 27 milioni di euro e una quota export pari al 60%, da anni orientato verso produzioni di alto profilo sul fronte della qualità e con una filiera biologica garantita attraverso un approvvigionamento interno.
È necessario operare per “un ritorno al passato non come idea bucolica di agricoltura, ma per continuare a proporre un suino di qualità a tutto tondo, in grado di assicurare redditività a tutti gli anelli della filiera”.
Accanto agli obiettivi, gli auspici per il 2025 appena iniziato. “Sul fronte dei prezzi ci auguriamo che non si registrino altre impennate dei listini e confidiamo magari che il mercato si riposizioni riducendo un po’ i valori, perché il costo dei maiali è salito negli ultimi mesi su valori complessi per chi macella e trasforma”, prosegue Elisa Pedrazzoli.
Fondamentale, però, “per definire una visione di lungo periodo è instaurare un dialogo costante lungo la catena di approvvigionamento (CA)”.
Il mercato della carne bovina alla CCIAA di Modena mette a segno un altro avanzamento dei listini, trascinato da una disponibilità di animali in leggera contrazione, sufficiente per innescare un rialzo dei prezzi.
A livello nazionale il tasso di autoapprovvigionamento è ormai sostanzialmente stabile al di sotto del 50%, con difficoltà crescenti di ristallo per gli allevatori. La Francia, d’altronde, ha adottato politiche differenti rispetto al passato, incrementando nuove rotte commerciali e puntando sull’export sia di carni bovine allevate al proprio interno (nei primi nove mesi del 2024 le esportazioni francesi sono cresciute del 7,2% tendenziale, con un +15,8% nel solo mese di Settembre) che sulle vendite di broutard verso il Nord Africa, dove allevatori e, soprattutto, commercianti transalpini spuntano prezzi più favorevoli rispetto alla rotta verso l’Italia, dove pure le quotazioni per acquistare bovini da ingrasso sono passate dai 1.483 euro a capo di Dicembre 2023 (per animali superiori ai 300 chilogrammi) ai 2.355 euro per capo a Settembre 2024. E i prezzi sono aumentati ancora.
Anche l’Italia ha comunque scommesso sull’export di carni bovine, registrando performance particolarmente significative: +22,2% le vendite fra Gennaio e Settembre 2024 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con Olanda, Spagna, Francia e Germania primi Paesi di destinazione.
A rendere più complicata la situazione in Europa c’è anche la presenza di epizoozie che portano a una riduzione di animali allevati e a difficoltà di movimentazione dei capi e delle carni, con la conseguenza di amplificare le tensioni dei listini. I prezzi di mercato, per i prossimi mesi, dovrebbero mantenersi elevati.